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Per favore, si spieghi! Ovvero come evitare le Scatole Verdi

Marcel Duchamp lavorò all'opera "La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche", più nota come Grande Vetro, per ben otto anni, dal 1915 al 1923. Si tratta di un vero e proprio rompicapo per i critici e, secondo alcuni, di una severa presa in giro. La natura ironica e quasi "buffonesca" delle opere di Duichamp, in fondo, è cosa nota.

Sta di fatto che qualche anno dopo, nel 1934, Duchamp fece uscire la cosiddetta "Scatola Verde" (per il colore della carta di cui era rivestita) per le edizioni Rrose Sélavy, con una tiratura di 320 copie. Si tratta di una raccolta di schizzi, immagini e scritti che dovrebbero definitivamente chiarire il senso dell'opera. 

Dovrebbero, sottolineo.


In realtà la "spiegazione" complica ancor di più la faccenda, e scommetto che ha provocato severi mal di testa ai molti critici che si sono messi a studiare l'opera. Secondo Rosalind Krauss il "Grande Vetro" ha parentele più con la fotografia che con la pittura, sebbene debba confessare di non aver del tutto compreso le sue motivazioni.

Quel che a me sembra - semmai - è che il vero punto di contatto stia nel fatto che l'autore abbia impiegato così grande sforzo (peraltro inutile) nello spiegare un'opera incomprensibile, e ben sappiamo che - come ebbe a dire un fotografo un po' di anni fa - il problema è che noi fotografi impieghiamo una frazione di secondo per scattare una foto e poi ci serve una vita per spiegarla.

Certo potrei "contro-citare" Ansel Adams che sosteneva che una foto è come una barzelletta e se devi spiegarla non è venuta bene, ma il punto è che ci sono in giro un sacco di fotografi che sentono la necessità di allegare al proprio scatto una serie di istruzioni più o meno lunghe, che spesso prendono la forma della vera e propria "giustificazione", tipo quella che portavamo a scuola quando bigiavamo le lezioni.

Debbo dire che trovo ci siano diverse modalità per "spiegare" una foto, alcune accettabili - a volte necessarie - altre insopportabili e negative. Come distinguerle?

Direi che è piuttosto facile. Se si realizza una foto, sia "normale" che particolarmente "creativa" (leggi: incomprensibile) e ci si allega una serie di considerazioni che cercano di narrare la genesi della foto stessa, l'ispirazione da cui si è partiti, sinanche il processo di realizzazione, allora è tutto ok, disco verde. Non mi si sta imponendo una lettura, mi si sta solo inquadrando l'opera nel suo contesto, fornendomi utili indicazioni per non allontanarmi troppo dalle intenzioni del fotografo, ma nemmeno mi si obbliga a rimanervi vincolato.


Ma se si comincia a spiegare che la foto rappresenta "un sussulto dell'anima", che l'autore vi ha riprodotto "il senso dell'eterno intrinseco nello spirito delle cose" e altre fandonie del genere, occhio: qui si sta giocando alla "Scatola Verde", e il disco deve diventare rosso.

L'autore ha prodotto qualcosa di comprensibile solo a lui (forse), e lo sa, e siccome non sa spiegare quel che ha fatto, genera una cortina fumogena mettendoci dentro parole ad cazzum che vorrebbero sembrare ispirate ma che invece sono semplicemente criptiche e incomprensibili, come quelle di tanti critici più o meno prezzolati.

Si parte dal presupposto che l'Arte - in qualsiasi forma si esprima - debba essere difficile: il Contemporaneo schifa il facile e l'immediato, come se fossero sinonimi di superficialità. Se è comprensibile a tutti, dev'essere sbagliato, perbacco!

Personalmente trovo che l'arte dovrebbe essere profonda, non difficile, e possibilmente multilivello, cioè consentire letture personalizzate, adattarsi a diverse forme mentali, a diversi livelli culturali, puntare all'universale e non già alla nicchia selezionata solo in nome di un codice segreto che solo coloro i quali hanno in mano la chiave di decodificazione sanno decifrare.

Roba che nemmeno James Bond!


Alla fine il risultato è allontanare le persone, che hanno paura di sembrare stupide e reagiscono in due modi, sostanzialmente: fingono di capirci qualcosa, tanto nessuno ci capisce un tubo ed è difficile che si venga sputtanati, oppure sgattaiolano via di nascosto e addio. "Non fa per me", dicono, e così uccidono di fatto l'Arte, che diventa materiale per piccole elite di onanisti delle belle parole, arrotolate tutt'intorno al nulla.

Intendo dire che Duchamp era un truffatore e non un vero artista? No tutt'altro: dico però che la vera opera d'arte è proprio nella presa in giro che cerca di scardinare il vecchio sistema accademico, introducendo un grimaldello in grado di aprire strade nuove, confondere le menti per spalancarle verso nuove conquiste, nuove sfide, nuovi orizzonti. E in questo però ha fallito: perché ci sono ancora studiosi che cercano di spiegare l'inspiegabile e credono che arriverà un giorno in cui tutto sarà più chiaro, che l'arte contemporanea, che Duchamp, Pollock o chi per loro non avranno più segreti. 

Ma è il segreto, quello che conta davvero, secondo me. Non c'è nulla da rivelare, solo seguire la provocazione e farne buon uso. Nella pittura come nella scultura, nella fotografia come nel video. Tutt'altro che facile, in effetti...

[Nota: le foto che illustrano il post sono tutte analogiche e sono parte del nuovo progetto a cui sto lavorando]


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