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Full Hybrid. E non parlo di automobili

Il mio nuovo libro "Una Momentanea Eternità" è una raccolta di 130 fotografie analogiche, realizzate con fotocamere "vintage" che vanno dagli anni '30 ai primi anni '90, e con fotocamere stenopeiche in gran parte autocostruite. 

Il mio obiettivo - dal punto di vista tecnico - è stato quello di ottenere i negativi: a differenza del digitale (e del cosiddetto "negativo digitale", il file RAW), l'analogico porta alla creazione di qualcosa di concreto, che si può toccare e conservare, che ha una materialità. Era questo aspetto che mi interessava in modo particolare.


Subito dopo si è posto il problema di come elaborare questi negativi, destinati a finire nel libro (e, in parte, in una mostra): stamparli in camera oscura e poi scansire le stampe? Oppure scansire (anzi, nel mio caso, riprodurre con DSLR e obiettivo macro) il negativo? 

In entrambe i casi i file digitali sarebbero comunque dovuti essere elaborati e ottimizzati.

I puristi dell'analogico sono certo avrebbero scelto la prima delle soluzioni: alcune stampe in effetti le ho realizzate, ma non possiedo un ingranditore per il medio formato (molti negativi erano poi 6x9cm), e molti dei negativi sono stati realizzati su carta (quella che io definisco neo-calotipia) e non potevano essere stampati per trasparenza. Per avere dei riferimenti, ho stampato per contatto alcuni di questi negativi 13x18 cm.


Infatti, alla fine, ho optato per la digitalizzazione del negativo e le stampe analogiche come questa mi offrivano dei parametri per calibrare la postproduzione.


Si poneva a questo punto, l'obbligo di fare delle scelte: fino a che punto spingersi nel "postprodurre" i negativi senza tradire lo spirito del progetto? E' la questione centrale dell'approccio ibrido (analogico-digitale) alla fotografia. Infatti a che pro faticare con sviluppi e fissaggi se poi si elaborano le foto in modo da non sembrare nemmeno più analogiche? 

Era mia intenzione, tra l'altro, mantenere, e anzi evidenziare, i difetti delle fotocamere utilizzate, e spesso scelte per la loro "personalità".

Dunque, sono partito da tutte quelle "elaborazioni" e scelte possibili con la stampa in Camera Oscura, e cioè la scelta della carta più o meno contrastata, il dodge&burning (mascherature localizzate per scurire o schiarire dettagli), il contrasto "split" consentito dalle moderne carte da stampa multigrade (parti della stampa a contrasto diverso grazie a filtrature localizzate), la spuntinatura della stampa per eliminare polvere e pelucchi. Niente correzioni spinte o "photoshoppate", insomma.

In digitale tutto questo è stato fatto con pochi tocchi via software. In particolare ho regolato il contrasto con le curve, aumentandolo (imitando la carta "dura") o diminuendolo (carta "morbida") con curve a "S" o a "S inversa". Poi ho scurito o schiarito localmente la foto con i comandi digitali che imitano la "bruciatura" o la "mascheratura", e a volte - per semplicità - con maschere localizzate (il più delle volte sono ricorso a Nik Efex Viveza 2) che ho utilizzato anche per aumentare e diminuire il contrasto localmente secondo la logica della Split Grade Printing. Col timbro clone o altri comandi simili ho provveduto alla "pulizia" della foto da pelucchi e polvere, ma senza esagerare: ho infatti scelto di lasciare qualche graffio o puntino, per evidenziare la natura analogica della foto originale.


Unica concessione vera al digitale è stato lo "Stitching". Per il mio progetto ho realizzato parecchi trittici, con tre negativi affiancati, in verticale, ripresi con fotocamere mezzo formato, sia su pellicola 120 (6x4,5 cm) che su pellicola 135 (17x24 mm). I trittici non sono composti successivamente, ma escono dalla fotocamera già "pronti", e come tali li ho riprodotti e inseriti nel libro. 

A volte, però, ho riprodotto ogni singolo negativo e con un programma ho creato delle foto panoramiche. Alla stessa tecnica sono ricorso per aumentare l'angolo di campo anche con fotocamere "normali", come le reflex Olympus OM1n o Nikomat EL. 


Le mie sono scelte del tutto opinabili, come credo sia giusto e necessario per ciascun autore, che deve trovare la tecnica che sente più affine senza dover giustificarsi troppo. 

Considero irritante valutare un progetto, qualsiasi progetto, sulla base del mero aspetto tecnico: se l'autore è un minimo consapevole, le scelte fotografiche sono legate alle sue esigenze espressive, e quel che conta è solo il risultato. Quello solo andrebbe valutato e commentato. 

Se vuoi saperne di più e sostenere il mio progetto, puoi andare sull'apposita pagina del mio sito.



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