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Non è mai troppo tardi (e non è mai troppo presto): età e fotografia

Faccio un po' di outing, va, che in primavera ci sta bene. E' una riflessione che ho fatto ieri mentre salivo verso la vetta della Palanzana, a Viterbo per fare delle foto analogiche e all'infrarosso alla lecceta sommitale (le foto che ho fatto illustrano questo post).


Sulla vetta ho anche registrato il podcast che trovi qui sotto, con alcune riflessioni sul senso del tempo, che ora vorrei sviluppare in forma di diario. Per una volta parlo a te, ma parlo anche a me stesso. Anzi, forse principalmente a me stesso. Ma magari ti ci riconosci anche tu, nei miei ragionamenti.


Io non so se sono un grande fotografo, ma di certo sono un maestro in un'arte assai meno nobile, e soprattutto assai meno interessante, che è l'antica e diffusa Arte del Rammarico

La coltivo da sempre, e ovviamente col passare degli anni divento sempre più bravo e ho sempre più materiale con il quale lavorare. Il Rimpianto, infatti, si autoalimenta: puoi avere il rimpianto del rimpianto del rimpianto, e così via, ad infinitum. Ogni volta che rimpiangi di non aver fatto qualcosa (o rimpiangi di aver fatto qualcosa!), eviti di fare (o non fare) quella cosa, e su questo puoi coltivare un altro bel rimpianto. 

Il risultato è solo uno: che non vai mai avanti, o che il tuo cammino diventa difficoltoso e assai lento. E visto che in tal modo la tua meta sarà sempre davanti a te, voilà, ecco un'altra ottima occasione di rimpianto!


Come fotografi - e in generale come artisti - saremo spesso colti da rimpianti: se una mostra, un libro, un qualsiasi progetto va bene, potremo sempre dire che poteva andar meglio; se va male... vabbe', è facile. 

La verità è che abbiamo un'autoconsiderazione stranamente bipolare. Infatti pensiamo di essere perfettamente in grado di realizzare fotografie di altissimo livello, e dunque ci aspettiamo che gli altri riconoscano questa nostra innata virtù, ma al contempo non ci sentiamo mai all'altezza di queste capacità, quasi che esse rimangano costantemente intrappolate in qualche profondo recesso di noi stessi.

Io sin da bambino (dico sul serio) ero convinto di essere destinato a realizzare grandi cose.  Successivamente, quando ho iniziato a fotografare seriamente, ho pensato che era nel campo della fotografia che queste "grandi cose" si sarebbero concretizzate. E in verità, se ci penso su, non è che poi abbia sbagliato di tanto. In fondo, per molti anni, sono stato un fotografo editoriale che lavorava molto e pubblicava su importanti riviste, e 200 reportage stanno lì a dimostrarlo. Ma ero lo stesso scontento: io volevo realizzare progetti personali, creativi, non certo "prostituirmi" con le riviste!

Ed ecco il rammarico farsi sempre più forte: avrei dovuto da subito, da ragazzino, puntare a fare fotografie creative e personali; avrei dovuto contattare gallerie e musei, approcciare importanti critici, partecipare a eventi: come giovane autore questo mi avrebbe introdotto in quel mondo, creato opportunità importanti. Devi essere giovane, se vuoi avere successo, e poi devi essere intelligente per mantenerlo. Questo pensavo.

Ma dovevo anche trovare i soldi per vivere (e fotografare) e le riviste erano un'ottima soluzione. Però a quel punto ero un "fotografo editoriale", un "professionista" e come tale non potevo essere considerato un artista, un creativo davvero libero. Questo pensavo. E ovviamente sbagliavo.

Perché Ansel Adams, per dirne uno, ha quasi tutta la vita fatto fotografia commerciale (cataloghi, pubblicità, ritratti) per campare. E come lui tanti altri. Oltretutto senza rimpianti, anzi! Si impara tanto dal lavoro su commissione o su progetti destinati alla pubblicazione.

Col passare degli anni, si finisce poi per pensare (a me, almeno, capita, lo confesso) che oramai sia troppo tardi. Che per diventare davvero un fotografo creativo riconosciuto io sia oramai troppo avanti con gli anni.


Sottolineo la parola "riconosciuto" perché ovviamente io sono già un fotografo creativo, e credo molto in quel che faccio (e mi piace come lo faccio: su quello almeno non ho rimpianti)!

In effetti abbiamo il mito dell'artista giovane: la parabola che abbiamo in mente è quella del ragazzo di 13-14 anni che già dimostra indubbie qualità, che a 20 anni già espone, e a 30 anni è famoso. Poi, se gestirà bene il suo lavoro, potrà andare avanti e "campare di rendita". E' vero, a volte succede, ma è davvero raro.

In realtà farsi conoscere, diventare "famosi" è qualcosa che accade quasi per caso, e tanti ci provano senza successo, pur essendo bravissimi. Inoltre, l'età non conta molto: conta molto di più la determinazione e il fare in modo che l'obiettivo che ci poniamo sia - prima di tutto - realizzare qualcosa in cui possiamo mettere tutto di noi stessi.


Il mondo ricompensa più spesso le apparenze del merito, che il merito stesso, sosteneva François de La Rochefoucauld. E infatti il merito ce lo diamo da soli, mentre il successo lo determinano gli altri: tra i due - dunque - quale vale davvero? 

Ci sono artisti che hanno successo senza avere alcun merito: forse a questo aspirano tanti, specialmente oggi in cui è Internet a decretare chi vale e chi no. Ma questo valore è davvero ciò che vale la pena conseguire? O non è piuttosto meglio concentrarci su ciò che sappiamo ci renderà orgogliosi, a prescindere dal riconoscimento altrui?

Ma al di là di questo, resta il fatto che il momento giusto per iniziare un percorso verso un risultato che ci vogliamo porre è ora, sia che tu abbia 14 anni sia tu ne abbia 70. 

E se c'è volontà, non c'è mai fallimento. Si impara sempre qualcosa, si provano emozioni da condividere con gli altri, si cresce. 

Se pensi di avere davanti un anno o cento anni, il risultato cambia poco: se non ti muovi, otterrai sempre la stessa cosa. Niente.


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Commenti

  1. Di rimpianti siamo pieni è vero, non solo per quanto riguarda la fotografia ovviamente, ma la vita in generale... Avremmo potuto essere, saremmo potuti diventare, non abbiamo avuto le occasioni, le opportunità, la fortuna, il talento, o altro.... forse è tutto vero, forse solo in parte, forse per niente. Abbiamo un destino, siamo pre-destinati alla nascita, o ci creiamo da soli il nostro divenire? Chi lo sa. Di certo siamo sempre insoddisfatti, tranne qualche rara e fortunata (o inconsapevole) eccezione umana. Ma è vero, la sorpresa può sempre arrivare, anche in tarda età, quindi mai disperare (di contro però c'è il detto che chi di speranza vive disperato muore...)

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  2. Questo post mi richiama la famosa frase "Gozzoniana" .... Non amo che le rose
    che non colsi. Non amo che le cose
    che potevano essere e non sono
    state..... se mi volto di rimpianti potrei averne tanti, alcuni anche giustificati altri un po meno, ma serve voltarsi? Cambierebbe qualcosa? No, come dice bene Marco. Il tempo non si ferma e se vivi voltato indietro non solo non vivrai il presente ma non vedrai arrivare il futuro e, mi perdoni Doc Elliot di Ritorno al Futuro per la citazione, ma iI nostro futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno. Il nostro futuro è come ce lo creeremo. Perciò creiamocelo buono.

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