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Traduzioni (podcast)

Fotografare significa ricondurre un'esperienza multisensoriale e multilivello a un oggetto piatto e spesso monocolore, a due dimensioni. Mica facile. Non a caso molti prediligono il video: almeno puoi aggiungere i suoni. Restano fuori odori e sensazioni tattili, ma è un passo avanti!

In verità l'esperienza di tanti grandi fotografi dimostra che è possibile evocare, grazie al fenomeno che Stieglitz definisce degli "Equivalenti", molte sensazioni ed emozioni grazie solo a un'immagine.


Di questo e altro parlo nel mio nuovo podcast, registrato mentre ero impegnato a Tarquinia nel fotografare quella che io amo chiamare "la casa dell'eremita", un ipogeo scavato al centro di un'alta parte verticale e dunque sostanzialmente irraggiungibile senza una scala o una corda, per il mio progetto sull'Etruria ai sali d'argento.




La foto è stata scattata con una vecchia fotocamera in bachelite degli anni '50, la Hamaphot P56, e mentre armeggiavo con scatti flessibili e viewfinder, mi è venuto in mente che in effetti tutte le sensazioni che stavo provando in quel momento non erano facili da comprimere e inserire nel quadrato 6x6 cm della fotocamera.

Spesso, come fotografi, ci troviamo davanti a questo problema, e ognuno l'affronta a modo suo. A me piace rallentare e ricorrere alla pellicola, con fotocamere antiquate e poco precise, per dover ragionare e ragionare ancora, prima del fatidico scatto. E i fotogrammi son solo 12, non centinaia.

Altri troveranno tecniche e soluzioni diverse. Ma tutti i fotografi - a prescindere dal genere e dagli interessi - debbono comunque trovare il sistema di superare l'empasse. Magari la mia riflessione ti potrà essere utile. Lo spero!



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