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La fotografia ai tempi del coronavirus

Ci sono molti modi possibili di analizzare l'impatto che il virus dell'anno sta avendo su noi fotografi - o almeno su alcuni di noi, quelli che vivono dentro (o vicino) le aree del "contagio". Come prima impressione, potremmo dire che visto che "Il fotografo non si annoia mai", di certo la fotografia può alleviare la noia dell'eventuale quarantena. Still-lifes casalinghi, fotografie concettuali, esperimenti vari ben si prestano a trascorrere ore serene chiusi in casa, in momenti in cui la serenità tende giocoforza a latitare.

Chi poi ha la passione dell'analogico, troverà nella Camera Oscura casalinga un comodo rifugio all'assedio della malattia.

Ma non è di questo che intendo parlare. Piuttosto vorrei ragionare su come si possa mai raccontare un virus, o meglio gli effetti che può avere sugli esseri umani (a parte la malattia in quanto tale) e come tali effetti possano diventare un soggetto fotografico. Sono infatti abbastanza stupito del fatto che manchino ancora dei racconti fotograficamente significativi del contagio. Eppure ho visto immagini - su internet, ad esempio - che ben si presterebbero a essere sviluppate in  racconti per immagini molto interessanti. Strade deserte, negozi chiusi, supermercati con gli scaffali vuoti, atmosfere da "fine di mondo" ben si presterebbero - nella mia immaginazione - a progetti "istantanei" nello stile della Scuola di Dusseldorf o dei New Topographics

Situazioni che possono coinvolgere lo spettatore dandogli una precisa idea di quel che può fare la paura. In fondo è una storia antica. Da sempre l'umanità convive con le pestilenze, che spesso sono state causa dell'abbandono di intere città, di castelli, borghi, territori agricoli.
Un tempo le epidemie erano frequenti e catastrofiche, specialmente perché non se ne conoscevano i meccanismi di diffusione, e dunque non si conoscevano cure.


Dimentichiamo spesso che, proprio per questo, in antichità la vita media delle persone era davvero breve: di rado si superavano i trent'anni, e a cinquant'anni si era considerati "vecchi". Le due tombe di "puer" (bambini) nel Bosco del Serraglio a Bomarzo  - qui riprese con una Photax Boyer 6x9 cm in bachelite - stanno lì a ricordarcelo.

Visitando i luoghi dell'abbandono per il mio progetto "Una Momentanea Eternità" ho riflettuto spesso su questo aspetto: oltre a guerre, terremoti e frane, erano le malattie (tra tutte la malaria era la più frequente) a determinare la sopravvivenza di un insediamento, e la vita delle persone si trascinava tra continue paure di contagio, che solo ogni tanto lasciava il posto a quella delle scorrerie dei pirati o degli eserciti nemici.

Una vita tutt'altro che tranquilla, simile per certi versi a quella che oggi si trovano ad affrontare le popolazioni della Siria o di altri luoghi sfortunati (e sono tanti) del nostro povero pianeta. I piagnistei di tanti italiani "assediati" dal virus a volte sembrano davvero fuori luogo, ripensando anche solo al nostro passato relativamente recente.


Il borgo abbandonato di San Lorenzo Vecchio o "alle grotte" (foto sopra, scattata con una fotocamera in bachelite Hamaphot P56) venne abbandonato alla fine del XVIII secolo a causa dei crolli della rupe legati al terremoto del 1683 ma soprattutto della ricorrenti epidemie di malaria dovute alla vicinanza delle paludi costiere del lago di Bolsena. Venne per questo edificato un paese tutto nuovo (San Lorenzo Nuovo, appunto), collocato più in alto, ben lontano dai miasmi che favorivano il proliferare della zanzara anofele.

Di storie come questa ce ne sono migliaia, nel nostro paese. L'ignoranza delle cause e delle più basilari norme igieniche, decimava la popolazione con tristi cadenze regolari, e non parliamo di millenni fa: la cosiddetta epidemia di "Spagnola" risale al periodo della Prima Guerra Mondiale, e le epidemie di colera hanno fiaccato le popolazioni in tempi recentissimi, nonostante i progressi della scienza medica. 


La verità è che la Natura ha generato virus, batteri e altre pestilenze per controllare le popolazioni animali, e dunque anche la nostra; queste malattie sono, e sono state, però un potente strumento in mano all'evoluzione, permettendo di selezionare "il più adatto" alla sopravvivenza. Noi oggi ci siamo sottratti, grazie alla tecnologia, a questo processo, ma restiamo pur sempre animali, e pur sempre vulnerabili, anche perché i nostri corpi possono essere protetti da vaccini e medicine, ma sono sostanzialmente meno adatti a superare certe minacce, in particolare per il venire meno della capacità di adattamento e per una ridotta resistenza, fiaccata da cibi troppo raffinati, sostanze inquinanti, polveri sottili e quant'altro.

Rispetto ai nostri antenati abbiamo molte più informazioni e molti più strumenti, ovviamente, ma questo non ci libera dalla paura, che probabilmente è atavica. Nasciamo con la paura delle malattie e basta poco a scatenare non solo la necessaria prudenza, ma anche un panico irrazionale, amplificato ad arte dai mass media. Di questa paura - io credo - manca un'efficace narrazione fotografica.


Non parlo della fotografia di reportage, che fa il proprio dovere riportandoci immagini da ogni angolo del mondo e mostrandoci gli effetti del virus Ebola, della Sars e ora del Covid-19. No, parlo della fotografia "creativa", di quella creata dagli "artisti" che dovrebbero narrarci, grazie alle proprie fotografie, non tanto la cronaca - da cui siamo sommersi - quanto l'interiorità, l'aspetto spirituale e psicologico di crisi come questa.

In verità un certo tipo di fotografia è oggi spesso (ma non sempre per fortuna) ripiegata su se stessa: mostra l'artefice più che interpretare la realtà. Vediamo un ego smisurato, ma non percepiamo il dolore del mondo. Sia chiaro: ogni fotografo ogniqualvolta preme il pulsante di scatto realizza una sorta di "autoritratto", nel senso che mette sempre sé stesso nella foto: il problema nasce però quando quel che vediamo è solo questo riflesso e poco altro.

Sarebbe invece interessante ammirare dei lavori che attraverso un filtro personale interpretino in maniera universale le mille tematiche che la nostra epoca ci offre. Che non ci parlino specificatamente (o almeno non solo) del coronavirus in quanto tale ma della paura e dell'effetto che può avere su di noi, sul nostro modo di percepire il mondo circostante.

Esistono coraggiosi e validi tentativi in tal senso, ma il loro numero è davvero esiguo rispetto alla grandiosità delle tematiche in gioco. Come se dinanzi ai grandi eventi della Storia, ci fosse una sola e unica modalità: la narrazione dei fatti, in una presunta (e falsa) oggettività di stampo giornalistico. Io invece credo che a volte occorrerebbe imparare a conoscere una determinata realtà per poi raccontarla anche senza mostrarla.

Come giustamente scrive Diego Mormorio a proposito di una nota fotografia di Roger Fenton del 1855 - scattata durante la Guerra di Crimea - "nessun fotografo ha saputo eguagliare la terribilità di questo paesaggio di guerra. Senza mostrare neanche una goccia di sangue e senza mostrare alcun morto, Fenton ci mette sotto gli occhi tutto il sangue e tutti i morti di tutte le guerre".


"La valle dell'ombra della morte" (sopra) è una delle foto più note del grande fotografo inglese, eppure a guardarla bene c'è solo una stretta vallecola arida in cui si notano innumerevoli palle di cannone. Quanto basta a evocare il senso della guerra, ben più delle altre foto che Fenton realizzò durante quella spedizione e che ci mostrano soldati, generali e paesaggi della Crimea.

Ecco, credo sarebbe un progetto importante quello di raccontare in questo modo la realtà del nostro XXI secolo che alla fine non è poi diverso dai secoli precedenti. Anzi, se posso dirlo, forse questo è il secolo in cui più forte si nota la presenza della paura, la Signora e padrona delle pagine dei giornali e dei siti Internet, che tutto lega come un filo sottile.

Più la tecnologia va avanti, più ci instillano il morbo dell'insicurezza, in modo che siamo spinti ad alleviarla acquistando sempre nuova merce, specialmente device elettronici, cosìo da rimanere connessi e informati, e dunque sempre più spaventati, in un circuito infernale. La fotografia non si sottrae a questo schema, e non da oggi. Già da molti anni i fotografi hanno ripiegato spesso su un modo di intendere la propria arte che è "virale" da molti punti di vista, si diffonde come il coronavirus, è altamente infettiva - quanto vuota - e non lascia tracce. Consola la paura per un istante, ma poi l'effetto scompare, ed occorre alzare l'asticella.

Oppure si concentra sulle paure del fotografo stesso, sulla sua smisurata "anima sofferente" che come un gigantesco filtro mostra un mondo in frantumi e pieno di assurdità, eppure non ce lo fa vedere davvero. Sono i fotografi più amati dal "sistema" dell'arte, perché all'apparenza sono rivoluzionari, innovativi, "contro", ma nei fatti non aggiungono nulla a quanto già sappiamo e, come osservava mezzo secolo fa Franco Vaccari, la fotografia deve mostrarmi quel che non so, non confermarmi quel che già conosco e a volte mi opprime.




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