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La fotografia ieri e oggi. Forse domani.

Sono andato a vedere l'interessante mostra "Roma nella Camera Oscura" a Palazzo Braschi, ovviamente a Roma (chiuderà il 22 settembre). Si tratta di ben 320 fotografie selezionate tra le 30.000 che sono ospitate negli archivi del Museo di Roma, tra negativi, lastre e stampe d'epoca. 

La mostra è davvero molto interessante e merita di essere vista: chi è di Roma o capita in città in questo periodo farebbe bene ad andare a vederla (tra l'altro dalle finestre del salone centrale del palazzo c'è una delle viste migliori su Piazza Navona).


Ma in questo post non vorrei tanto fare una "recensione" della mostra, quanto ragionare su quello che la visita della stessa può farci comprendere della fotografia, soprattutto contemporanea.

Cominciamo col dire che l'esposizione è sostanzialmente divisa in due sezioni, anzi tre. Una di foto storiche, soprattutto della seconda metà del XIX secolo, con un'appendice dedicata ai ritratti ospitata in un locale a parte, e una di foto contemporanee raccolte grazie all'iniziativa FotoGrafia - Festival della Fotografia di Roma, nato nel 2002 e definitivamente dismesso nel 2017. 

Ogni anno, nell'ambito dell'iniziativa, veniva invitato nella Capitale un grande fotografo internazionale con l'incarico di raccontare la città secondo il proprio punto di vista e la propria sensibilità. Si trattava del progetto "Commissione Roma" che in qualche modo riverberava le imprese della DATAR francese (che tanta visibilità ha dato a Gabriele Basilico) o della FSA (Farm Security Administration) americana. 

Le foto entravano poi a far parte dell'Archivio. Tra i nomi possiamo citare Koudelka (il primo della serie, nel 2003), Martin Parr, Graciela Iturbide, Guy Tillim, Paolo Ventura, Paolo Pellegrin, Anders Petersen. Non certo autori di poco conto! Il tutto avveniva con la supervisione del deus ex machina del festival, il fotografo Marco Delogu.

Non è difficile capire l'importanza e la portata dell'iniziativa che - come tutte le cose buone, specialmente in campo fotografico, in questo paese - purtroppo non ha avuto la continuità che sarebbe stata auspicabile. Fatto sta che nella mostra di Palazzo Braschi alla fine sono messe a "confronto", o in parallelo dato che un vero confronto è impossibile, due modi di intendere la fotografia, come si son venuti evolvendo nel corso dei decenni.


Dal 1845 alla prima metà del XIX secolo, i fotografi rappresentavano Roma nel suo "corpo": i monumenti, gli scorci, le strade; nella seconda metà del XIX secolo e fino a oggi, i fotografi hanno cercato di rappresentare soprattutto "l'anima" della città. Anche quella "nera", degradata, superficiale, nascosta.

La cesura è data da alcuni autori meno noti, ma non per questo meno interessanti, come Nello Ciampi e Oscar Savio, che negli anni del Dopoguerra e sino agli anni '60 si sono dedicati a raccontare la città che cambiava, a volte in modo rapido e incoerente, ma anche con esempi di architettura moderna di alto livello. 

La mostra offre dunque un'opportunità preziosa: vedere com'è evoluto il gusto dei fotografi, il loro sguardo, il loro sentire attraverso la rappresentazione - di fatto - di un unico soggetto, sebbene multiforme. Roma, appunto.


Da appassionato di fotografia "vintage" sono ovviamente rimasto incantato dinanzi le antiche stampe, alcune vecchie di 170 anni. E' incredibile pensare a come, con i modesti mezzi tecnici di allora, si potessero comunque portare a casa risultati di qualità incredibile. In una stanzetta sono esposti anche alcuni negativi: commuove vedere negativi enormi (penso intorno al 20x25 cm), ampiamente ritoccati a mano, destinati alla stampa a contatto. 

Ma questo è solo l'aspetto tecnico. Dal punto di vista iconografico, la necessità di operare con fotocamere ingombranti e lente, e ovviamente anche un modo di concepire la fotografia come mera documentazione - sebbene mediata dalla sensibilità dell'operatore - ha portato a foto davvero molto tradizionali, curatissime dal punto di vista dell'inquadratura, della resa prospettica e del dettaglio, ma inevitabilmente lontane dalla nostra sensibilità.

Anche chi, oggi, opera allo stesso modo, comunque punta a "effetti" ben diversi, a cominciare dall'utilizzo del grandangolo che invece, in queste immagini, è praticamente assente. L'effetto panoramico è ottenuto all'occorrenza con una sorta di "stitching" analogico, fatto con colla e pazienza, di due o tre stampe più piccole. 

Dietro ogni foto c'era grande lavoro e dedizione, ma anche una ferrea volontà di rispettare determinate regole, diciamo "accademiche". Le stesse utilizzate da Ettore Roesler Franz, il grande acquarellista, autore della serie su "Roma sparita", che era anche un bravo fotografo.

Infatti, colpisce l'uniformità della serie "storica" delle fotografie esposte: sebbene il più delle volte sia specificato il nome dell'autore, si fa fatica a distinguere un "occhio" dall'altro. 

A prescindere dal soggetto e dalle attrezzature impiegate, il modo di guardare alla realtà era sostanzialmente molto simile. Quel che si cercava era proprio l'uniformità, l'aderire alle regole, il rispettarle al massimo.

La foto era buona nella misura in cui si uniformava al modo di intendere la ripresa fotografica, secondo le logiche portate avanti in mezza Europa dai Circoli Fotografici e dalle Associazioni di categoria.


Ma poi tutto cambia. I fotografi della "Commissione Roma" si muovono sul versante opposto. Cercano disperatamente di cancellare le regole e le uniformità, evitano accuratamente tutto ciò che è oleografico, tradizionale, riconoscibile. Fotografano Roma, ma le loro foto potrebbero tranquillamente esser state scattate a New York, a Parigi o a Mosca. La città quasi si dilegua, a favore di una visione intima e personale che ci dice molto del fotografo, un po' meno della realtà circostante.

Fanno parzialmente eccezione alcuni autori che, come Martin Parr, la città ce la mostrano, ma molto "filtrata" attraverso il proprio sguardo ferocemente originale. Come a imprimere il proprio marchio alla realtà circostante.

Tanto i fotografi dell'età classica si dileguavano in una costanza di risultato, tanto i fotografi contemporanei si chiudono tra le mura della propria personalità e originalità.

La mia vuole solo essere un'osservazione, credo che quanto appena detto sia piuttosto evidente. Intendo dire che il mio non vuol essere un giudizio di merito. Tuttavia non posso non osservare come alcuni autori abbiano delineato una "terza via" tra accademismo e creatività spinta e a volte straniante.  A cominciare da Oscar Savio con le sue foto di architettura, passando per Luigi Ghirri, Roberto Koch, Berengo Gardin. Insomma, un approccio personale, riconoscibile, forte, che però non diventa autoreferenziale. 

Nelle foto di Ghirri vedi Roma ripresa da Ghirri, non Ghirri che fotografa a Roma.

Ma queste sono solo le mie opinioni. Spero che avrai occasione di visitare la mostra e trarre le tue conclusioni. Io mi limito a terminare questo post spiegando perché la serie di Paolo Pellegrin è stata di gran lunga quella che mi è piaciuta di più, tra quelle "contemporanee".


Anche in questo caso non è certo la Roma che ti aspetti: anzi, la città non la vedi proprio, visto che viene raccontata la vita di una famiglia Rom. A parte l'assonanza tra l'etnia delle persone ritratte e il nome della città, comunque anche questa è Roma.

Pellegrin realizza delle foto perfette. Con uno spirito simile a quello dei fotografi ottocenteschi, è pienamente consapevole delle tecniche fotografiche, e le utilizza con piena sapienza. Fa una scelta di fondo: tanto nero, ombre cupe, una gamma ristretta e contrastata ma che rispetta - verrebbe da dire - una sorta di Sistema Zonale. Insomma, son quelle che si direbbero "belle stampe".

Ma questo basterebbe solo a fare di lui un "bravo fotografo": in fondo, ce ne sono tanti. Ma Pellegrin non usa la sua bravura per realizzare "belle foto". La usa per raccontare da par suo una storia senza retorica ma partecipata, che non indulge in accademismi o mollezze varie, ma va dritta al punto. Viene in mente Salgado, è vero, e personalmente credo che Pellegrin ne sia davvero l'erede più quotato. Ma soprattutto si resta incantati davanti a queste sei foto che senza cercare il "pugno nello stomaco" o il "famolo strano" riescono a scenderti dentro lentamente, e si aggrappano all'anima.


Della serie fa parte la mia foto in assoluto preferita tra quelle viste nella mostra e che pubblico qui sopra in una riproduzione fatta con lo smartphone (spero che l'Autore mi perdoni!), ma trovo sia assolutamente fantastica. E' sostanzialmente "tutta nera" con i soggetti delineati appena dal controluce. Andate a vederla di persona, che merita davvero.

Costruita al limite della perfezione, comunica e nello stesso tempo coinvolge emotivamente. Potrebbe essere letta in mille modi diversi e ci si potrebbe scrivere sopra un altro post. Magari un giorno lo farò. Intanto non posso che notare che Pellegrin è oggi uno degli autori in assoluto più maturi e interessanti della scena italiana. Di gran lunga.



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