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L'attimo e l'eternità (o almeno un sacco di tempo)

Disse il tarlo al grande noce: dammi tempo, che ti divoro! Così recita un detto napoletano (dicette ‘o pappece in faccia ‘a noce: damme tiempo, che te spertuso!). 


Non c’è alcun dubbio che il tempo possa essere il più grande alleato, o il peggior nemico, del fotografo. Ne parlo nel mio libro “Fotografare cos’altro è”, da cui traggo alcune delle seguenti riflessioni.

Il tempo è, dopo la luce, il principale strumento che il fotografo utilizza per realizzare le proprie opere. E a volte lo maltratta in modo anche violento. Noi fotografi maneggiamo l’istante nel tentativo di renderlo eterno

Dunque, siamo dei “rammendatori” temporali: “…la fotografia opera nel tempo e nello spazio un rammendo: un’inquadratura, sopravvenendo all’istante che cattura, impedisce al tempo di scorrere” (J.C. Bailly, “L’istante e la sua ombra”). 


Ricuciamo strappi, e nel farlo, ci rendiamo complici del tempo stesso, e occorre una certa cura per non rimanere coinvolti in questo flusso che tutto porta via con sé.

Il libro di Bailly è una disamina interessante e profonda del rapporto che il tempo ha con le nostre vite, e di come tutto questo possa passare attraverso una fotografia, anzi una skiagrafia. Se "fotografia" significa "disegnare con la luce", il termine skiagrafia significa "disegnare con le ombre" (skia in greco significa appunto ombra).

Ci hai mai pensato all'importanza delle ombre nella storia dell'arte, e nello specifico della fotografia? 

E' vero che senza luce non ci sarebbe ombra, ma alla fine il vero artefice di una foto è quest'ultima, che ne rappresenta l'anima stessa. Se vuoi, "l'anima oscura".

Il libro prende il via dalla foto "Il covone" (The Haystack, che si vede in copertina) di Fox Talbot contenuta nel suo libro "The Pencil of Nature" (1844-46), e arriva a un'immagine per certi versi simile, eppure così drammaticamente diversa: quella di un uomo e della scala che gli era vicina "fotografati" su una parete dall'esplosione della bomba atomica di Hiroshima, che dissolse entrambi in un lampo di luce e la potenza di "10.000 Soli". 

Non sempre la luce è simbolo positivo. Non sempre l'ombra è negativa. 

100 anni quasi esatti di storia separano le due immagini, e quella scala - strumento per elevarsi - diviene da simbolo del lavoro umano, un simbolo della follia della guerra. Il tempo non passa mai invano, ma noi non sappiamo approfittarne.


Fermare l’attimo dunque significa “uccidere” il soggetto, come ha fatto la luce radioattiva con l'uomo di Hiroshima, al punto che la fotografia “istantanea”, non appena disponibile, verrà accusata di “cucire assieme nel sacco portatile dell’istante” il morto e il vivo, come scrive ancora Bailly

Ecco spiegato il motivo per cui certe immagini degli inizi della storia della fotografia ci affascinano, ed ecco perché stanno tornando di moda i tempi di scatto lunghi  (da un secondo a decine di secondi), resi possibili dai filtri ND 1000 che tolgono ben 10 (oggi si arriva anche a 16) diaframmi di luminosità alla scena ripresa. Ed ecco perché c'è chi come me utilizza la fotografia stenopeica restando in paziente attesa che l'esposizione si compia nel volgere di diversi secondi, o minuti, a volte ore.


Un paesaggio, soprattutto se vi è presente dell’acqua (un torrente, il mare) apparirà allora totalmente diverso da come lo vedono i nostri occhi, letteralmente trasfigurato

E' come se volessimo - in questo modo - raccogliere più tempo, farne indigestione, catturarlo e fermarlo, per allontanare da noi la paura della fine, per scongiurare quel nichilismo che è la caratteristica saliente della nostra civiltà occidentale. 

Il dio Crono divora i propri figli come il tempo fa con le nostre vite - dopo che una profezia gli aveva predetto che uno di loro lo avrebbe spodestato, come in effetti fece Zeus -  stando alla mitologia dei Greci.

Che non poterono fare a meno di ideare però anche un altro tempo. 

Il tempo divino, il tempo in cui nulla trascorre, in cui nulla si consuma. Un tempo apparentemente negato agli umani. Se non, forse, nel tempo breve di una fotografia.

Il kairòs è un tempo che non è vuoto, che non è a nostra disposizione ma ci viene donato: ogni istante (kairòi) è un kairòs, un momento opportuno per incontrare il tempo, l’eternità. 

Nel Nuovo Testamento, il kairòs indica il tempo in cui Dio agisce, che dunque non è il tempo come lo concepiamo noi umani, ma qualcosa di molto speciale: rappresenta il presente, l’eterno presente, l’unico tempo di cui davvero disponiamo ma di cui non sappiamo approfittare, perché le fauci di Crono continuano a divorarlo, fameliche. 

Vivere il presente significa vivere il kairòs. 

Non come un momento qualsiasi, ma il momento, quando un’opportunità per fare qualcosa di significativo si presenta, come appunto scattare una fotografia.


Bruno Mondadori editore, 2010 - 144 pagine, € 15.30









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