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Visualizzazione dei post da Ottobre, 2019

Il blocco dello scrittore-fotografo

Sto cercando di tenere un ritmo tranquillo ma regolare su questo blog, sebbene la mancanza di commenti e interazioni renda difficile capire se i miei post interessino o meno i lettori, che pure ci sono. Insomma, ogni tanto mi blocco, pensando a che argomento trattare, e in fondo su dove portare questo spazio che era nato per la promozione delle mie attività e che nel frattempo è diventato una specie di luogo dove riflettere sulla fotografia in modo più libero e anarchico rispetto al blog che tengo su Reflex-Mania (EffeVentidue), che è quello "serio".

Ieri avevo deciso di sterzare molto di più verso la fotografia analogica, di fare quasi un blog "al grano d'argento", ma poi oggi non ne ero più così convinto. 
Oltretutto, leggendo i consigli dei "guru" di Internet, sembra che se in un blog, che pure è online da un po', non ci sono interazioni, questo è dannatamente un brutto segno. Significa che le persone non trovano nulla da aggiungere a quel che…

Una scenografia degna

L'idea suggerita dal geografo Eugenio Turri secondo cui il Paesaggio è come un Teatro - o meglio una scenografia - in cui le persone recitano un ruolo, modificandolo e adattandolo a seconda del copione, mi affascina molto. E pochi "scenografi" sono stati più attivi e importanti dei contadini. Per millenni hanno modificato il volto stesso della Terra, abbattendo foreste e arando campi, piantando ulivi e viti, creando canali di irrigazione, e alimentando con il loro lavoro le città, i borghi e gli eserciti dei potenti.

Naturalmente non era sempre tutto così lineare. Da sempre il lavoro umano è sottoposto - e asservito - alle mire e alle aspirazioni dei nobili e dei potenti, e a seconda delle loro volontà un territorio poteva essere ben gestito o andare in malora. Basti pensare ai vasti possedimenti terrieri che le famiglie nobili, ma anche la Chiesa, possedevano in Maremma e intorno Roma (la cosiddetta Campagna Romana), vastissimi latifondi tenuti a pascolo in cui solo po…

Senza regole

Un po' di anni fa misi in cantiere una mostra, tenutasi presso una galleria a via Giulia, a Roma, realizzata con foto pesantemente elaborate e francamente strane. Alcune di quelle stampe le ho ancora in giro per casa, appese al muro. Di tante foto, solo alcune le considero ancora "valide", nel senso che mi rappresentano in qualche modo.
Comunque da allora non ho mai smesso di produrre immagini particolari, diciamo molto "astratte" - sebbene l'astrattismo in fotografia non esista davvero - generalmente a colori, utilizzando tecniche davvero anarchiche. La mostra di via Giulia si intitolava "No Rules/Senza Regole": ecco, faccio ancora foto senza rispettare le regole, e mi piace un sacco.

Lo considero una specie di contrappeso rispetto alla fotografia che realizzo normalmente: in bianco e nero, analogica o digitale, di paesaggio o comunque di descrizione dei luoghi. 
Nelle fotografia "senza regole" utilizzo il colore e il soggetto di rado …

Il fotografo e le parole

Ci sono fotografi che con le parole hanno poca dimestichezza e che per questo sostenevano - non a torto - che loro fotografano proprio per non doverle usare. Ma poi alla fine, volenti o nolenti, qualche parola la dovevano pur usare, se non altro per scrivere le didascalie.

Lo stesso Ansel Adams, che come noto riteneva che le fotografie son come le barzellette e "se devi spiegarle non son venute bene", pure dedicò molto tempo e molta attenzione alla scrittura, sia pur di tipo tecnico, basti pensare alla sua corposa trilogia su fotocamera, negativo e stampa.
In realtà ci sono stati fotografi che hanno finito per far prevalere l'aspetto prosaico a quello iconografico. Franco Vaccari, con la sua passione per nascondere l'Autore e far prevalere l'autonomia della fotocamera, alla fine è più famoso per quel che ha ideato, scritto e descritto che per le sue foto, che per lui erano principalmente uno strumento utile a concretizzare la propria poetica artistica più che og…

Da dove siamo partiti

Non so se anche a te capita di riandare con la memoria ai primi tempi in cui hai iniziato a fotografare seriamente. E sottolineo seriamente.

Da ragazzino già avevo la mia bella fotocamerina, una Closter a telemetro datami da mio padre, ma non scattavo seriamente, solo per gioco, a volte ottenendo dei risultati decenti, il più delle volte delle immagini orrende. Almeno per quel che ricordo.
Nel 1988 trovai finalmente i fondi per acquistare la mia prima vera reflex, una Olympus OM10 con Manual Adapter, Zuiko 50 mm e un 70-210 mm Naigon. Mi ricordo ancora la soddisfazione di usare quella piccola fotocamera, e l'idea che avrei potuto tirarne fuori delle foto decisamente buone. Cosa che regolarmente non avvenne.
Non c'era ancora il digitale, e la curva di apprendimento era lunga. Io poi scattavo in bianco e nero, sviluppavo e stampavo da me e i risultati erano - da ogni punto di vista - scarsi. Ma ero contento lo stesso, la classica gioia del fotografo che è innamorato della fotoc…