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Notre Dame, Glastonbury e il potere della fotografia

Viviamo in un'epoca che ha fatto della dimenticanza il suo tratto caratteristico più forte. Siamo abilissimi nel dimenticare il nostro passato, nel rimuoverlo a volte, nel disinteressarci alla cancellazione di quel che siamo stati - come Umanità - e di quel che è stato il nostro pianeta.

Smarriamo memoria con la facilità d'un lampo. Quasi ogni giorno che passa, habitat e specie animali e vegetali si estinguono (o avanzano verso l'estinzione) senza che ce ne rendiamo conto, mentre monumenti plurisecolari si perdono senza che nessuno sembri davvero in grado (o voglia) reagire.

Ieri il simbolo stesso del Medioevo europeo, Notre Dame, è stato ferito a morte. Non è un caso unico, ne in Europa (pensiamo a mezza Italia centrale cancellata dai terremoti), ne nel Mondo, basterà ricordare la distruzione di Palmira a opera dell'Isis, o i Buddah afgani fatti esplodere dai Talebani. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.


Il pianeta si impoverisce, e noi con loro, eppure solo pochi sembrano prestarci attenzione. Forse in questo anche la fotografia gioca un ruolo. 

Non esisteranno più specie animali come il Puma orientale, o il Leone berbero, o il Diavolo di Tasmania, ma ci restano le loro fotografie, a volte dei video. Ecco, erano fatti così, vedi che belli? In fondo ci basta, ci tranquillizza. La nostra memoria è fatta di immagini, e non ci accorgiamo che un'immagine non è la realtà, ma solo il suo ricordo

Quando l'abbazia di Glastonbury - legata alle leggende di Re Artù, ma importantissima anche dal punto di vista storico, non meno di Notre Dame - venne abbandonata e cadde in rovina (almeno quattro secoli fa), non c'erano migliaia di persone con i loro smartphone a riprendere il suo lento degrado. Non sapremo mai il suo reale aspetto: la conosciamo come rudere, un rudere magnifico e imponente, suggestivo e carico di emotività, ma pur sempre una rovina.

La Storia procede anche così, fagocitando quel che c'era prima e creando memoria.


Pensa se facessimo lo stesso con Notre Dame, se la lasciassimo così, come il fuoco l'ha ridotta, similmente alla chiesa di Guglielmo, o chiesa della Memoria (Kaiser-Wilhelm-Gedachtniskirke) a Berlino, lasciata in forma di rudere dopo i bombardamenti della II Guerra Mondiale. O immagina se i paesi distrutti dai terremoti in Italia centrale rimanessero come borghi fantasma: ce ne sono tanti, in fondo. In Abruzzo, dopo il sisma della Marsica del 1915, molti paesi vennero costruiti altrove, e quelli vecchi lasciati all'abbandono. Se facessimo lo stesso? Se lasciassimo al Moloch della Storia di passare senza interferire?

Ma la diffusione della fotografia ci rende difficile farlo. Noi sappiamo esattamente cosa abbiamo perso. Lo possiamo vedere in milioni di fotografie. 


Notre Dame riceveva 12 milioni di turisti ogni anno, e ognuno avrà scattato - come minimo - una foto. Un'enormità. La nostra memoria è una memoria fotografica, e non nel senso che si attribuisce normalmente a questo termine, ma letteralmente: siamo tormentati da un passato che rimane immobile e fisso su quei file, su quei pezzetti di carta fotografica.

La fotografia testimonia ed eternalizza gli eventi, caccia indietro la paura del nichilismo: nulla muore più, nulla diventa polvere alla polvere. Almeno così crediamo.

 Il Moloch è incatenato, e forse noi con lui.


(Le foto che illustrano il post sono tutte analogiche e fanno parte del mio progetto dedicato appunto al tema del Passato)



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