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La trappola della perfezione

10 linee per millimetro. Questo è quello che i tuoi occhi possono distinguere di un oggetto (nel caso specifico, magari una fotografia). Se ti allontani a 100 cm (insomma, un metro), già si cala tantissimo (circa 3-4 linee/millimetro). C'è chi stima che è come avere, grossomodo, una fotocamera da 2 megapixel fissata in mezzo alla faccia: non un granché, uno smartphone da 100 euro fa di meglio, e di tanto. Se teniamo conto della componente cromatica si arriva a 5 megapixel, ma insomma, non è che questo fa di noi delle aquile, al più dei polli


Infatti, stante la scarsa resa del nostro apparato visivo, ci appoggiamo a degli "aiutini" (occhiali, lenti d'ingrandimento, binocoli, cannocchiali, ecc. ecc.) che fanno la gioia dell'industria ottica ed elettronica. 

E anche di quella fotografica che è da sempre impegnata a venderti oggetti in grado di risolvere almeno 100 linee per millimetro, dunque 10 volte la risoluzione che il tuo occhio è in grado di apprezzare guardando una foto a una distanza normale, cioè senza fare come facciamo noi fotografi che quasi sbattiamo la faccia sulla stampa per scorgere l'inevitabile difetto

Se vai a una mostra distinguerai subito il tipo di pubblico: quelli che guardano la foto strusciandovi sopra il naso (e facendo incazzare i custodi) sono fotografi, quelli che restano un metro indietro sono persone normali, sane di mente.

Ho letto articoli lunghissimi di "tecnici" (sebbene non sia chiaro di quale tecnica siano davvero esperti) che speculavano sulla resa di certe fotocamere in grado di fornire stampe di due metri per tre in cui era possibile distinguere "ogni singolo filo d'erba". 


Di foto così ne ho viste in diverse mostre. Ed è vero, si distingueva ogni singolo filo d'erba, o ogni bulbo pilifero del soggetto umano ripreso, ma questo vale solo per la categoria "fotografi" dell'esempio sopra (gli "strusciatori di naso") altrimenti, stando alla distanza giusta per apprezzare tutta la foto, - sarà che sono presbite - i fili d'erba col cazzo che li vedevo.

Da quando è nata, la fotografia ha sempre fatto i conti con questa storia della perfezione: perfezione tecnica s'intende. 

Che per definizione è inarrivabile: un orologio Rolex in oro massiccio indubbiamente segnerà l'ora con una discreta precisione ma, diciamocelo, farà comunque cagare rispetto alla precisione di un orologio atomico del costo di qualche milione di euro e tascabile come un Tir con rimorchio. 

Eppure non ti ci vedo a portarti dietro un Tir per conoscere sempre l'ora esatta al miliardesimo di secondo. 

Però ti trascini dietro una fotocamera ingombrante come un tostapane e un obiettivo delle dimensioni di una mazza da baseball per avere foto con un numero di linee al millimetro che solo con un microscopio potrai davvero valutare (forse). 


Personalmente tutta questa smania non la comprendo, e delle linee per millimetro mi disinteresso totalmente: m'intriga assai di più la resa originale o particolare di qualche obiettivo, o di qualche fotocamera vintage. Anzi, ho fatto della "perdita di definizione" una sorta di mania personale. 

Sono assolutamente convinto, in modo fideistico, che esista un preciso limite al di là del quale la foto è troppo nitida (come nell'esempio sopra, scattata su pellicola IR della Rollei con una vecchia Nikomat EL e obiettivo 28 mm anni '80) mentre al di qua è troppo poco nitida. 

Ma se si raggiunge quel preciso limite, ecco, allora la foto funziona. Mi dirai: e come lo stabilisci questo limite?

Non si può stabilire a priori: accade, e basta. Spesso la foto è da buttare, a volte è buona solo per Facebook, ma a volte è "lei", quella giusta. Al cuor non si comanda. A suo modo, anche l'imperfezione possiede una sua intrinseca perfezione. 


Cosa ancor più vera quando si fotografa col foro stenopeico, che fornisce a priori foto "poco nitide": eppure passa una sottile differenza tra una foto stenopeica riuscita e una da buttare, o quasi.

A volte, è vero, si torna al punto di partenza: per abbandonare la perfezione e la schiavitù delle linee per millimetro, si cade in una diversa forma di schiavitù. Però, diciamolo, questa è assai più divertente!

N.B.- Tutte le foto che illustrano il post sono realizzate con fotocamere analogiche vecchie come il cucco (le prime due con una Photax 6x9 cm in bachelite degli anni '40) o con obiettivi che altri userebbero come fermacarte. Il tutto è parte del mio progetto sulla Tuscia.





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