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Visualizzazione dei post da Dicembre, 2019

Nell'oscurità, la luce...

L'invasione è iniziata tanto tempo fa. Decenni, forse addirittura secoli. 
Un tempo le persone, quando erano libere dal lavoro o altri impegni (e, in effetti, accadeva di rado), si riunivano tra loro, si raccontavano storie, chiacchieravano, giocavano o chissà cos'altro. In seguito, almeno chi sapeva leggere, si isolava per godersi i propri libri, con tutte le varianti: sotto un albero a studiare Dante, sul muricciolo del lungomare o al tavolino del bar a leggere il quotidiano, in biblioteca a scorrere tomi di filosofia, di storia o di altro. La cultura portava a isolarsi, questo bisogna dirlo. Però in cambio si avevano le conoscenze e le informazioni, che non è roba da poco.
Successivamente è arrivata la radio, poi la televisione, poi Internet. 
E la capacità di isolarsi è diventata comune, anzi ubiquitaria. Il tempo libero - e a volte anche quello lavorativo - lo si trascorre senza alzare quasi mai gli occhi da uno schermo. Le nostre vite sono piene, sature dei Social, dell…

Un progetto istantaneo (e molto Surrealista)

Sulla rivista surrealista "Minotaure" (dicembre 1933) vennero pubblicate alcune fotografie di Brassai intitolate "Sculputures Involontaires", realizzate in collaborazione con Dalì.

Si tratta di macrofotografie di "objects trouvè" nelle tasche dei pantaloni (biglietti del tram appallottolati, pezzetti di carta, ecc.) o nell'ambiente circostante (pasta dentifricia sul bordo di un lavandino, scaglie di sapone, mollichine di pane, e così via).
Insomma, secondo la logica dell'automatismo - tutta Surrealista - ognuno di noi crea a getto continuo delle piccole sculture e basta la fotocamera a scovarle e rivelarle al mondo. Un'operazione - con modalità diverse - ripresa anche dall'artista messicano Gabriel Orozco alla fine degli anni '90 e successivamente anche da altri artisti.
Qualche giorno fa mi trovavo a Roma per una visita medica e durante il tragitto dall'ospedale alla fermata dell'autobus - debitamente allungata per... motivi …

Per favore, si spieghi! Ovvero come evitare le Scatole Verdi

Marcel Duchamp lavorò all'opera "La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche", più nota come Grande Vetro, per ben otto anni, dal 1915 al 1923. Si tratta di un vero e proprio rompicapo per i critici e, secondo alcuni, di una severa presa in giro. La natura ironica e quasi "buffonesca" delle opere di Duichamp, in fondo, è cosa nota.
Sta di fatto che qualche anno dopo, nel 1934, Duchamp fece uscire la cosiddetta "Scatola Verde" (per il colore della carta di cui era rivestita) per le edizioni Rrose Sélavy, con una tiratura di 320 copie. Si tratta di una raccolta di schizzi, immagini e scritti che dovrebbero definitivamente chiarire il senso dell'opera. 
Dovrebbero, sottolineo.


In realtà la "spiegazione" complica ancor di più la faccenda, e scommetto che ha provocato severi mal di testa ai molti critici che si sono messi a studiare l'opera. Secondo Rosalind Krauss il "Grande Vetro" ha parentele più con la fotografia che con …

Una ricerca naturale

Il mio prossimo lavoro fotografico, e il mio prossimo libro, saranno dedicati alla natura e ai paesaggi naturali. Per una volta niente ruderi e siti abbandonati (ma ci tornerò su successivamente!), qunato piuttosto alberi e cascate, torrenti e prati.
Questo lavoro, praticamente concluso, mi ha impegnato per molti anni (quasi dieci), ed è stato svolto in parallelo con gli altri. Non lavoro quasi mai a un progetto alla volta: trovo più interessante e creativo seguirne più di uno in contemporanea, in modo da evitare la "fissazione" su un tema, con tutti i problemi che una "monomania" può comportare. Inoltre si favorisce il passaggio delle idee da un progetto all'altro, e si mantiene desto l'entusiasmo.

Per fotografare la natura ho deciso - dopo qualche titubanza - di ricorrere al digitale e non all'analogico, sebbene sempre in bianco e nero. Credo che il digitale sia più adatto a realizzare fotografie "precise", che mostrino il soggetto senza l&…

La conquista dell'Himalaya, andata e (non) ritorno

Nel 1951 un giovane alpinista chiese alla FEX, una delle più note ditte produttrici di fotocamere in Francia ( in quegli anni), di sponsorizzare la sua impresa: raggiungere la vetta dell'Himalaya e, ovviamente, eseguire una completa documentazione fotografica del viaggio.
L'impresa fu portata a compimento con successo, e la FEX creò per l'occasione una versione speciale della sua fotocamera di maggior successo, la Ultra FEX, prodotta già dal 1947 (e sino al 1962). Invece della solita scritta "France", sul frontale venne scritto per l'occasione "Himalaya" e la scatola con cui veniva venduta era arricchita dalle foto scattate durante la salita alla vetta più alta del mondo. Una bella storia a lieto fine, no?
No, perché qualche tempo dopo l'alpinista volle ritentare l'impresa e stavolta gli andò male, dunque il suo corpo giace in qualche ghiacciaio sul tetto del mondo, con accanto la fidata FEX. Chissà che tra qualche anno, complice il riscald…