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Il fotografo e le parole

Ci sono fotografi che con le parole hanno poca dimestichezza e che per questo sostenevano - non a torto - che loro fotografano proprio per non doverle usare. Ma poi alla fine, volenti o nolenti, qualche parola la dovevano pur usare, se non altro per scrivere le didascalie.


Lo stesso Ansel Adams, che come noto riteneva che le fotografie son come le barzellette e "se devi spiegarle non son venute bene", pure dedicò molto tempo e molta attenzione alla scrittura, sia pur di tipo tecnico, basti pensare alla sua corposa trilogia su fotocamera, negativo e stampa.

In realtà ci sono stati fotografi che hanno finito per far prevalere l'aspetto prosaico a quello iconografico. Franco Vaccari, con la sua passione per nascondere l'Autore e far prevalere l'autonomia della fotocamera, alla fine è più famoso per quel che ha ideato, scritto e descritto che per le sue foto, che per lui erano principalmente uno strumento utile a concretizzare la propria poetica artistica più che oggetti validi in sé.

Ma insomma, foto e parole hanno una stretta connessione e se proprio il fotografo non sa maneggiarle al meglio, può sempre collaborare con uno scrittore, come fece Ghirri con Celati, o Strand con Zavattini.

A me maneggiare le parole è sempre piaciuto. In realtà non saprei distinguere tra fotografia e scrittura perché, senza scrivere, forse la mia fotografia si esaurirebbe in breve tempo. Quando realizzo un progetto riempio taccuini e taccuini di appunti, prendo note sul computer, faccio schizzi e mappe mentali. Non sono solo guide per le foto da fare, sono parte integrante del progetto, ed è per questo che poi le due parti restano assieme.


Avveniva già quando lavoravo per le riviste e scrivevo i testi oltre a scattare le fotografie, avviene ancor più oggi con i libri. Il mio ultimo progetto, "Una Momentanea Eternità" (edito da Penne&Papiri  con il logo di questo blog) è composto da foto analogiche, scattate con fotocamere vintage e stenopeiche, ma soprattutto da testi che ho elaborato nel corso di questi ultimi quattro anni, quelli necessari a completare anche la parte fotografica.

Man mano che i testi venivano abbozzati, evolvevano insieme alle foto, e viceversa, in un dialogo strettissimo, sebbene non diretto. Non amo molto i testi "didascalici" rispetto alle fotografie, diciamo che mi muovo secondo la logica zavattiniana che, all'epoca, venne parecchio criticata.

Alcuni critici sostennero infatti che nel libro "Un Paese", i testi di Zavattini non seguissero alla perfezione le foto di Paul Strand. 

La logica, all'epoca, era che se si pubblicava la foto di Mario Rossi, il testo accanto dovesse parlarci di chi fosse e cosa facesse Mario Rossi stesso. Invece Zavattini divagava, o faceva parlare altri. Non intendeva seguire passo passo Strand, e nemmeno il grande fotografo americano si mosse sul campo cercando di dar vita ai testi già scritti di Zavattini, cosa peraltro impossibile visto che i testi arrivarono parecchio in ritardo rispetto alle foto.


Certo, quando gli autori di testi e foto sono diversi, mantenere la reciproca autonomia pur nella necessaria osmosi è più facile. Ma quando, come nel mio caso, chi scrive i testi è lo stesso che scatta le foto, la faccenda si complica. Io ho cercato, nel libro, di realizzare testi che dessero conto delle mie "scoperte", delle mie considerazioni e delle mie riflessioni sul tema di fondo del progetto - il Passato e più in generale il Tempo - realizzando le foto affinché comunque fossero del tutto autonome rispetto alle parole scritte. 

Credo che questa sia la scelta migliore, per chiunque si trovi a dover realizzare un progetto fotografico, breve o complesso che sia. Buttare giù quello che gli anglosassoni chiamano "Artist Statement", le considerazione dell'autore, la sua idea di fondo. Quelle dieci, venti righe che spieghino, a un ipotetico lettore, il senso del progetto, l'ispirazione, l'idea che ci guiderà nel realizzarlo.

Successivamente, si può anche decidere di non mettere nemmeno una riga di testo. Esistono numerosi libri fotografici in cui - a parte magari un'introduzione - non ci sono testi a illustrare il tema, a "spiegare" le fotografie.

Ma se si decide che il testo è importante, ecco, io credo che sia bene non farlo didascalico. Cioè non seguire pedissequamente le fotografie: in fondo si tratterebbe di una ripetizione. Visto che si tratta di due linguaggi diversi, la cosa migliore è che si supportino l'un l'altro, senza invasioni di campo.

In "Una Momentanea Eternità" ho cercato di fare in questo modo: mi auguro che i lettori scoprano che ho avuto successo nel farlo!


[Se vuoi saperne di più sul libro e sul progetto, puoi andare sul mio sito]


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