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Fedeltà e infedeltà

Tradurre un libro (o qualsiasi testo) da una lingua in un'altra non è affare da poco. Non basta infatti conoscere la lingua del testo, occorre anche saperlo interpretare, visto che il più delle volte una traduzione letterale non è possibile, e se fatta è in genere orribile, come dimostra "Google Translate": utile, ma generalmente fonte di ilarità. 

Perciò, si dice che "una traduzione è come una donna: se è bella non è fedele, se è fedele non è bella". Una frase decisamente maschilista ma che, nel campo specifico delle traduzioni, è anche indubbiamente vera.

Ora facciamo un piccolo esperimento e sostituiamo a "traduzione" il termine "fotografia". Questo ci da materia di riflessione. 


Quando un fotografo è davanti al suo soggetto, in effetti, compie un esercizio di traduzione. A causa della natura indicale della fotografia - cioè della sua dipendenza dal soggetto stesso - il fotografo deve riuscire a fare in modo che quel che ha davanti possa diventare una piena espressione delle sue idee, emozioni, o semplicemente esigenze comunicative.

Perciò traduce la realtà tridimensionale e in costante modificazione a causa del tempo, in un qualcosa di bidimensionale fissato per sempre.

Può scegliere di rimanere il più fedele possibile al soggetto. Una riproduzione assolutamente identica non è ovviamente possibile (appunto perché abbiamo a che fare con quattro dimensioni che diventano solo due), ma si può di certo fare in modo che chi guarderà la foto riconosca il soggetto senza dover troppo interpretare quel che sta guardando. In genere (non sempre, e ci sono notevoli eccezioni) questo porta a foto banali, o molto tecniche, fredde, poco comunicative dal punto di vista emotivo.


Oppure il fotografo può lasciar correre la fantasia, desiderare di svincolarsi da quella realtà che lo opprime, cercando di partire dal soggetto per arrivare a un'immagine che mantiene con quest'ultimo solo un legame debole. Perciò metterà in campo tutte le sue competenze tecniche, la fantasia e la creatività di cui dispone per essere infedele al massimo grado.


Diciamo subito una cosa: in entrambi i casi si possono raggiungere livelli altissimi, ma in generale, se le foto sono belle (dunque significative, intense, interessanti) non sono fedeli (al soggetto), se sono fedeli allora quasi certamente sono brutte (cioè poco comunicative, poco coinvolgenti, inutili ai fini creativi).

Ovviamente le foto "brutte" dal punto di vista artistico, possono essere eccellenti dal punto di vista pratico (pensa alle foto di un catalogo), comunicativo (tante foto pubblicate dai giornali sono così) o tecnico, e d'altra parte il giochino che ti ho proposto non vuole certo fornire un valore di verità assoluta.

Tuttavia, credo che l'infedeltà del fotografo/a sia qualcosa di davvero importante, e che il soggetto sia solo un punto di partenza. In tal senso il fotografo è colui che traccia nuove strade verso destinazioni ignote: come ogni grande viaggio, si sa da dove si parte, ma quasi mai dove si arriva (se si arriva).

Rimanere intorno al punto di partenza, avere paura di uscire dal porto, invece, è generalmente un errore, che non ci porta a fare nuove scoperte, né a esprimere pienamente noi stessi.


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