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Visualizzazione dei post da Maggio, 2020

Le compatte analogiche anni '90

Non so bene se sia un fatto comune o meno - tra i fotografi, intendo - l'andare in fissa, ogni tanto, per qualche genere fotografico o per qualche tipo di fotocamera, comunque a me succede. E da quando ho ripreso attivamente a scattare in analogico, la cosa mi capita molto più spesso. 
Ho iniziato con la fissa per le piccole 135, quelle a telemetro come la Ricoh 500G o la FED 5b, poi per le medio formato 6x9 cm in bachelite per film 620, come la Photax o la FEX, poi per le mezzo formato, sia 120 che 135, come la Chajka o la Bencini Koroll II, e così via.
In questo periodo sono "in fissa" con le compatte  AF degli anni '90, quelle che schifavo all'epoca e mi appassionano oggi. Certo, hanno dei limiti gravi, ma anche indubbi vantaggi, come la compattezza e la comodità d'uso, che le rendono ideali quando si va in bicicletta o si fanno lunghe escursioni.
In linea generale non amo il fatto che siano totalmente automatiche, cosa che non consente di "pilotarle&quo…

Perché la fotografia stenopeica?

La gran parte della storia della fotografia è stata analogica: grani d’argento, sviluppo e fissaggio, pellicole, lastre, e compagnia bella. Questo è un dato di fatto. E personalmente ho sempre creduto, e credo tutt’ora, che un fotografo non possa dirsi completo, e un vero appassionato, se non ha almeno provato, almeno una volta, anche solo per una singola sessione, a sviluppare una foto con metodologia chimica e non digitale.Questo non per una forma di snobismo ma, se vogliamo, per una sorta di rispetto verso la storia della nostra arte, e anche – ovviamente – per conoscerne davvero ogni aspetto, e verificarne di persona tutte le potenzialità. Indubbiamente parlo così perché sono nato e cresciuto nell’analogico, lo ammetto, ma è anche vero che poi ho abbracciato con convinzione il digitale.Poi, come capita a chi ha fatto una scorpacciata di CD e MP3 e vuole tornare ad ascoltare musica su vinile, anche a me è tornata la voglia di riprendere in mano la pellicola e di tornare a sentire i…

La scomparsa del non-umano

Negli anni '50 Paolo Monti lamentava il fatto che nelle mostre di fotografia che si organizzavano in Italia soprattutto a cura dei Circoli Fotografici mancassero i ritratti, mentre abbondavano paesaggi (in genere di stile pittorico o pittoresco), still-lifes (che lui chiama "nature morte"), scene di strada molto impostate. Era l'epoca del Neorealismo e dei grandi reportages, gli appassionati si ispiravano da un lato ai film di Rossellini, Visconti o De Sica, dall'altro a fotografi come Cartier-Bresson o W. E. Smith, per non parlare della grande scuola Magnum, all'epoca ancora al massimo del suo splendore. Ovviamente si limitavano a riprendere gli stilemi, le luci, il modo di guardare, traducendolo però in modalità un po' retoriche, sdolcinate, decorativiste. Il che faceva infuriare - ma pacatamente, come sua abitudine - il grande fotografo della "scuola veneziana" (Monti fu tra i fondatori del circolo fotografico "La Gondola", appunto …

Il locale e l'universale

Quando parliamo di paesaggio - e di fotografia di paesaggio - la domanda da porsi sempre è: quanto quella foto vuole rappresentare un dato e specifico luogo e invece vuole essere una metafora di ogni luogo del pianeta che abbia  caratteristiche simili, almeno di base? In altre parole: quanto un paesaggio oltre a essere locale è anche universale?


Sally Mann è una grande fotografa americana che ha conosciuto e ha studiato con Ansel Adams, cosa che l'ha portata ad abbracciare con convinzione la fotografia di paesaggio come genere d'elezione, anche se non esclusivo (si tratta anche di un'eccellente ritrattista). Ma presto prende una strada assai diversa da quella di Adams: tanto quest'ultimo sceglie un tono lirico e grandioso, e spesso punti di vista ampi ed elevati, tanto la Mann ha un approccio intimo, personale e molto ravvicinato, quasi claustrofobico
Ma non solo: Adams è l'alfiere della fotografia "straight" più spinta, con ampie campiture di grigio, d…