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Litigiosi, insopportabili, grandissimi. I fotografi di Magnum

I miei amici Enzo e Rosella, per Natale, mi hanno regalato un libro meraviglioso, dedicato alla più nota agenzia fotografica del mondo, la Magnum. In qualche modo, vorrei farne qui la recensione.

Il libro affronta i primi 50 anni della Magnum, e dunque si ferma al 1997 (o poco dopo). Manca, insomma, tutta la rivoluzione digitale, che da lì a breve scompaginerà del tutto le carte in tavola. Specialmente per una organizzazione in cui il caos è la regola. 

Mentre le grandi agenzie mondiali già organizzavano gli archivi digitalizzando le fotografie e gestendole grazie ai computer, i fotografi Magnum (che di fatto possiedono e gestiscono collettivamente l'agenzia) litigavano sulla necessità di acquistarli per gestire almeno l'amministrazione contabile. 


La storia della Magnum come emerge dal libro di Russel Miller è la storia di un fallimento costantemente e caparbiamente rinviato. Il fatto è che l'organizzazione interna è concepita in modo tale da non poter funzionare, eppure ha permesso al gruppo di andare avanti, di resistere, pur tra abbandoni traumatici (Salgado, Haas, e altri) e crisi economiche sostanzialmente mortali. "Ho spesso pensato che Magnum avrebbe finito per distruggersi con le sue stesse mani" ha dichiarato Lee Jones, capoufficio dell'agenzia negli anni sessanta.

Il meeting del 1996 con cui si apre il libro evidenzia sin da subito l'intento dell'autore: raccontare Magnum senza cedere al mito, che da sempre "perdona" gli eccessi dei suoi fotografi, e ne nasconde le debolezze e le incongruenze morali.

Sapevi per esempio che uno dei più grandi "storyteller" della storia (per non abusare del termine fotogiornalista), W. Eugene Smith, era completamente fuori di testa? Nel vero senso del termine: aveva problemi di salute mentale e abusava di psicofarmaci e alcool. Uno così era perfetto per Magnum, all'apparenza: di fatto portò l'agenzia quasi sull'orlo del fallimento. Il suo immenso talento era accompagnato da un'insopprimibile perfezionismo e a un'incapacità totale di accettare compromessi: "ciò che più mi preme è l'onestà verso me stesso", diceva.

Le cose andavano fatte in un sol modo: per bene. E mentre l'agenzia (e i clienti) chiedevano le foto, lui continuava a scattare, per settimane, per mesi. Un breve servizio su Pittsburgh che sarebbe servito a illustrare un libro dedicato alla città, si trasformò in un'odissea di mesi, con la produzione di 11.000 negativi. Undicimila! Fare l'editing divenne ovviamente un incubo.

© W. Eugene Smith / Magnum Photos
La storia di Magnum è colma di fotografi problematici. Gente geniale, ma anche piena di se, a volte insicura (spesso entrambe le cose), perciò litigiosa, sempre pronta a offendersi e a dare di matto. Lo stesso Henri Cartier Bresson, che dopo la morte degli altri soci fondatori (Robert Capa, George Rodger, David "Chim" Seymur) rimase per quasi un decennio il solo "padre nobile" dell'agenzia, era famoso per le sue sfuriate, come quella a cui diede vita durante una mostra di Martin Parr, da poco accettato nell'agenzia (non senza mal di pancia, a dire il vero: la sfangò per un solo voto). 

Per HCB era insopportabile che quelle foto fossero state fatte da un fotografo di Magnum.

Questo dimostra anche la difficoltà di Magnum di accettare il cambiamento, di vedere come la fotografia "di narrazione" fosse oramai in buona parte lontana dal fotogiornalismo vero e proprio, dato già allora per spacciato. Le foto di Parr, ironiche, stralunate, apparentemente poco curate, raccontavano - in quella mostra - il fenomeno del turismo globale in un modo che HCB non poteva nemmeno concepire, figuriamoci accettare.

Il libro è pieno di storie come queste e di molto altro. Leggendolo si entra nei meccanismi di Magnum, si fa la conoscenza dei protagonisti, si vivono avventure mozzafiato grazie alla "viva voce" dei protagonisti. Davvero una lettura avvincente. E infatti il volume, di 375 pagine, me lo sono letteralmente divorato!

Edizioni Contrasto, 2016





Commenti

  1. Libro letto quest' estate al mare, in un paio di giorni. Certamente il capitolo che più mi ha colpito è quello appunto su E. Smith: mi ha fatto vedere i suoi lavori (per esempio la mostra su Pittsburgh visitata a Bologna poco dopo aver letto il libro) sotto un'altra luce. Forse per questo le sue stampe son tutte così incredibilmente scure?
    Ciao,
    Stefano.

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