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Ci vogliono anni per apprendere la tecnica!

Anni, e parecchi pure. Ma, per completare la frase piena di saggezza orientale, occorre poi il resto della vita per dimenticarla.

E' l'azione di dimenticare la tecnica la cosa più difficile e complessa che si trova ad affrontare qualsiasi fotografo voglia crescere dal punto di vista creativo. Se diamo per scontato che per fare una fotografia occorrevano precise capacità - oggi in buona parte sostituite da automatismi - e l'abilità per utilizzarle senza pensarci troppo su, "al volo" diciamo, dobbiamo però anche accettare che la tecnica, intesa come l'insieme di competenze necessarie a fare un buona foto, diventa prima o poi un impaccio. 


Ci ostacola, ci tiene legati a quel che già conosciamo, ci spinge a inseguire il "vello d'oro" della perfezione, chimera da tutti ambita e che ognuno poi misura in modo diverso. Per alcuni sono le linee per millimetro, la nitidezza, la grandezza dei file o la superficie del negativo, la gamma di grigi o l'estensione tonale dei colori, per altri sono il tipo di soggetto ripreso, la composizione, la luce e quant'altro. E ovviamente un mix di tutte queste cose.

Ma probabilmente la verità è che un fotografia davvero valida è quella che rifugge dalla tecnica e basta, che la utilizza magari, ma punta tutto sulle emozioni, le idee, le necessità espressive del fotografo. Per troppo tempo si è ritenuto che senza una competenza tecnica inossidabile e a prova di errore non si potesse esprimere nulla di valido, successivamente si è imposta un'iconografia che faceva del difetto (lo sfocato, il mosso, le linee storte, l'inqudratura sballata) il proprio punto di forza. Ma anche questo modo di fotografare diventava una tecnica, un insieme di regole basate sul non rispettare le regole. E si cominciava daccapo.


Alla fine ciò che conta è far diventare la tecnica parte di noi e poi dimenticarla, e cercare sempre strade nuove per dire quel che abbiamo da dire; conoscere e saper usare i fondamenti della fotografia, ma non dipendere da essi,  perché siamo in grado, in qualsiasi momento, di stravolgerli, se necessario. 

In un periodo in cui la fotografia è sempre più un fatto di tecnica spinta all'estremo - perché sostenuta dalla tecnologia che mette a disposizione di chiunque le competenze che un tempo andavano conquistate con fatica e col tempo - diventa particolarmente importante uscire da questa bolla della foto leccata e rifinita, ma spesso senz'anima. E lavorare pensando alla strada che si vuole percorrere, e dunque a tutta la nostra produzione fotografica, non solo alla singola fotografia "davvero riuscita". Perché in fondo, mi vien da dire, la caratteristica più importante di un bravo fotografo è proprio la continuità, non la competenza tecnica o la capacità di ottenere belle inquadrature.


A ogni fotografo può capitare di scattare una foto davvero "bella", in grado di vincere concorsi o finire su riviste patinate. Al bravo fotografo può anche non capitare mai un simile exploit. Ma ha dalla sua la continuità, cioè la capacità di produrre costantemente, nel tempo, un corpo molto vasto di immagini significative, che nell'insieme rappresentano un'opera degna di essere vista e conosciuta. 

Il dilettante si accontenta della singola foto bella, l'artista e il fotografo consapevole cerca di realizzare, per tutta la vita, un'opera complessa, composta da centinaia, se non migliaia di immagini, tra loro connesse, magari sottilmente.

[Le foto che illustrano il post sono realizzate con fotocamera analogica Nikon FE e pellicola Ilford PAN100]


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