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No men's land. Terre senza uomini (ma quanti segni!)

Sai cos'è un "iconema"? Il termine è stato promosso dal geografo Eugenio Turri: come un "fonema" caratterizza una lingua, e ci permette di distinguerla nella babele di linguaggi in giro per il mondo, così un "iconema" caratterizza un paesaggio, ce lo fa riconoscere.


Possono essere piccoli segni, che occorre imparare a distinguere, o possono anche essere segni importanti, che tutti conoscono. La torre Eiffel è un iconema che dice "Parigi", come il Colosseo dice "Roma" e la Madonnina dice "Milano". Si tratta di "elementi visivi, rilevabili nel paesaggio (fiumi, ville, piazze, castelli, santuari...), parte integrante della storia e della cultura degli abitanti".

Gli iconemi possono essere elementi naturali, ma più frequentemente, in Europa, sono legati alle attività umane. Quasi fosse un "taglio" di Burri sulla tela del Mondo, l'iconema caratterizza un paesaggio, pur nell'assenza - diretta - dell'artefice. Cioè dell'essere umano.

Come fotografo paesaggista sono sempre stato interessato (direi ossessionato) dagli iconemi: credo che davvero sia questa la strada da percorrere, cioè identificare e mostrare agli altri i segni che il mondo lascia per rivelare se stesso, come fossero le mollichine di pane di un ipotetico Pollicino, e in questo il ruolo dell'uomo è fondamentale.

Perché oramai, nel nostro continente, non esiste più nemmeno un centimetro quadrato di territorio che non sia stato percorso, alterato (magari di pochissimo) e "adattato" dall'uomo. Anche i luoghi definiti Wild, lo sono solo per comparazione con quelli urbanizzati o coltivati, ma recano comunque l'impronta della nostra specie. Meglio prenderne atto.


Il Genius Loci perciò è giocoforza legato al tempo, al passato, alla Storia; cambia, è cambiato e sempre cambierà aspetto, anche quando apparentemente rimane lo stesso.

Nel mio ultimo libro "Una Momentanea Eternità" in fondo parlo proprio di questo, degli iconemi e del passato, su cui edifichiamo il presente e progettiamo il futuro. Ovviamente non sono l'unico a cercare di farlo, e prima di me altri fotografi si sono dedicati a ricerche del genere, e tra loro molti autentici Maestri della fotografia.

Io li definisco "i fotografi del Genius Loci" proprio per questo: sono molto eterogenei tra loro, e hanno idee diverse - a volte molto diverse - su cosa sia la fotografia e a cosa serva. Ma tutti condividono l'interesse per il paesaggio come mappa della Storia e delle attività umane. 

A differenza dei fotografi di Reportage, o dei documentaristi - da Willi Ronis a Cartier Bresson, da Berengo Gardin a Paolo Pellegrin -  che mostrano direttamente "il volto dell'uomo", che sono poco interessati al paesaggio ma concentrano la loro attenzione sugli sguardi, le azioni, i gesti degli esseri umani, i fotografi del Genius Loci evitano in buona parte di inserire esseri umani nelle loro inquadrature - se non come fugaci elementi, spesso distanti o mossi - sebbene ci narrino comunque degli uomini e delle loro azioni.

Pensiamo al lavoro su Beirut di Gabriele Basilico in cui la fotografia di architettura diventa un modo per narrare anche la guerra, i cui effetti sono evidenti in ogni scatto. Ma anche nelle foto di architettura di Luca Campigotto emerge con chiarezza e potenza l'impatto potente dell'uomo sull'ambiente, sia inteso come ecosistema, sia come ambiente di vita quotidiano.

Sebbene l'idea di "fotografo di paesaggio" sia molto legato a un contesto americano, forse grazie al successo internazionale di Ansel Adams, ma anche perché negli USA ancora esistono ambienti davvero "Wild", incontaminati o quasi, anche in Italia abbiamo una scuola importante, da questo punto di vista, sebbene poco nota. Anche perché non si è mai davvero organizzata come "scuola" o come "corrente artistica".


 L'input venne negli anni '80 dal progetto "Viaggio in Italia" ideato da Luigi Ghirri, uno dei più noti e amati "fotografi del Genius Loci", che raccolse alcuni dei suoi amici fotografi per fare una sorta di ritratto del nostro paese attraverso appunto i paesaggi e dunque gli iconemi. Alcuni di questi fotografi rientrano appieno nella categoria che ho cercato di delineare in questo post, e credo che andrebbero conosciuti meglio e di più perché attraverso le loro immagini non solo conosciamo meglio il mondo in cui viviamo, ma comprendiamo anche di più la nostra società. 

I due forse più affini all'opera di Ghirri - che ha una decisa ispirazione "americana" legata a fotografi come Stephen Shore e i New Topographics - sono senza dubbio Vittore Fossati e Guido Guidi. Entrambi esplorano la realtà italiana (e non solo) con uno sguardo solo apparentemente distaccato, in cui la luminosità intensa sembra quasi cancellare i dettagli, ma in realtà li evidenzia rivelando attraverso di essi le contraddizioni e soprattutto le trasformazioni che spesso assumono i contorni dell'assurdo.

Altri fotografi legati al "Viaggio in Italia", ma più noti al grande pubblico, sono Mimmo Jodice e Giovanni Chiaramonte.

Per concludere questo post, voglio però segnalare anche Cesare Ballardini e la brava Paola De Petri.

Vale la pena conoscere le loro opere e degli altri "fotografi del Genius Loci" e scoprire così che "un'altra fotografia è possibile" (e lo è da almeno trent'anni) anche in Italia.


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