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Le regole sono importanti. Ma non quelle della composizione.

Da quel che mi ricordo - e fotografo da quando son bambino - la fotografia è quella cosa fatta di regole e regolette, rispettando le quali farai di certo "belle" foto. L'orizzonte dev'essere dritto, i soggetti vanno collocati secondo la regola dei terzi, non scattare controluce se non strettamente necessario, la luce buona è solo quella dell'alba e del tramonto, e così via, sai bene di cosa parlo.

Mi ci sono voluti quasi trent'anni per superare tutto questo, e cominciare a capire che non si può incasellare la creatività dentro regole rigide, accademiche, ma che ciò che conta è - come diceva Bill Brandt - solo il risultato. Del processo chissenefrega.

Ma poi ho capito che delle regole invece sono necessarie, e che non sono affatto quelle della composizione, ma quelle dettate dal tempo. Tutti noi vorremmo - nel vedere una potenziale immagine - essere istantaneamente pronti a scattare. Click, presa!


E invece il più delle volte dobbiamo seguire una procedura, che può essere accorciata, ma mai eliminata del tutto.

Se ho uno smartphone nel taschino, farò in tempo a prenderlo, avviare l'app della fotocamera, inquadrare e scattare, e così potrei fare avendo con me una piccola compatta, ma ci vuol poco a capire che comunque, se voglio ottenere qualcosa di valido, alcuni parametri minimi li dovrò regolare: il punto di messa a fuoco, l'esposizione (anche in automatico potrei decidere per una leggera sovra o sottoesposizione), l'inquadratura, stare attento agli ISO, al mosso, ai potenziali "accidenti" che potrebbero rovinare la foto.

Raramente una foto fatta "a vanvera" viene bene, e quando succede (a me è successo e scommetto anche a te) me lo ricordo, perché è cosa che capita davvero di rado.

Anche se non sei uno di quelli che ama la "ritualità" non puoi fare a meno di pensare che la fotografia sia un po' come la "cerimonia del Té" (Cha no yu) per un monaco Zen. Passi successivi, consapevoli, che portano a un risultato.

Prendere la fotocamera, decidere che ottica utilizzare, montarla, magari ricorrere a un treppiedi, comporre la scena, fare una lettura esposimetrica, fare le necessarie scelte tecniche e così - passo dopo passo - si arriva al fatidico click. Senza questo processo, senza questa ritualità, la foto non c'è, il più delle volte. O se c'è, è comunque poco valida.


E sarebbe un errore pensare che anche i fotografi di "Street" o i fotogiornalisti non operino in questo modo.

Lo fanno, semplicemente, a monte. Scelgono fotocamera e obiettivo (in genera grandangolare), impostano magari l'iperfocale (stile Cartier Bresson), fanno tutte le scelte necessarie (bianco e nero o colori, anche ai tempi del digitale, ISO alti o bassi, ecc.) e poi vanno per il mondo a cacciar fotografie. Ma non solo. Spesso esplorano i luoghi ancor prima di realizzare le foto, hanno ben in mente i punti adatti, le situazioni migliori, dove qualcosa potrebbe accadere. Tutto sembra casuale, e nulla lo è davvero.

Per quanto mi riguarda, mi son reso conto che è proprio questa ritualità che mi piace di più della fotografia. Mi piace preparare l'attrezzatura in vista di un'uscita, decidere come scattare, cosa cercherò di fare e mettere nello zaino ciò che potrà servirmi. Sul campo mi piace tirar fuori il treppiedi, montare i filtri, star lì a pensare, a pregustare lo scatto. Non dico che sia il sistema migliore, è semplicemente il mio, uno dei molti possibili.

Ma sono queste le "regole" inevitabili. E tanti fotografi nemmeno se ne rendono conto: tengono in grande considerazione le regole della composizione, e dimenticano quanto sia importante fare delle scelte consapevoli prima ancora di mettere l'occhio nel mirino o guardare il display.

Per questo ho sempre pensato che, laddove possibile, rallentare e fermarsi a pensare, e "perdersi a guardare" per dirla con Mimmo Jodice, sia la scuola fotografica migliore...



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