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Il Rasoio di Occam della Fotografia

Il cosiddetto Rasoio di Occam è quel principio secondo cui la risposta più semplice a una questione, è probabilmente la risposta giusta. Niente complicazioni, niente salti logici, niente circonvoluzioni e ragionamenti complessi. 

A parità di fattori, la spiegazione (e anche la soluzione) più semplice è quella giusta.


Di Occam si sono dimenticati in molti, tra i fotografi. Oggi quel che si cerca è la soluzione più complessa, quella più difficile, quella meno immediata. La foto dev'essere "multilivello", da interpretare con difficoltà, non deve apparire "scontata". Altrimenti, si dice, è banale.

Ora, secondo me "banale" e "semplice" non sono la stessa cosa. Anzi, sono proprio agli antipodi. 

La semplicità, infatti, rispetto alla banalità, è difficile da conseguire, proprio perché occorre liberarsi dai lacci e lacciuoli mentali, sociali e culturali che ci spingono a non vedere l'immediatezza, ma a fare costantemente dietrologia. Il Rasoio di Occam non ci chiede di evitare di pensare, riflettere e cercare soluzioni: ci chiede invece di fare pulizia, di "tagliar via" ciò che non serve, anzi è di ostacolo. E da sempre questo è in assoluto la cosa più difficile.

Durante la lavorazione del mio progetto "Una Momentanea Eternità" mi sono posto spesso il problema. Con le fotocamere vintage e con il foro stenopeico su pellicola è molto difficile realizzare foto complesse. Il soggetto, spesso, deve essere collocato al centro, perché ai bordi la qualità decade rapidamente - d'altra parte il fascino dell'utilizzo di queste fotocamere consiste esattamente in questo.

Perciò ho iniziato a chiedermi se magari le foto non apparissero troppo "semplici" e dunque non potessero essere considerate "banali". Ma poi, ripensando a quanto lavoro ci fosse dietro ciascuna immagine, proprio per cercare di ottenere un risultato pulito e senza fronzoli, mi sono detto che Occam aveva ragione da vendere, e che non avrei dovuto preoccuparmi. Il mio lavoro non potrà piacere a tutti - com'è ovvio - ma so che sarà apprezzato da coloro che ne comprendono il vero "messaggio" - e questa è una considerazione universale, che vale per qualsiasi fotografo, a prescindere dalla tecnica utilizzata e dal tema trattato.


La semplicità è una conquista, ci vogliono anni di pratica per arrivarci. La capacità di togliere, di rendere evidente ma non superficiale ciò che intendiamo dire, va affinata col tempo: all'inizio, siamo tutti un po' "barocchi", abbiamo un sacro "horror vacui". 

Vogliamo riempire la scena inquadrata di mille cose, ribadire più volte il concetto (hai visto mai), sottolineare, evidenziare, colpire, meravigliare, sorprendere, lasciare senza parole lo spettatore.

In genere, quest'ultima è l'unica cosa che otteniamo, ma non per il motivo che speravamo! 


Se vai online, ne troverai tantissime di foto del genere: stracolme di "cose", colorate all'inverosimile (e anche i colori sono "cose" aggiunte alla scena), strutturate su più piani, con cornici, effetti, aggiunte di texture, una postproduzione eccessiva. Il diffondersi dell'HDR, ad esempio, si spiega con la volontà di non nascondere nulla, di far vedere tutto, sia ciò che è alla luce, sia ciò che è in ombra.

In verità, anche foto complesse possono - per assurdo - essere semplici. 

Vale sempre il principio di Antoine de Saint-Exupéry che un'opera è perfetta non quando non c'è più nulla da aggiungere, ma quando non c'è più nulla da togliere

Se il nostro soggetto richiede la complessità, e sappiamo gestirla, va benissimo. E' il superfluo, la citata sottolineatura, la reiterazione, la ricerca dell'effetto, che va evitata. Tagliata via con un colpo di rasoio, appunto.



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