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Un progetto, mille storie (forse meno, ma tutte importanti)

Quando il mio progetto "Una Momentanea Eternità" è stato completato, dal punto di vista fotografico, qualche mese fa, ho subito avvertito un senso di vuoto. Mi capita sempre, in queste occasioni, ma stavolta di più. Dopo tanti anni di attività fotografica, questo è davvero un progetto in cui credo. Non è solo per le foto, è per il viaggio.


Il passato è come la bava di una lumaca, ce lo lasciamo dietro mentre consumiamo la nostra vita. Dal momento in cui veniamo al mondo sino a quello in cui ce ne andiamo per sempre, il percorso che seguiamo è segnalato da questa striscia sottile ed evanescente, che si asciuga sotto al sole. Dopo poco la distinguiamo appena. E' strano come ci angosciamo per il futuro, ci preoccupiamo per il presente, ma spesso ignoriamo il nostro passato, che è davvero una "terra straniera". Ci siamo passati, ma non ne serbiamo che un pallido ricordo. 

E ovviamente qualche fotografia. Io ci penso spesso: nei 55 anni di vita percorsi sino a qui, ne ho fatte di cose. Niente di eclatante, ma comunque tanti eventi si sono succeduti, tante emozioni, tanti pensieri, tanti incontri. Eppure, mi sembra di non poter vedere che alcuni lampi fugaci di quel che è stato. 

Mi ricordo bambino (10-11 anni?), con mio cugino Gianni, a fotografare per le strade di Anzio con una compatta Instamatic prestataci dalla Kodak per un concorso di fotografia estemporanea della durata di un giorno. Riportavi la fotocamera al camion giallo giunto nella piazza la mattina e la sera le tue foto le proiettavano in piazza. Vincemmo il secondo premio, mica male. 


E poi? Poi ci sono mille buchi. Mi rivedo in giro, già più grandicello, con la Closter a telemetro (una fotocamera di fabbricazione italiana a dispetto del nome) datami da mio padre, e ricordo una delle foto fatte allora - un cane lupo che salta in mare dal molo del porto - stampata in camera oscura con il vecchio ingranditore Durst paterno. 

Ricordo nel 1988 la prima fotocamera reflex acquistata con i miei soldi, una Olympus OM10 - con Manual Adapter - e obiettivi Naigon (mah...) a parte il 50 mm f/1.8 che ti vendevano in kit; ricordo gli amici con cui realizzai le prime foto con la nuova attrezzatura, ricordo Franco con la sua Chinon (lui diceva che era una sottomarca di Nikon, ma mica era vero), ricordo me stesso passare a Yashica/Contax, il 400 mm della Sigma con cui trascorrevo lunghe giornate in un capanno sul Lago di Fogliano nel Parco Nazionale del Circeo sperando di fare belle foto ad anatre e aironi, senza riuscirci.

Poi tanti altri sprazzi, senza ordine, sino alla mia carriera professionale, iniziata ufficialmente nel 1997 (ma in realtà partita anni prima), e ai miei progetti più recenti. Tutta qui la mia vita? Pochi brandelli sparsi? Forse se mi ci mettessi, ricorderei molte altre cose - ovviamente molte altre cose non legate alla fotografia, come vecchi amori, o gli amici di un tempo - ma insomma, non è un granché per averci messo 55 anni!


Scommetto che anche a te capita di pensarci, ogni tanto. 

Non è solo nostalgia - anzi nel mio caso non lo è affatto - è curiosità, a volte imbarazzo nel non ricordare eventi che pure avranno avuto una loro importanza. Ed allora mi sono detto che potevo ricominciare daccapo, esplorare questa terra straniera, non averne paura, riprendere da dove avevo lasciato, da quella Olympus, dalle Nikon che desideravo, dalle ottiche che oggi sono vintage e allora un bel sogno - debitamente irraggiungibile. Da lì sono ripartito, e il viaggio mi è piaciuto, molto.

Avrei potuto scegliere un sacco di altri soggetti, ma alla fine mi son reso conto che a me piace esplorare, andarmene a zonzo cercando tracce del passato, scoprire ciò che mi circonda, che mi è vicino. Sono contrario all'esotico, a me piace la frequentazione assidua dei luoghi e posso conseguirla solo restando a breve distanza da casa. In fondo ho scelto di vivere in una delle più belle zone d'Italia, tra Toscana, Umbria e Lazio, e mi sembrava assurdo inquinare il pianeta (non avesse già i suoi problemi) viaggiando a destra e a manca quando in un raggio di 80-90 chilometri avevo tutto quello che mi serviva. 

Con la mia auto a metano - sono certo che Greta approverebbe - ho dunque cercato i segni, nel territorio, che secondo me rappresentano il senso di ciò che è stato, il passato quotidiano, se così posso definirlo. Soprattutto li ho fotografati proprio per rappresentare questo concetto, non per illustrare semplicemente un territorio straordinario. Avrei potuto scegliere un altro contesto (che so, la Sardegna nuragica) e il progetto non sarebbe venuto poi molto diverso. Non conta il luogo in quanto tale, ma quel che rappresenta.

Non ho cercato Grandi Storie (in effetti ho fotografato pochi siti davvero famosi), ma quelle piccole, minute. Il lavoro nei campi, le officine, le piccole fabbriche, i casali, i segni della devozione e della fede, e anche la natura che sempre cambia e che sarà la protagonista del secondo volume di questa minicollana di libri fotografici tratta dal progetto.


Non ho inserito persone, l'uomo in quanto tale è assente - tranne una piccolissima figurina in una delle fotografie - ma sono evidenti le tracce che lascia sul territorio. Non volevo realizzare un reportage, ma raccontare storie, e per me poche cose come un segno lasciato nelle campagne o in una forra possono narrarle. 

Quel che mi attrae del rudere di una mola - ad esempio - non è la fascinazione dei muri sbrecciati (anche) è la voce potente che emerge da quei resti

Io sento che mi bisbigliano qualcosa, e un paio di anni fa ho anche scritto un libro di racconti tratti dai luoghi visitati (racconti in forma di poesia, ma non vere poesie), che sarà un piccolo regalo (in formato elettronico) per chi sosterrà il mio progetto.

Le storie sono tutte intorno a noi, e non ho mai ben capito perché per mostrarle in fotografia si senta sempre la necessità di riprendere qualcuno, quasi che potessimo scorgerla solo in un volto. Invece in ciò che gli uomini fanno resta una traccia potente di quello che quegli uomini sono stati, e Gabriele Basilico lo ha ampiamente dimostrato.

Io non mi sono inserito in quella linea, ma in quella ispirazione si. Io ho scelto - per i motivi elencati all'inizio - tutte fotocamere vintage, oltre a fotocamere stenopeiche. Ho mirato ai miei soggetti utilizzando vecchie reflex degli anni '70 (la Nikkormat, la OM1...), ho utilizzato obiettivi degli anni '80 e '90, ma sono ricorso anche a vecchissime fotocamere in bachelite degli anni '50.

Ho viaggiato nel passato scrutandolo nei mirini di quelle fotocamere, e ogni volta è stata un'emozione diversa. Profonda e colma di aspettative. Finalmente sto riannodando quei fili spezzati!

(il testo è un estratto dall'introduzione del mio prossimo libro fotografico, attualmente in fase di "finanziamento diffuso" - Crowdpublishing - sul mio sito)


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