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Il mondo senza di noi

Il mio progetto sul Passato, realizzato interamente con tecniche analogiche, è un viaggio nella memoria, certo, ma anche una straordinaria opportunità per riflettere sui destini dell'umanità. L'occasione mi è stata data anche dalla rilettura di un bellissimo saggio del 2007 di Alan Weisman, intitolato "Il mondo senza di noi".


"Guardatevi intorno, nel mondo di oggi. La vostra casa, la vostra città. Il terreno circostante, con il manto stradale e il suolo nascosto al disotto. Lasciate tutto com'è, ma togliete gli esseri umani ... Quanto ci metterebbe la natura a recuperare il terreno perduto e ristabilire l'Eden come doveva risplendere e profumare il giorno prima che Adamo, o Homo abilis, facesse la sua apparizione? ... E cosa ne sarebbe delle nostre creazioni più raffinate: la nostra architettura, la nostra arte, le molteplici manifestazioni del nostro spirito?" scrive Weisman, il quale ha intervistato numerosi studiosi e ricercatori per comprendere come le tracce (possenti) della presenza umana potrebbero apparire dopo 48 ore, poi dopo 5 giorni, dopo 100 anni e dopo 500 milioni di anni dalla nostra eventuale scomparsa, magari legata a un devastante virus, come in certi film di fantascienza. 

Il libro è intrigante, pieno di dati e fornisce abbondante materia di riflessione sui nostri sconsiderati comportamenti nei confronti del pianeta.


Ma, e qui sta il legame con il mio lavoro, mi sono reso conto che qualcosa del genere è già avvenuto, in passato. Intere civiltà sono state spazzate via, comunità vitali, quasi dall'oggi al domani, hanno cessato di esistere. 

Magari non nel modo istantaneo che ipotizza Weisman, ma comunque in tempi che - storicamente parlando - appaiono rapidi. Pensiamo a città come Monterano o come Galeria, i cui abitanti si sono stabiliti altrove nel breve volgere di qualche giorno, scacciati da eserciti stranieri. O pensiamo ai terremoti, che insieme alle guerre hanno spopolato Capalbiaccio, nella Maremma grossetana. O San Lorenzo Vecchio, sul Lago di Bolsena, spopolato dalla malaria e dai crolli.

Gli esempi sono innumerevoli come le cause che possono provocare l'abbandono: la peste e altre epidemie, frane, guerre, carestie, o anche il solo spostarsi dei traffici su altre direttrici. E' avvenuto con intere comunità di epoca etrusca, dopo l'invasione romana, e nel Medioevo sono sorte e poi decadute realtà fortificate di varia natura, ma tutte legate a contingenze politiche come minimo instabili. La vita va e viene. E quel che resta sono rovine. 

Un "mondo senza di noi" che a me ha sempre fatto riflettere. Affascinato, ma anche creato un senso di malinconia.


Ma i ruderi e i luoghi abbandonati sono anche il segnale di una possibile convivenza tra l'uomo e Madre Terra. La dimostrazione che l'opera dell'uomo, unita a quella della natura, può creare luoghi straordinari. Forse non dovremmo attendere che subentri l'abbandono per riempire di verde le nostre città, forse non dovremmo allontanarci dalle strade per vedervi spuntare la bellezza di un fiore, o ammirare il volo di una poiana. 

Potremmo decidere di vivere in modo più sostenibile, circondati dalla bellezza, invece che dal cemento e dal traffico veicolare.

Potremmo. Ma non credo che lo faremo. Ci sono troppi interessi sulla bruttezza e sul degrado, a chi può interessare la bellezza e l'armonia che non spingono l'uomo a "consumare" ma solo a "contemplare"? Ecco perché amo i luoghi abbandonati. Sono il mio piccolo Eden, dove posso tornare ad ascoltare il suono più bello, quello del silenzio.


Einaudi Editore - 363 pagine, € 12,30





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