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Una scenografia degna

L'idea suggerita dal geografo Eugenio Turri secondo cui il Paesaggio è come un Teatro - o meglio una scenografia - in cui le persone recitano un ruolo, modificandolo e adattandolo a seconda del copione, mi affascina molto. E pochi "scenografi" sono stati più attivi e importanti dei contadini.
Per millenni hanno modificato il volto stesso della Terra, abbattendo foreste e arando campi, piantando ulivi e viti, creando canali di irrigazione, e alimentando con il loro lavoro le città, i borghi e gli eserciti dei potenti.


Naturalmente non era sempre tutto così lineare. Da sempre il lavoro umano è sottoposto - e asservito - alle mire e alle aspirazioni dei nobili e dei potenti, e a seconda delle loro volontà un territorio poteva essere ben gestito o andare in malora. Basti pensare ai vasti possedimenti terrieri che le famiglie nobili, ma anche la Chiesa, possedevano in Maremma e intorno Roma (la cosiddetta Campagna Romana), vastissimi latifondi tenuti a pascolo in cui solo pochi braccianti potevano sopravvivere a stento, trattati quasi come schiavi. Teatro tragico, insomma.


Tuttavia, non c'è dubbio che laddove l'agricoltura sapeva dialogare e armonizzarsi con la Natura - che la sfida è da sempre questa - come nelle terre intorno Siena (e l'affresco del "Buongoverno" del Lorenzetti lo dimostra), quel che veniva creato era davvero uno spettacolo, una scenografia degna di importanti rappresentazioni.

Un mondo che è in grave pericolo. Una volta scrissi un articolo per un catalogo della Regione Lazio in cui osservavo che l'ecosistema più in pericolo nel nostro paese è proprio quello agricolo. Molti non pensano alla campagna come a un ecosistema, eppure lo è. Se gestita come un tempo, con innumerevoli siepi, boschetti, alberi solitari, muri a secco, campi ad erba, pascoli (tutti ambienti che i naturalisti definiscono ecotoni, ecosistemi di passaggio) la campagna è un ambiente ricchissimo di vita, perché vi si incontrano specie tipiche (a cominciare dalle albanelle ai falchi grillai, dai rettili agli anfibi, fino ai mammiferi anche di grossa taglia), insieme a quelle che abitano i boschi e i prati.

Purtroppo nell'ultimo secolo il modificarsi dei sistemi di coltivazione, con campi sempre più ampi e gestiti in modo meccanizzato, ha portato alla scomparsa delle siepi e degli alberi solitari (un intralcio per il trattore), mentre l'uso di diserbanti e pesticidi ha distrutto la microfauna e di conseguenza sterminato gli uccelli - come le rondini - che di essa si nutrono.


Logiche di mercato, e non più la natura, regola le scelte del contadino, che estirpa le coltivazioni tradizionali per piantare lucrosi noccioleti industriali, come qui in Tuscia, che richiedono grandi quantità di veleni chimici per essere condotti. Il paesaggio cambia, lo scenario muta, la rappresentazione diventa tragedia, se non farsa.

Con tutto questo, e molto altro che non voglio anticiparti, anche per non annoiarti, mi sto confrontando nel mio nuovo progetto fotografico analogico. Il racconto di come stiamo perdendo gli scenari più importanti, di come per distrazione e disinteresse, non ci accorgiamo di come viene cambiato lo sfondo delle nostre vite e dunque il copione della recita, e delle conseguenze che tutto questo ha. 


In nome della sovrapproduzione, del consumismo sfrenato, della speculazione pura e semplice, abbattiamo boschi, distruggiamo prati, mandiamo in fumo millenni di cultura - in Italia, in Europa e nel mondo, come in Amazzonia - per produrre cibo di scarsa qualità, stucchevole nel sapore, insipido e gonfio d'acqua e a volte di veleni, senza renderci conto che - oltre al gravissimo problema dei mutamenti climatici - corriamo il rischio di essere come l'albero abbattuto, di non avere più radici. 

Tutto questo è potuto avvenire anche grazie al fatto che la maggior parte delle persone oramai vive in città, calpesta asfalto, si aggira tra il cemento e non si accorge di ciò che avviene. 

I contadini-artisti di un tempo, quelli che coltivando i campi creavano delle autentiche opere d'arte, che ritroviamo sullo sfondo dei dipinti di Santi e Madonne rinascimentali, ancora esistono, ma sono sempre più tentati di vendere il bosco nella loro proprietà a chi sfrutta le biomasse, e affittare i propri terreni per installarvi impianti fotovoltaici, il tutto nel nome di una malintesa ecologia della produzione energetica che, se non congiunta a una seria politica di risparmio e ottimizzazione dei consumi, e a una intelligente pianificazione volta a ridurne l'impatto paesaggistico e "l'impronta ecologica", è solo una solenne presa in giro.


Come fotografo paesaggista cerco di trovare i segni del passato e anche quelli del mutamento, e la consistenza materica e "minerale" della pellicola mi sembra l'unico supporto in grado di aiutarmi nella mia piccola impresa di testimonianza. Come Giacomelli con la sua "Presa di coscienza sulla Natura", cerco i segni sulla terra, consapevole che quell'antico linguaggio - anche se scritto con il trattore e non con i buoi - resta di fondamentale importanza per i nostri destini.



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