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Il fascino dell'abbandono e l'ecologia del tempo

Ho da poco terminato di leggere l'ultimo libro di Piero Bevilacqua, intitolato "Ecologia del Tempo". L'autore effettua una disamina su come siano cambiate le cose nel breve volgere di un paio di secoli, da quando, cioè, è iniziata la Rivoluzione Industriale che ha "schiavizzato" il tempo degli uomini dando ad esso - grazie alle teorie di David Ricardo - un preciso valore. 

Ora, infatti, il prezzo delle merci veniva calcolato sulla quantità di lavoro necessaria a produrle, a parte il costo della materia prima. Una teoria ripresa e sviluppata anche da Marx, con intenti diversi ovviamente. Il fatto è che in tutto questo rimaneva fuori la Natura, che le materie prime fornisce e per ricreare le quali impiega tempi lunghissimi. 


Oggi viviamo nell'età dell'accelerazione, secondo Bevilacqua: "il tempo non viene solo organizzato, diviso, ripartito, imposto. Esso viene reso più produttivo comprimendo la sua durata, accorciando i tempi di produzione delle merci, accelerando il ritmo delle macchine e quello del lavoro umano, chiedendo persino una maggiore rapidità di crescita alle piante, attraverso la concimazione chimica e la selezione genetica, e un più spinto ritmo di riproduzione degli animali da allevamento".

Diventiamo tutti servi del cronometro (e dunque di Crono, il Signore del Tempo)


E pensare che sino al XIII secolo non c'erano orologi in giro, e che questi si diffusero in verità molto dopo. E se è vero che se nel Medioevo molti uomini, specialmente contadini, erano quasi schiavi, è anche vero che i ritmi di lavoro erano imposti dalle stagioni e dalla durata del giorno e che - anche per la grande quantità di feste religiose - si arrivavano ad avere sino a 150 giorni festivi!

La drastica diminuzione dei "giorni liberi" si deve proprio all'accelerazione dei ritmi lavorativi, e le macchine che sarebbero dovute servire a liberare l'uomo, l'hanno invece incatenato ancor di più. Succede ancora oggi con le tecnologie digitali: sempre connessi, sempre di fretta, sempre raggiungibili. E non abbiamo più spazi di silenzio, di condivisione autentica, di riflessione profonda.

In fondo anche con la fotografia digitale capita un po' così. Scattiamo a raffica, centinaia, migliaia di foto. Ma a che serve? Non basterebbero solo due-tre foto ben fatte, meditate, realizzate con lentezza, a esprimere quel che abbiamo da dire?


Su questo e su molto altro riflettevo visitando la segheria annessa a una vecchia cava di peperino: il tutto abbandonato da vent'anni e oramai fatiscente. L'azienda nacque ai primi del '900 e dopo un secolo venne chiusa per mancanza di redditività, e per l'esaurirsi della bancata di peperino. Il rumore, anzi il frastuono, che in quei capannoni rimbombava per 10 ore al giorno, ora è sostituito dal canto degli uccelli e dallo stormire delle foglie delle piante cresciute nelle intercapedini. I macchinari sono stati portati via, restano solo scheletri. E ricordi. Un velo di malinconia che si appiccica alla mia mente come la brina che tutto ricopre in questa fredda mattina invernale. 

Non è ancora sorto il sole. Sistemo il mio treppiedi e monto una vecchia fotocamera in bachelite degli anni '50. Allora la cava era in piena attività, e magari gli operai quando andavano in vacanza fotografavano la moglie e i figli sulla spiaggia con una fotocamera come questa, una Hamaphot P56, chissà. 

Compongo la scena con lentezza. Mi impongo di essere lento, anche se voglio scattare la foto prima che arrivi il sole a sciogliere la magia. Ho caricato un negativo di carta che mi taglio da me e monto manualmente sul rocchetto (sempre lei, la lentezza): sensibilità 6 Iso. Premo lo scatto flessibile: 20 secondi di attesa e la foto è fatta. Uno sprazzo di quell'eternità è catturato. 


Il mio tempo vorrei smettere di barattarlo: questa esasperata lentezza analogica è la mia personale ecologia del tempo. Il tempo ritrovato per dirla con Proust.

Castelvecchi, 2018 - 100 pagine, € 13.50






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