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Fotografia cimiteriale (ma anche stenopeica)

Tra la fine del XIX secolo e il primo dopoguerra, in Europa e negli USA si diffuse la cosiddetta "Spirit Photography", la fotografia dei fantasmi.

Grazie ad accorte doppie esposizioni, i fotografi che la praticavano convincevano i clienti che lo spirito dello zio, della mamma o del figlio/a si fosse manifestato sul vetro della lastra sensibile. Fu William Mumler, probabilmente, il primo a concepire questa "truffa", sostenuta anche da un clima di diffusa superstizione, dalle scarse conoscenze tecniche rispetto alla fotografia e ovviamente anche dall'abbondanza di "materia prima" fornita dalla Prima Guerra Mondiale.


Nello stesso periodo - e in verità ancor prima - ci furono molti fotografi che si dedicarono alla fotografia dei cadaveri: non quelli della "morgue", della Polizia scientifica o della cronaca giornalistica, ma quelli dei poveri cari appena mancati all'affetto di parenti ed amici. Abilmente ricomposti nei loro vestiti migliori, messi in posa grazie a sostegni nascosti, con le palpebre magari tenute su da invisibili "stecchini", i deceduti erano fotografati "come se fossero vivi". 

Adolphe-Eugene Disderi, pur auspicando, bontà sua, che la gente non aspetti di essere morta per farsi ritrarre, racconta con ricchezza di dettagli questo aspetto direi singolare della sua pratica professionale: «ogni volta che siamo stati chiamati a fare un ritratto dopo la morte, abbiamo vestito il morto degli abiti che vestiva abitualmente. Abbiamo raccomandato che gli fossero lasciati gli occhi aperti, lo abbiamo seduto ad un tavolo, e per operare abbiamo atteso sette o otto ore. In questo modo abbiamo potuto cogliere il momento in cui le contrazioni dell’agonia sparivano e ci era dato così di riprodurre un’apparenza di vita. È l’unico modo per ottenere un ritratto conveniente in modo che non ricordi alla persona cara quel momento doloroso che le ha tolto colui che amava ». 

Questo fenomeno riguardò in particolare i bambini, in un'epoca in cui la mortalità infantile era assai alta. Per converso, riguardò anche malfattori uccisi dalle forze di polizia, che intendevano in tal modo mostrare la loro "preda" con scopi educativi. Famosa è la foto del brigante Tiburzi ripreso in piedi e con lo schioppo in mano, ma già abbondantemente morto per i colpi di fucile dei Carabinieri.


Insomma, a quanto pare la fotografia ha sempre avuto una certa frequentazione col mondo dei morti, e non solo per gli esempi che ho citato, o per tanta fotografia di reportage in cui i cadaveri non mancano mai, sia che si tratti di guerre, sia di vicende "Noir", basti pensare ai morti ammazzati fotografati da Weegee, ma anche per la sua capacità di evocare il passato, cioé quella «cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto» come scriveva Roland Barthes nel suo saggio del 1980, "La camera chiara", in cui chiosa: nella fotografia  «c’è sempre questo segno imperioso della mia morte futura». Amen.

A pensarla così è anche uno dei più noti artisti contemporanei, Francis Bacon, che con notevole cinismo afferma: "penso che il fascino delle vecchie fotografie, a parte i graffi e le macchie, sia il pensiero:  «Adesso sono tutti morti»".

Chi di noi non lo ha pensato, guardando vecchissime fotografie?

Per questo ho chiuso il libro "Una Momentanea Eternità" con due fotografie di un cimitero monumentale. Si tratta di fotografie stenopeiche che riproducono le classiche statue che si utilizzavano nelle tombe degli inizi del XX secolo. Mi piaceva da un lato il senso dell'abbandono, sottolineato dai tempi lunghi richiesti dalla fotografia stenopeica, dall'altro la sensazione di "dimenticanza" e abbandono che queste tombe evocano, e ci ricordano che il tempo passa e porta con sé l'inevitabile oblio.


Della seconda foto mi piaceva il contrasto tra luce e ombra, e il compenetrarsi dei due aspetti (il rivelato e il nascosto) come in una sorta di Yin e Yang.

La cosa che mi affascina dei vecchi cimiteri è la presenza di così tanti volti: nelle fotoceramiche della fine dell'800 o dei primi del '900, sembra davvero di ritrovare le persone "come vive", di poter nuovamente comunicare, di percepire le emozioni e le sensazioni di un tempo passato. Ma è ovviamente pura suggestione. O no?

Se vuoi saperne di più sul mio libro, e in caso acquistarlo, puoi andare all'apposita pagina presente nel mio sito.



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