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La fotografia e il silenzio



Qualunque siano il rumore e la violenza che la circondano, la foto restituisce l’oggetto all’immobilità, al silenzio” (Jean Baudrillard)

La fotografia congela il tempo e impone il silenzio alle cose, sostiene non senza ragione il filosofo Baudrillard (“Patafisica e arte del vedere”, 2006), anche perché rispetto al cinema e alla televisione non produce alcun rumore. Alcun rumore proprio, più esattamente. Non ha, per essere più precisi, il sonoro, non quello che attiva i timpani nelle orecchie, almeno.

Infatti, la silenziosità della fotografia è legata anche alla fruizione che se ne fa. 

Se la si inserisce in un Social Network o su un quotidiano, il rumore del mondo – non fisico, ma comunque reale – torna a inghiottirle. 

Già in altre occasioni ho avuto modo di parlare di quella che io chiamo “fotografia quieta”, che è tale non soltanto per le modalità di scatto e per i soggetti ripresi, ma per la sua stessa natura: diciamo che nasce quieta già nelle intenzioni dell’operatore, di colui che esegue le scelte che porteranno allo scatto e poi alla condivisione.

Solo un’anima quieta può fare fotografie quiete. Solo un anima che rimane nel silenzio, sa esprimersi in fotografie colme di silenzio.


Per Meister Eckhart (1260-1327) "tutto quello che Dio chiede agli uomini è un cuore pieno di pace"  perché l'intuizione, che ci permette di scoprire la divinità in noi, "è figlia del silenzio". E gli faceva eco in qualche modo Herman Melville quando scriveva: "il silenzio è l'unica voce del nostro Dio... tutte le cose profonde e le emozioni sono precedute e accompagnate dal silenzio".

Eppure, viviamo in un'epoca che ha il terrore del silenzio, e lo riempie di rumori, di parole, di musica; nei Centri Commerciali non manca mai un sottofondo musicale (generalmente banale), e non possiamo andare in spiaggia senza che si venga inondati da un "tump tump tump" che serve a coprire il suono delicato delle onde che si frangono sulla battigia (se proprio vuoi un sottofondo mentre leggi questo post, prova con "Enjoy the Silence" dei Depeche Mode, allora).

Forse è per questo che anche le fotografie, oggi, fanno rumore. Lo fanno direttamente, grazie alla tecnologia, organizzate in "slide show" con tanto di musica ritmata (o noiosissima musica ambient) per venir magari condivise su YouTube, o lo fanno in maniera indiretta, attraverso la scelta di soggetti che urlano, colorati, violenti, che si impongono all'occhio, che sono come certi commenti sui Social scritti in maiuscolo. "Ehi, tu! Guardami!!!", dicono, e in quella richiesta urlata esauriscono tutto il loro significato. 

Come un fuoco artificiale fanno tanto rumore e tanta luce, ma durano solo un attimo.


Ma guardale, le "fotografie del silenzio", che ispirano non necessariamente un senso di pace (prendi le foto di guerra di Nachtwey, ad esempio), ma che comunque non urlano, ma invitano alla riflessione, alla comprensione, all'approfondimento.

Il silenzio si può fotografare: lo hanno fatto Weston, Adams, Michael Kenna ("cerco il silenzio" - ha detto in un'intervista - "come fuga dal rumore di fondo del mondo"), Franco Fontana e tanti, tanti altri. 

Guardati ad esempio questa strabiliante serie realizzata in Cina lungo lo Yangtze dal fotografo israeliano Nadav Kander: si respira un senso di attesa, anche angosciante a volte, ma nelle foto non vola una mosca. Hai quasi paura a parlare, per non rompere l'incanto. Un lavoro magnifico.

O guarda queste foto invernali scattate attraverso un parabrezza bagnato di pioggia dal fotografo americano Todd Hido. Non c'è nessuno in giro, sembrano scene post-atomiche, solo il vento e la pioggia fanno rumore: si sente il ticchettio sul tetto dell'automobile, o no?

Sarà per questo che oggi vanno tanto di moda i video, che fanno molte più visualizzazioni sui Social delle parole ma anche delle stesse fotografie. Attaccate a un muro, esibite in un libro o in un portfolio, le fotografie sembrano mute, e come oggetti lo sono senz'altro. E' la loro grande dote e, per certi versi, il loro grande limite, secondo molti.

Ma in verità sanno gridare, eccome. Ci sono fotografi che su questo hanno creato carriere di successo: chi sa "farsi sentire" più di Oliviero Toscani, ad esempio? Sia di persona che attraverso le sue foto, s'intende. E pensiamo a David LaChapelle, il fotografo del kitsch, i cui affreschi fotografici non possono proprio passare inosservati, e sono fatti apposta.


Sia chiaro, urlare per farsi ascoltare non è sempre sbagliato o un difetto, anzi. A volte è necessario, a volte utile. Ma oggi che tutti urlano, la grande aspirazione che dovremmo avere è essere "fotografi del silenzio": cercarlo dentro di noi, metterlo su pellicola o sul sensore.

Un proverbio arabo recita: "parla solo se quel che stai per dire è più bello del silenzio". E se è più bello del silenzio, allora, fotografalo!








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