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L'operaio Fotografo di Bordieu

Chi mi conosce, e conosce il mio lavoro, sa quanto ami le fotocamere "vintage", soprattutto quelle "popolari", cioè quelle che - specialmente negli anni poco prima e subito dopo la II Guerra Mondiale - erano progettate e costruite per "il popolo", per creare insomma le fotografie degli album di famiglia.


A me piacciono perché poco intellettuali, prive delle sovrastrutture (a volte puramente ideologiche) che infettano le varie Leica e Contax, Hasselblad e Rollei.

Naturalmente cerco di usarle "seriamente", cioé per creare progetti fotografici, come il mio ultimo lavoro "Una Momentanea Eternità", e comunque utilizzando il treppiedi, l'esposimetro e la cura che si metterebbe nello scattare una foto con una fotocamera "seria". Un'ibridazione, diciamo. Anche se poi il risultato finale è pieno di difetti: ma sono i difetti, le macchie, i "light leaks" che mi intrigano!

Molte delle fotocamere popolari in passato avevano un design semplice, una tecnologia limitata, comprensibile, avevano un rapporto “amichevole” con coloro che le utilizzavano. Non certo grandi fotografi (quelli usavano i banchi ottici, le fotocamere grande formato o le citate Leica e Contax) ma i fotografi  della domenica e soprattutto le famiglie.


Ne parla abbondantemente Pierre Bourdieu nel suo saggio "Un’arte media: Saggio sugli usi sociali della fotografia" in cui esamina appunto la fotografia legata alle famiglie, come utilizzo di tipo sociale: "...si possono descrivere così le “motivazioni” dell’attività fotografica: fare fotografie, conservarle o guardarle può arrecare soddisfazione sotto cinque aspetti: la protezione contro il tempo, la comunicazione con altri e l’espressione dei sentimenti, la realizzazione di sé, il prestigio sociale, la distrazione o l’evasione”.

Oggi magari il prestigio non è più una motivazione così potente, e forse è venuta in buona parte meno l'esigenza di combattere il trascorrere del tempo, mentre di certo vanno ancora per la maggiore la "distrazione o l'evasione", ma soprattutto la comunicazione con altri, che anzi è diventata lo scopo primo e assoluto di tanta fotografia contemporanea.

Il libro di Bordieu è molto datato (la prima edizione è del 1965), e fa riferimento a una società che non esiste più. Ma certi fenomeni non sono poi cambiati molto, semmai si sono estremizzati. Quel che è certo è che il rapporto con lo strumento fotografico (la fotocamera) rimane conflittuale, legato al più classico dei "vorrei ma non posso".


C'era allora - e sussiste ancora oggi - la convinzione che solo con fotocamere di pregio e tecnologicamente avanzate si possano realizzare fotografie degne, che funzionano. E chi non poteva permettersele, cercava allora di far leva sulle proprie personali capacità, magari inesistenti. L'operaio di Bordieu si vantava (come faccio anch'io, ma spero con esiti più verificabili) di saper realizzare buone foto anche con fotocamere da poco prezzo.

"Se gli operai più appassionati alla fotografia insistono spesso con una certa fierezza sulla semplicità della loro attrezzatura, presentando come una scelta accorta ciò che è anche l’effetto di costrizioni economiche, è che essi trovano nella raffinatezza delle manipolazioni tecniche un modo di conciliare il loro interesse per gli oggetti più perfezionati (quindi più cari) con la cura di evitarne l’acquisto impossibile: “Gli apparecchi sono come tutto il resto, il più caro non è il migliore ... A differenza della passione per le attività minute o, come si dice, “gadgets” che moltiplica le manipolazioni moltiplicando gli oggetti da manipolare, questo bricolage ascetico supplisce all’assenza o alla semplicità eccessiva dello strumento con l’abilità d’inventare soluzioni ingegnose che consentiranno di ottenere lo stesso risultato con i mezzi più comuni: ostentare disprezzo per le raffinatezze degli oggetti tecnici in nome di una raffinatezza da esperti è il modo più realistico di riconoscerne l’inaccessibilità senza rinunciare alla loro perfezione".

Si, decisamente mi vanto di essere come gli operai di Bordieu! E lo faccio dopo vent'anni di fotografia professionale che mi ha costretto sempre a pensare con un certo disagio a come ottenere il massimo senza spendere fortune, ma inevitabilmente investendo parecchi dei soldi guadagnati per restare allineato alle esigenze del "mercato". Ma quando si parla di fotografia creativa, la libertà è - e deve essere - totale, da ogni punto di vista.

Oltre a questo aspetto creativo, comunque, debbo dire che c'è anche qualcosa in più. Il fatto è che oggi le fotocamere si somigliano tutte, nonostante gli sforzi dei designer che, oltretutto, per creare qualcosa di apparentemente originale spesso si rifanno proprio alle forme classiche del passato (e non vale solo per le fotocamere).


Un tempo invece le fotocamere avevano forme sempre diverse, a volte francamente strane. Chiunque poteva metter su una fabbrica di fotocamere: in alcuni casi, come quello della società francese MIOM, produttrice delle fotocamere Photax, erano fabbriche di prodotti in bachelite che differenziavano la produzione.

Le Photax videro la luce nel 1937 e rimasero in produzione, con diverse varianti, sino ai primi anni '70! Le fotocamere infatti duravano molto di più: i modelli si aggiornavano, ma nei fatti continuavano a esser prodotti anche venti o trenta anni senza sostanziali modifiche. D'altra parte non c'era la necessità di continui upgrade, la tecnologia era talmente semplice che diventava remunerativa con poco e non si spendevano di certo somme ingenti nella ricerca per stare avanti la concorrenza. I "clienti" non stavano sempre lì a comprare il modello nuovo: lo facevano solo se quello vecchio si rompeva, e accadeva di rado.

Era d’altra parte molto dilatato l’uso che di queste fotocamere si faceva: si utilizzavano per eventi, viaggi, vacanze. Si scattava un rullo, si attendeva che il laboratorio restituisse le stampe e si godeva del risultato. Poi passavano mesi senza che altre foto venissero realizzate.

Molte volte le fotocamere passavano di padre in figlio. Prima di rompersi definitivamente, la Rolleicord che mio padre comprò negli anni ‘60 è passata nelle mani di mio fratello e poi nelle mie: praticamente più di quarant’anni di onesta attività fotografica senza particolari problemi!


Oggi i ritmi sono ben diversi.

Si scatta la foto – magari con lo smartphone - e due secondi dopo la foto è già online, consumata e presto dimenticata. E avanti così, a ripetizione. Non c’è sedimentazione, nessuna di queste foto diventa ricordo, ma solo massa, melma visiva, elemento indistinto tra miliardi di foto che hanno lo stesso scopo, fermare l’istante e durare pochi attimi. 

Tra le generazioni non si passano più non solo le fotocamere, ma neanche gli album, ancor meno se ne passeranno in futuro. La nostra è la generazione in cui i figli e i nipoti avranno pochissimi ricordi sotto forma di foto – e in fondo nemmeno gli importa.

Io ho due diverse versioni della Photax: la "Blindé" del 1947 e la serie V, con obiettivo (sempre a menisco, dunque lente singola) realizzato da Angenieux. Utilizzano pellicola formato 620, il che mi obbliga a ribobinare le pellicole 120 (poco male), e sfruttano il formato 6x9 cm (la V ha una mascherina per realizzare negativi anche 6x6 cm) che veniva stampato a contatto: un formato sufficiente per gli album di famiglia di allora!

La qualità è buona solo al centro, dove veniva usualmente collocato il soggetto principale (il caro familiare o il monumento ripreso durante le vacanze) mentre i bordi decadono repentinamente. La serie V ha anche una forte vignettatura, che fa molto "Lomography".

Debbo dire di amare molto questo genere di fotocamere - ho anche due FEX, sempre di fabbricazione francese, una delle quali ho trasformato per l'uso col foro stenopeico - semplici, massicce, belle a vedersi, piacevoli da utilizzare anche se a volte ti fanno arrabbiare perché si bloccano o hanno rallentamenti.

Mi piace la loro "accessibilità": io che non sono certo un asso del fai-da-te, comunque ho facilmente aperto la Photax per pulire la lente e ingrassare gli ingranaggi, semplicissimi, dello scatto a ghigliottina (in fondo è una fotocamera francese!). Non oserei mai fare una cosa del genere non dico con una digitale, ma nemmeno con una reflex a pellicola. 

Insomma, saranno anche fotocamere da operai squattrinati, ma hanno fascino da vendere...


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Commenti

  1. Marco è sempre un piacere leggerti, la tua/nostra "nostalgia" di tempi e approcci fotografici ormai del passato non fa che alimentare maggiormente la passione, che sia "vintage" o moderna bisognerebbe recuperare la volontà di fare fotografie per un significato, uno scopo preciso, per trasmettere un messaggio, qualcosa che non sia solo la ripresa dell'instante da buttare nel mucchio, o peggio una auto-celebrazione e/o un voler ricordare/ribadire ad altri (sconosciuti) che nel mondo "virtuale" esistiamo anche noi.

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    1. Grazie Camillo, come sai sono perfettamente d'accordo con le tue osservazioni! ;-)

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