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La logica dello stormo

Uno dei quesiti più difficili che la natura ci pone, è quella degli storni. Non certo uccelli esotici o particolarmente attraenti, sebbene presi singolarmente, con i riflessi bronzei delle piume, siano oggettivamente molto belli. In realtà, molti li detestano per il guano che finiscono per depositare su auto, strade è arredi urbani da quando hanno preso l'abitudine di "vivere in città", dove fa mediamente più caldo e ci sono meno predatori.

Il fatto è che gli storni sono gregari, con migliaia di individui che volano in stormi immensi, creando a volte degli spettacoli mozzafiato, come avviene con regolarità, ad esempio, nei cieli di Roma. 

I fotografi li apprezzano molto: un tramonto infuocato con davanti le strane figure disegnate da questi uccelli non può che attirare l'attenzione, e a volte far vincere qualche concorso, come quello della BBC che nel 2005 fu appannaggio di Manuel Presti appunto con una foto scattata a Roma.

Ma come gli storni riescano a volare in queste formazioni è ancora un mistero, in buona parte. Come dimostrano le morti avvenute ogni qualvolta noi umani ci troviamo a fuggire in massa, e in modo disordinato, regolare i movimenti di ciascun individuo armonizzandoli con quelli di migliaia di suoi simili è cosa complessa, quasi magica. 


Come mai gli storni non si scontrano in volo, cadendo a terra morti? Come fanno a coordinarsi, riuscendo a creare quelle forme aeree che ben conosciamo e che servono a disorientare i predatori come il falco pellegrino? C'è addirittura chi ha suggerito che questi animali utilizzino una forma di telepatia, altri trovano spiegazioni più matematiche, secondo cui ogni individuo tiene conto dei movimenti solo del vicino più prossimo, e così via, con un arrampicamento sugli specchi poco scientifico. Ricordiamoci che il tutto avviene a velocità molto elevate: non siamo in presenza di formiche o lenti elefanti, gli storni sono piccoli missili in becco e piume!

Bene, io non so come facciano gli storni a crere degli stormi efficienti, ma di certo un po' della loro tecnica ci farebbe comodo, perché noi uomini non siamo un granché capaci di coordinarci e fare stormo. Specialmente con una fotocamera al collo.

Il fotografo è individualista, come ben so avendo partecipato a diverse associazioni fotografiche: non si coordina, e quando ci prova provoca solo incidenti. Chissà perché. 

Ama scoprire i piccoli o grandi segreti della sua Arte e tenerli tutti per se, quasi che fosse lì la vera magia - nella tecnica - e non nella sua capacità di emozionarsi ed emozionare, o di raccontarsi e raccontare. Parlo anche per me, sia chiaro! 

Hai voglia a dire che non c'è nessun mistero nell'essere un bravo fotografo, che tutto sta nell'essere bravi a comunicare grazie alle immagini, che è importante lasciarsi coinvolgere, che quel che conta è uno sguardo limpido e il resto son solo sovrastrutture: quando si tratta di condividere un luogo fotograficamente remunerativo, o una tecnica interessante e promettente, tutti diventiamo come certi personaggi dei film di Mafia: "nulla sacciu". Omertà allo stato puro.


Forse è per questo che la fotografia - in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia - ha perso così tanta autorevolezza: per l'avvento dei Social e delle nuove tecnologie, certo, ma già prima per la mesta incapacità di noi tutti di fare gruppo, di sentirci parte di un qualcosa di più grande e importante.

Correnti artistiche ce ne sono state anche in fotografia, gruppi, scuole e quant'altro, ma mai come in altri settori artistici, e comunque hanno spesso avuto vita breve. Forse anche per un aspetto singolare della fotografia: l'essere vissuta da alcuni (troppi) come una gara, come se l'importante fosse il premio, la vittoria del concorso, la graduatoria FIAF.

Se ci pensiamo un attimo, gran parte dei maestri riconosciuti della fotografia ha iniziato dai circoli e dalle associazioni fotografiche, e partecipando ai concorsi. Magari senza mai vincerne uno, come dichiarato da Franco Fontana. Pensa quanto sono utili i concorsi!

Forse dovremmo fermarci, restare calmi sui nostri rami, e sentire un senso di comunità. Fare in modo di inventare un sistema per non procedere in modo così sconsiderato. Potremmo imparare molto gli uni dagli altri, sentirci come degli storni pronti a spiccare il volo. Perché, ne sono certo, se gli storni sapessero fotografare, ne vedremmo delle belle.



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Commenti

  1. Ognuno fotografa per se stesso, per il suo piacere, o almeno dovrebbe essere così. Quando si inizia a scattare per gli altri, per far vedere quanto si è bravi, la magia finisce. Questo vale almeno per me. Le foto che mi danno più soddisfazione sono uscite anche da compattine digitali da quattro soldi. Quelle foto le ho stampate, incorniciate e appese sulle pareti di casa. Le stesse foto che ho pubblicato con scarso successo su instagram. Le ho messe su "piazza" nella rete, se a qualcuno piacciono bene, altrimenti...continuerò a divertirmi con le mie macchine e ne ho tante, anzi tantissime, da pellicola degli anni 50 a digitali professionali ultra moderne e le uso tutte! Le adoro, le colleziono e ci faccio quello che mi pare. Viva quello che ci piace fare. La comunicazione non è in quello che si fa? Si comunica con il solo atto di vestire, camminare, mangiare, starnutire, guardare: essendo. La fotografia credo comunichi quello che vorremmo essere e forse è per questo che il più delle volte sembra falsa, sia che si inquadri un bambino di un paese del terzo mondo che se stessi. E' difficile essere se stessi, è più facile esserlo se si smette di pensare a come comunicare e si inizia a vivere. Fortuna che non devo vivere di fotografia! Buona giornata

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    Risposte
    1. Concordo. Ma appunto per questo, per il senso di "comunicazione" e di condivisione (vera, non quella falsa dei social) i fotografi, tra loro, dovrebbero sentirsi più comunità, e non invece farsi vicendevolmente "le scarpe". Ed è qualcosa che riguarda sia gli amatori che i professionisti. Se noi fotografi fossimo uno stormo, agendo insieme, potremmo fare in modo che la fotografia sia sempre riconosciuta come una forma di creatività, oltre che di amicizia, espressione personale e - certo - anche strumento di divertimento e un passatempo intelligente :-)

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