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Cronache fotocoronavirali 4 - Foglie d'erba

"Mi lascio in eredità alla terra, per rinascere nell'erba che amo,/  se ancora mi vuoi, cercami sotto i tuoi piedi..." (Walt Whitman da "Foglie d'erba").


Mettiamoci il desiderio di scattare un po' di foto analogiche. Mettiamoci che non ci si può allontanare molto da casa. E mettiamoci che a pochi passi da dove abito c'è questo campo abbandonato, dove pian piano la natura si riappropria di quel che le compete, facendo nascere quest'erba alta, avvolgente, flessuosa.

Si tratta di un classico esempio di quello che Gilles Clément chiama "Terzo paesaggio".

Il primo paesaggio è quello selvaggio e del tutto naturale (e oramai rarissimo), il secondo è quello dell'Antropocene, dei luoghi controllati e dominati dall'uomo. Il terzo è invece rappresentato dai luoghi abbandonati che si rinaturalizzano e divengono aree ricche di biodiversità, se solo lasciate in pace. E questo vale per i bordi delle strade, i terreni incolti, i giardini lasciati al loro destino.


E' la natura a portata di mano che finiamo per non vedere più, che ignoriamo perché troppo quotidiana e poco spettacolare, per poi magari scoprirla di nuovo quando, come ora, siamo impossibilitati a fare altro.

Comunque, in questo campo che ogni giorno posso guardare dal balcone di casa, che in tarda primavera fiorisce in modo multicolore, e si riempie di insetti volanti e uccelli di passaggio, c'è una parte dove cresce un'erba alta e robusta. Niente a che vedere con l'erba un po' avvizzita e bassa che si vede altrove: questa è proprio "grassa" e lucida, crea una specie di pelliccia verde in cui è bello camminare.

Verrebbe quasi da rotolarcisi su, se non si corresse il rischio di esser presi per pazzi o di danneggiarla. Ma soprattutto mi sono detto: perché mai non si dovrebbe fotografare l'erba?


In fondo occupa la stragrande maggioranza della superficie (emersa) del pianeta, è il "verde" che più comunemente abbiamo davanti agli occhi, è nostra compagna per buona parte dell'anno, anche se in estate si secca e diventa color ocra e in inverno è molto più dimessa.

Così ho preso la mia Mamiya RB 67, il 180 mm, il treppiedi e l'ho fotografata su una pellicola Fomapan 400. Non è un soggetto spettacolare, non è niente di che. Ma mi ha fatto star bene almeno per un po'. E credo che questo sia comunque qualcosa di importante.

Non ho cercato forme particolari o "effetti speciali": ho lavorato concentrando la mia attenzione su alcuni ciuffi, lasciando che sullo sfondo il resto delle "fronde" si dileguasse nel morbido sfocato del medio formato.


Finite le 10 pose che avevo a disposizione, a malincuore ho ripiegato il treppiedi e me ne son tornato a casa: in pratica pochi passi!

E ho subito sviluppato il rullo, pregustando il risultato. E questo mi ha fatto riflettere su quanto la fotografia (che sia analogica o digitale non importa) sia comunque un potente strumento per controllare l'ansia e riempire la mente e il cuore di bei pensieri e belle emozioni.

Anche a questo - noi fotografi - non ci pensiamo poi così spesso. Ma dovremmo.



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