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Il locale e l'universale

Quando parliamo di paesaggio - e di fotografia di paesaggio - la domanda da porsi sempre è: quanto quella foto vuole rappresentare un dato e specifico luogo e invece vuole essere una metafora di ogni luogo del pianeta che abbia  caratteristiche simili, almeno di base? In altre parole: quanto un paesaggio oltre a essere locale è anche universale?


Sally Mann è una grande fotografa americana che ha conosciuto e ha studiato con Ansel Adams, cosa che l'ha portata ad abbracciare con convinzione la fotografia di paesaggio come genere d'elezione, anche se non esclusivo (si tratta anche di un'eccellente ritrattista). Ma presto prende una strada assai diversa da quella di Adams: tanto quest'ultimo sceglie un tono lirico e grandioso, e spesso punti di vista ampi ed elevati, tanto la Mann ha un approccio intimo, personale e molto ravvicinato, quasi claustrofobico

Ma non solo: Adams è l'alfiere della fotografia "straight" più spinta, con ampie campiture di grigio, dettagli finissimi, esposizione calibratissima, una scelta accorta delle inquadrature, dell'angolo di campo, dei mille dettagli tecnici che una foto richiede secondo la logica che - dato che il fotografo dipende dal soggetto - è in questa capacità di governare gli esiti fotografici che risiede la vera libertà dell'artista che utilizzi una fotocamera.

Sally Mann sceglie tecniche "Lo-Fi", in cui i soggetti sono resi per masse di neri e di grigi quasi compatti, con poco dettaglio, e spesso le stampe presentano graffi, light-leaks, vignettature, anche perché utilizza di frequente la tecnica antica del collodio umido.

Davvero due mondi diversi. Ma, soprattutto, la Mann è una donna, e ancor "peggio" è una donna del Sud (è nata in Virginia): la critica "ufficiale" la relega spesso, per questo, in un settore specifico, quello della fotografia "localistica", nostalgica, molto emotiva (effetto del pregiudizio secondo cui le donne non sanno applicare la giusta distanza dal proprio soggetto e dunque tendono inevitabilmente al "romantico") creativa certo, ma alla fine poco incisiva rispetto alla dimensione "nazionale".

Adams finisce così per essere il "padre" del paesaggio americano, la Mann "solo" un'abile narratrice di storie locali, sebbene non sia affatto così e anzi, da un certo punto di vista, potrebbe sembrare l'opposto, perché Adams ci racconta luoghi specifici e molto riconoscibili, ha costruito su questi luoghi una precisa narrativa, e sebbene li abbia certamente elevati a un valore ampio se non universale, di certo non li ha "nascosti", come invece ha fatto la Mann che ci mostra, di ciascun luogo, solo dettagli molto stretti, scorci minimi, spesso annegati in un'oscurità più o meno totale.


Questo la dice lunga su come la percezione di un autore debba fare sempre i conti con la narrazione che dell'autore stesso viene fatta,  ma ci rivela anche la difficoltà - per chi realizza foto di paesaggio - di far si che il luogo fotografato non sia solo "quel" luogo - come avverrebbe se stessimo realizzando delle foto per trarne delle belle cartoline  - ma anche una rappresentazione del sentire del fotografo, un riverbero dei suoi pensieri, delle sue idee, della sua "visione".

In tal senso sia Adams che la Mann - che ho portato ad esempio, ma ce ne sarebbero molti altri - hanno ottenuto risultati di eccellenza, sfruttando canoni e tecniche profondamente diverse. Lo spettacolare e l'antispettacolare, la perfezione e l'imperfezione. Due autori che apprezzo allo stesso modo perché non mi riesce proprio di ragionare per schemi chiusi, secondo logiche accettate "una volta per tutte", non mi riesce di amare gli autori che sento più affini e a dire poi che quelli che fanno cose diverse "non mi piacciano" come fanno parecchi fotografi.

Perché mai non si può ascoltare sia Mozart che i Pink Floyd, o ammirare i dipinti di Caravaggio e di Kandiski? Da ogni autore possiamo trarre insegnamento, da ognuno possiamo lasciarci emozionare. L'importante è coglierne, appunto, l'universalità. Cioè la capacità di agire localmente ma di saper  "funzionare" ovunque.


Se non fosse così, uno come Giacomelli - forse il più "internazionale" dei nostri autori - sarebbe a sua volta considerato solo un bravo fotografo marchigiano, mentre il fatto che le sue foto rappresentino spesso luoghi e contesti delle Marche non ha in effetti alcuna importanza, sebbene il radicamento in quella realtà sia di certo importante.

Perché è questo l'altro aspetto della difficile equazione: il legame che un autore riesce ad avere con il territorio d'elezione, in cui trova il materiale visivo necessario a creare le proprie opere. Nel mio piccolo, in fondo, anche io ho fatto così, visto che negli ultimi dieci anni ho fotografato solo la Tuscia.


Le foto del mio ultimo progetto "Una Momentanea Eternità" e del libro che ne ho tratto, in effetti, sono una sorta di via di mezzo tra le scelte fatte da Adams e dalla Mann: non così nere e misteriose come quelle della fotografa della Virginia, non così nette e precise come quelle del fotografo californiano, sono comunque immagini realizzate con fotocamere "lo-fi", e con molte "imprecisioni".

A volte mi sono chiesto cosa Adams avrebbe detto dell'utilizzo di fotocamere non di eccellenza, altre volte pensavo se non sarebbe stato il caso di esagerare, puntando a foto quasi "incomprensibili", almeno al primo sguardo.

Ma poi ho compreso che ognuno trova la propria strada, il proprio modo di raccontare e narrare le  storie che gli appartengono. E soprattutto che ogni luogo è tutti i luoghi, secondo la logica della "qualsiesità" di Zavattini, che riteneva che Luzzara, soggetto del noto libro realizzato con Paul Strand ("Un Paese") potesse ben rappresentare ogni paese d'Italia, e forse del mondo.

Perché quel che conta è l'emozione, prima di ogni cosa.



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