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La scomparsa del non-umano

Negli anni '50 Paolo Monti lamentava il fatto che nelle mostre di fotografia che si organizzavano in Italia soprattutto a cura dei Circoli Fotografici mancassero i ritratti, mentre abbondavano paesaggi (in genere di stile pittorico o pittoresco), still-lifes (che lui chiama "nature morte"), scene di strada molto impostate. Era l'epoca del Neorealismo e dei grandi reportages, gli appassionati si ispiravano da un lato ai film di Rossellini, Visconti o De Sica, dall'altro a fotografi come Cartier-Bresson o W. E. Smith, per non parlare della grande scuola Magnum, all'epoca ancora al massimo del suo splendore. Ovviamente si limitavano a riprendere gli stilemi, le luci, il modo di guardare, traducendolo però in modalità un po' retoriche, sdolcinate, decorativiste. Il che faceva infuriare - ma pacatamente, come sua abitudine - il grande fotografo della "scuola veneziana" (Monti fu tra i fondatori del circolo fotografico "La Gondola", appunto a Venezia).


Per Monti "fotografare vuol dire creare delle immagini che staccate dalla realtà... mostrino nel breve spazio della loro superficie una realtà nuova, conclusa nei limiti dell'inquadratura", e dunque "tutto il mondo visibile mi attrae, quasi senza gerarchia di valori e non certo per farne un confuso inventario ma per tentare di scoprire, delle molte cose viste, un aspetto nuovo ed essenziale, quasi un segreto che volta a volta sarà umano, plastico o anche soltanto decorativo".

Nei suoi scritti dei primi anni '50, però, non può per l'appunto esimersi dal notare come - a fronte di questa libertà di cui deve godere il fotografo nella sua azione creativa - si manchi totalmente di coraggio, e di come - dunque - i fotoamatori si limitino a sviluppare sempre migliori capacità tecniche, da applicare sempre agli stessi soggetti, ripresi sempre nel modo "corretto", ma senza slanci di fantasia. Non stupisce che una figura come quella di Giacomelli sia stata vista come un faro nella notte!


Sono passati settant'anni, e oggi assistiamo a un fenomeno simile, sebbene inverso. Oggi abbondano i ritratti, rappresentano almeno l'80% dei soggetti, se comprendiamo nella categoria anche i "selfie", ma soprattutto la fotografia - quella "seria" - sembra sempre più orientata nel raccontare le cose "umane", quasi che una fotografia senza un elemento umano non abbia valore. E non è un caso che molti considerino alcuni generi fotografici come il Paesaggio o la fotografia di Natura, se non generi "minori", almeno poco "impegnati", un puro divertissement per anime belle, votate alla pura e semplice ammirazione del sublime o del grandioso.

E' davvero singolare come nessuna epoca riesca a trovare un equilibrio saggio e accorto, riconoscendo un valore proprio non certo a un "genere" fotografico, quanto alle capacità del fotografo. Oggi si dice che non esista più l'Arte, ma solo l'Artista; lo stesso non sembra valere per la fotografia, in cui solo realizzando un certo tipo di fotografie si viene riconosciuti come "fotografi seri" e impegnati.

Leggendo un libro che raccoglie gli scritti di Paolo Monti mi è venuta una certa nostalgia per quell'epoca - che ovviamente non ho conosciuto direttamente - in cui ai concorsi e alle mostre partecipavano nomi come Branzi o Nino Migliori e in cui le fotografie venivano chiamate per nome (cioè per titolo) quasi fossero delle poesie.


La fotografia italiana era indietro di decenni rispetto a quella europea e mondiale, ma c'era grande entusiasmo e voglia di fare: si commettevano errori e si sceglievano strade senza sbocco, è vero, ma c'era comunque una prospettiva. Da lì a poco, su queste basi, sarebbero emersi quasi tutti i grandi fotografi (non molti, ma nemmeno pochi) che hanno reso la fotografia italiana almeno degna di stare allo stesso livello di quella mondiale. Poi, dopo gli anni '90, qualcosa si è rotto.

Morto nel 1982, l'eredità di Paolo Monti non è stata raccolta da nessuno, non solo in senso strettamente fotografico, ma anche morale ed etico. Mancando forti figure di riferimento, sembra di assistere a uno sbandamento in cui l'unica cosa che assume un senso è realizzare fotografie senza senso.  Anche se magari un senso ce l'hanno, almeno nelle intenzioni. In pratica, pur se su presupposti e contenuti profondamente diversi, la fotografia di oggi è di nuovo precipitata nei cliché e nella mera ripetizione di schemi visti e rivisti di cui si lamentava Monti negli anni '50. E stavolta - complice Internet - il problema non è solo italiano, ma globale. 


I fotografi cercano di crearsi uno stile - spesso basato su una o due tecniche specifiche - e su quello costruiscono tutta la propria "carriera" o la propria poetica personale. Però, come sosteneva Voltaire citato dallo stesso Monti "tutti gli stili sono buoni, tranne quello noioso". Parlava di letteratura, ma il concetto è quello.

Il problema, forse, è che invece oggi sia proprio la noia a prevalere...

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