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La creatività al plurale

Nei miei corsi e nei miei libri, insisto molto sul fatto che la fotografia dovrebbe essere sempre una piena e completa espressione dell'autore, un modo per comunicare idee, emozioni, sensazioni o anche solo ricordi, sguardi, spunti più o meno creativi.

Non ho un'idea necessariamente "aulica" del contenuto della fotografia, che anzi può anche essere piuttosto "basso", per così dire. Insisto solo sul fatto che comunque occorra prima farsi un'idea di quel che si vuol trasmettere e poi fotografare, non applicare pedissequamente quelle quattro regolette imparate a memoria.


Il fatto è che non sempre la singola foto può bastare a raccontare la storia che abbiamo in mente, o a trasmettere le emozioni che ci hanno sollecitato a metter mano alla fotocamera. Il più delle volte occorre lavorare per serie di fotografie: che sia un reportage, una raccolta di immagini, o un polittico poco importa. In linea generale, la serie porta a un effetto moltiplicatore che tutti i fotografi esperti conoscono e inseguono, sebbene esista anche l'effetto contrario: cioè che una bella foto venga "ammazzata" quando la mettiamo insieme ad altre meno efficaci.

La somma deve essere maggiore delle singole parti, e davvero 1+1=3, come recita la filosofia del "third effect". In tal senso, a volte si vedono progetti composti da foto che - prese singolarmente - non sono particolarmente creative, al più "strane". Di esempi se ne potrebbero fare molti: penso ai New Topographics, ad esempio, con immagini davvero molto oggettive che solo dialogando tra loro rivelano una linea ben definita, un modo di guardare al mondo originale e (per l'epoca) innovativo.

Nello specifico facciamo l'esempio dei coniugi Becher: una loro fotografia di un impianto industriale realizzata col banco ottico, il cielo grigio (anzi, in genere bianco, nella foto) e le linee perfettamente parallele, sembrerebbe solo la mera riproduzione di un'architettura utilitaristica. Ma mettiamole insieme, queste foto, con riprese dello stesso impianto da diversi punti di vista, e ci rendiamo conto che i due fotografi hanno utilizzato l'oggettività in modo estremamente creativo, per trasmettere una sensazione di straniamento in cui l'esaltazione delle pure forme si affianca a una sorta di malinconia da "Tempi Moderni".


Questo ti dovrebbe convincere una volta per tutte che il fotografo ha a disposizione molti strumenti diversi, tutti legittimi. 

La fotografia in prima istanza, come elemento base, ma poi anche l'editing, cioé la selezione e la messa in riga delle varie fotografie, l'impaginazione (sia di un libro, ma anche una mostra si "impagina"), le parole, che siano brevi didascalie, o testi più lunghi, interi saggi o anche parole prese da altri autori, e così via.

Davvero, quel che conta più di tutto è l'intento, quel che si è deciso di voler dire. E in questa scelta iniziale risiede, io credo, la vera creatività.


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