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Tu per chi fotografi, per te stesso o per gli altri?

Questione spinosa quanto mai. Mettiamo di trovarci nella situazione del protagonista del film "Io sono Leggenda" (2007) interpretato da Will Smith e in cui si racconta di un uomo rimasto solo (a parte qualche mostriciattolo) dopo che una terribile epidemia ha cancellato tutti gli altri esseri umani. 

Bene, Robert Neville - il personaggio interpretato da Smith - secondo te si metterebbe a scattare fotografie? Per condividere cosa? Magari per ricordo? Chissà.

Fare arte e non avere un pubblico, insomma, ha un senso? Magari si, se pensiamo all'esperienza di Vivian Maier, che in fondo ha scattato migliaia di foto senza farle vedere a nessuno, anzi a volte senza nemmeno svilupparle. 

Ma in linea generale, mi sembra che senza avere un confronto e senza poter mostrare a qualcuno il risultato dei propri sforzi, in breve ci si trovi in un vicolo cieco, incapaci di procedere. Insomma, ci vuole equilibrio: la capacità di esprimere se stessi in modo onesto, senza per questo chiudersi o viceversa vendere l'anima al pubblico.


Lo scrittore americano Michael Connelly (Filadelfia, 21 luglio 1956) ha detto una volta che è “meglio scrivere per se stessi, e non avere pubblico, che scrivere per il pubblico e non avere se stessi".

Lo stesso potrebbe valere per la fotografia, in effetti: ma ci vuol poco a capire che l'ideale è fotografare per se stessi e anche per il pubblico, tenendo conto che il primo aspetto è comunque più importante del secondo.

I problemi nascono, in quest'epoca dei Social, dal diffondersi di determinate modalità di fare fotografia, basate su effetti "speciali", colori squillanti e a volte innaturali e soggetti che saltano subito agli occhi, ma che non si radicano dentro. 

D'altra parte in media le persone guardano a una foto per pochi secondi e o li si "acchiappa" subito, o li si perde per sempre. Così molti fotografi si lasciano convincere - dai "guru" di Internet che in genere si intendono di marketing non di fotografia - del fatto che sia assolutamente necessario avere un forte seguito online, creare una rete di "follower" attivi, diventare magari un "influencer" per poter vivere grazie alla propria "arte" e si gettano con entusiasmo in quello che possiamo considerare il mainstream internettiano della fotografia.

Navighi un po' sulla Rete e riconosci subito quel genere di foto. Belle, laccate, quasi lucide, senza sbavature, inquadrate al millimetro, esposte al milionesimo di secondo, editate da dio in terra, colorate, quasi spocchiose nel loro affermarsi come la summa del sapere fotografico.

Le guardi e ti chiedi di chi sia quella foto. Vai con la mente a quei due - tre nomi più o meno famosi che hanno creato questa iconografia o almeno l'hanno portata al successo (come Marc Adamus) e niente, sbagli ogni volta. 

Ogni volta, infatti, è un nome diverso. Chi sia stato il primo non si sa, ma gli epigoni abbondano come stelle nel cielo.


Il che è strano, perché una volta ogni fotografo, non appena raggiunta una minima consapevolezza, anelava a trovare anche un proprio modo di esprimersi, un proprio "stile". Oggi invece tanti fotografi godono nell'essere assimilati, quasi fosse un merito scattare secondo lo sguardo di qualcun altro. Una volta se ti dicevano "le tue foto sembrano quelle di Ansel Adams" t'incazzavi come un cane idrofobo, oggi ti sciogli in commossi ringraziamenti.

Viviamo dunque nell'epoca di coloro che fotografano per il pubblico e non hanno più se stessi, per riandare alla frase di Connelly?

Un po' forse si. Perché ovviamente i Social  sono solo una parte della realtà fotografica, nemmeno quella più interessante, mentre c'è tutto un mondo (anche nella Rete) che si regola in modo completamente diverso, a volte addirittura opposto, esagerando di nuovo perché delle fotografie comprensibili solo al proprio autore come minimo sono poco utili.

Dunque, per concludere, credo che la domanda da porsi sempre, quando ci si ferma un attimo a esaminare la propria attività fotografica, sia quella indicata nel titolo di questo post.

Scatti per te stesso e te ne freghi del pubblico, scatti per il pubblico e te ne freghi di te stesso o finalmente hai raggiunto un ragionevole equilibrio?

Rispondere a questo quesito potrebbe aprirti a una nuova consapevolezza, chissà.



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Commenti

  1. Sì, in effetti il tuo articolo mi porta a consolidare ulteriormente una riflessione che avevo già maturato. Le foto che realizzo le faccio in primo luogo per mio gradimento ma certo che avere un riscontro positivo dall'esterno costituisce un'ulteriore spinta a impegnarmi e a cercare di migliorarmi. Dalle critiche ricevute colgo solo ciò che a mio modo di vedere, capire e sentire ritengo corretto e utile. Anche una bocciatura può costituire uno stimolo per cambiare punto di vista, così come magari invece può paradossalmente rafforzare il mio lavoro. L'intimo desiderio di comunicare il mio sentire attraverso immagini c'è, ma senza un confronto, senza un pubblico, credo che esaurirei ben presto le energie. In fondo Vivian Maier, fotografa meravigliosa, qualche problemino lo doveva avere di sicuro...

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  2. Certo. Si scatta per se stessi come primo imput, poi scatta la voglia di condivisione. L'importante è non scattare solo per gli altri, "dimenticando" se stessi! Riguardo la Maier probabilmente la sua passione era più per realizzare le foto che per una voglia di condivisione. In effetti ne conosco diversi che fanno fatica a mostrare le proprie foto, ma comunque provano piacere nel realizzarle. In fondo l'animo umano è misterioso! Grazie per il tuo commento :-)

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