Come evitare di perdere le tue foto digitali (e che fare se succede)

Debbo ringraziare Simonetta, una delle partecipanti al corso di Reflex-Mania, per avermi ispirato questo post. Lo ha fatto suo malgrado, a dire il vero, perché ha subìto la perdita delle fotografie che aveva scattato durante una passeggiata al parco, e a cui teneva molto (giustamente). Di perdite simili ne abbiamo avute quasi tutti. Io almeno un paio di volte: come successo a Simonetta, anche a me la scheda si è corrotta (ah, le strade del peccato!) e non ha voluto saperne di sputar fuori le foto ospitate nella sua pancia. Maledetta.

Ci sono molti modi per perdere le proprie fotografie: oltre a problemi nello scaricare i file dalla scheda al computer, ci possono essere smarrimenti (della scheda nella migliore delle ipotesi - cosa facile oggi che si utilizzano principalmente le piccole SD card - o dell'intera fotocamera nel caso peggiore), ma anche furti, come ben sa il mio amico (ed editore) Enzo Valentini. Centinaia di foto, scattate con cura, preziose, sicuramente riuscite, perdute per sempre. Svanite nel nulla. Mai condivise, mai commentate, mai premiate. Debbo andare avanti o il coltello nella piaga comincia a far male davvero?


Da queste perdite possiamo trarre diversi insegnamenti, alcuni pratici, altri più - diciamo - filosofici. Leviamoci subito i primi.

- Ci sono fotografi in grado di spendere 3-4mila eurini per acquistare l'ultima fotocamera Full Frame, ma che poi hanno le braccine corte quando si tratta di acquistare la scheda su cui salvare le proprie foto, nonostante oramai i prezzi siano scesi parecchio. Ho visto di persona fotocamere professionali arrancare cercando di salvare i file RAW (debitamente enormi) su schede di classe 2, cioé lentissime. Oggi il minimo è classe 10 (10 Mb/secondo), considerando le prestazioni delle moderne fotocamere. Ma la velocità non è tutto: ci sono cinesissime schede da 5 euro in grado di raggiungere simili prestazioni. Molto più importante è la sicurezza: solo schede di marca e di qualità garantiscono la (quasi) certezza di non perdere le proprie foto o di recuperarle grazie ad appositi softwares. Alcune schede di altissimo livello offrono addirittura un'assicurazione per questo: necessaria se l'utilizzo è professionale (lo dici tu agli sposi che una parte delle loro foto è andata persa?). Inoltre, sconsiglio decisamente le schede di grossa capacità: oggi ne esistono di 128-256 Gb (SDHC) e anche più. Ma se per qualche motivo la perdi o si rompe, addio a tutte le tue foto. Meglio avere 2-3 schede da 16-32 Gb, custodite negli appositi contenitori di sicurezza.

- Trovo disarmante il modo distratto e superficiale con cui molti fotografi si avventurano in zone pericolose, rischiando di farsi fregare la fotocamera (e in caso anche il portafoglio). Non parlo di zone di guerra o di paesi del Terzo Mondo: parlo delle zone turistiche (Roma, Napoli, Firenze, Venezia...), e anche di metropolitane, periferie, treni, autobus. E' vero che la fotocamera deve diventare l'estensione del tuo braccio e quasi dimenticartela, ma solo dal punto di vista fotografico: quando sei in giro, rimettila nella borsa e cerca di non perderla d'occhio. Se non per la fotocamera (che si può ricomprare) almeno per le foto fatte!

- Pensa al backup. Quando sei in viaggio, e conti di restare dunque lontano da casa anche per molti giorni, porta con te un piccolo computer (sebbene all'occorrenza si possa anche usare un tablet o andare in un Internet Point) e metti le foto fatte sul cloud: basta anche solo un servizio come WeTransfer o Google Drive. In pratica ti invii una mega-mail con le foto, che scaricherai al tuo ritorno (ancor meglio le mandi a un amico che le scarica man mano), e stai sicuro di non perdere nemmeno una foto, anche nel malaugurato caso la fotocamera faccia una brutta fine. Sono i vantaggi del digitale, perché non approfittarne? E a dire il vero si faceva anche ai tempi della pellicola, se eri in viaggio per conto di un giornale: ogni due-tre giorni spedivi alla redazione, con un corriere, i rulli scattati. E' così che fece Robert Capa con i rulli contenenti le foto dello sbarco in Normandia, quelli che poi un solerte operatore di camera oscura rovinò definitivamente. Ma questa è un'altra storia.


E veniamo alle considerazioni più strettamente fotografiche. 

Incontrare la foto che ci piace e ci fa emozionare è qualcosa di prezioso e di raro. Quando scattiamo una foto, siamo sempre convinti che "lei" sia quella giusta, la foto unica, stupenda, gloriosa nei suoi contrasti, armoniosa nella composizione, struggente nelle atmosfere sospese.

Un capolavoro, e se non siamo pronti a coglierla, sarà persa per sempre. Siamo certi che "l'istante perfetto, l'attimo decisivo" di Cartier Bresson ci capiti davanti una volta ogni tanto, e se lo catturiamo è fatta: la foto che merita il premio, che va ammirata l'avremo sulla scheda.

Puttanate.

E' un dato di fatto: almeno il 90% delle foto che scattiamo potremmo buttarle subito e non perderemmo nemmeno un po' di appetito o di sonno (anzi). Le emozioni si, quelle ce le ricordiamo, se le abbiamo vissute senza lasciarci distrarre dalla fotografia (che è strumento per acuire la percezione, non per obnubilarla). Quelle sono importanti. Essere stati in un luogo, aver conosciuto persone, esplorato almeno un po' il nostro mondo, quello è importante. Essere cresciuti almeno quel tanto che possa valer la pena raccontarlo. Anche solo a parole.

E' incredibile come molti siano in grado di mostrare una foto che ritengono bellissima, e non sanno raccontare cosa hanno davvero provato in quel momento: "mah, ero lì... l'ho vista... bella no?". Va bene, è bella, ma tu eri come minimo distratto: ti lamenti poi se ti perdi la scheda o tutta la fotocamera (è successo a diverse persone che conosco)?

Ieri ho visitato e fotografato un luogo che ho apprezzato molto. Credo che un paio di foto siano venute davvero niente male. Forse finiranno nel mio progetto in corso. Forse. Ma è la soddisfazione di aver visitato una località che cercavo, l'odore della terra umida e della polvere, la penombra dell'ambiente sotterraneo, mille altri dettagli, quelli sono fondamentali, e non puoi smarrirli, se non vuoi.

E sia chiaro: il ricordo può anche esser fatto di ricordi spiacevoli, di problemi incontrati, di realtà negative: anche quelle possono finire in una fotografia. Ma prima di metterli in una foto, cerca di provare questi sentimenti, queste sensazioni.


Intendo dire che le foto non sono importanti? Ma certo che lo sono! Soltanto che sono semplicemente oggetti, anzi oggi grumi di pixel, e se vanno perduti non cadrà il mondo.

Anzi, sai che ti dico? A volte è quasi meglio smarrire le foto: nel ricordo, quelle diventeranno bellissime.

Quelle che hai scattato e poi si sono "corrotte" le rimpiangerai sempre perché sei assolutamente certo che fossero venute benissimo, grandi foto, grandi davvero. Goditi questa illusione. Se le avessi davvero portate a casa, scaricate nel computer, sistemate e archiviate, oggi le avresti già dimenticate quasi tutte, se non tutte. E magari erano anche sbagliate, sottoesposte, mosse, sfocate, che puoi saperne? Ma nel ricordo brillano di luce propria, icone di pura bellezza.

Con quelle che non eri pronto a scattare sarà anche peggio: passerai la vita a dirti che se avessi avuto la fotocamera in mano, avresti ottenuto dei risultati straordinari, perché l'occasione era perfetta.

Rassegnati, perdere le fotografie non è il dramma che sembra all'inizio. Il dispiacere c'è, ma poi passa. E te lo dico non per filosofeggiare, ma perché è rigorosamente dimostrato.

Ho scattato decine di migliaia di fotografie durante la mia carriera. La quantità esatta di foto non la so, ma è enorme. Avevo scatoloni pieni di diapositive, plasticoni e plasticoni colmi di immagini che avevano richiesto tempo, impegno, spese. Dove sono finiti? Ebbene si, nella spazzatura. Ho selezionato un portfolio di un centinaio di foto e il resto via, in discarica. Il trasloco di allora richiedeva di fare spazio, e poi oramai lavoravo in digitale! Eppure ognuna di quelle diapositive, mentre la scattavo, ero convinto fosse "lei", la foto indimenticabile! Ma, ahimé, non era vero. Non le avrei mai gettate o dimenticate, altrimenti.


La foto davvero indimenticabile è quella che sopravvive, che lotta e si impone, la foto-guerriera, lei che emerge contro ogni avversità e che utilizzerai dentro un tuo progetto, che diffonderai, che dunque parla di te: tutte le altre sono sacrificabili.

Nemmeno il più grande fotografo della storia scatta capolavori a ogni sessione di riprese. Guardati i provini, se ne hai l'occasione, e ne vedrai delle belle. Anzi, delle brutte.

Fotografa in serenità, tu sei importante, le tue emozioni lo sono, le foto sono utili, ma molto meno importanti. E se ti prende il magone per un incidente di percorso simile a quello di Simonetta, pensa al citato Capa: cosa avrebbe dovuto dire dopo aver perso delle foto uniche e irripetibili? Se quelle sopravvissute sono diventate delle icone, pensa se si fossero salvate tutte!

E pensa a Timothy O'Sullivan, uno dei maggiori fotografi americani, che riprese il West come nessuno prima. Utilizzava la tecnica del Collodio Umido: chi la conosce sa quanto sia bestialmente complessa, specie in mezzo alla natura selvaggia. 

Si tratta di stendere l'emulsione sensibile su una lastra di vetro direttamente sul campo e provvedere allo scatto e allo sviluppo entro circa 15 minuti, prima che il collodio si asciughi. Ovviamente occorre portare con sé una camera oscura ben attrezzata: lui aveva un vecchio carro-ambulanza modificato, che il suo fedele cavallo trainava nei luoghi più impensati.

Nel 1871 O'Sullivan realizzò una vera e propria "mappatura fotografica" del West americano su incarico del governo statunitense. Un lavoro complesso e durissimo, durato mesi. Mentre rientrava al campo base navigando sul fiume Colorado grazie a una barca a fondo piatto (che, ironia della sorte, aveva battezzato "The Picture"!) ebbe un incidente, e quasi tutte le sue uniche e preziosissime lastre andarono perdute.

Ecco, pensa a lui e sentiti fortunato!






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