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Riempire il bicchiere del tempo


Quando durante un corso di fotografia si cerca di spiegare la teoria dell'esposizione, si fa l'esempio di un bicchiere vuoto che si vuol riempire d'acqua collocandolo sotto un rubinetto. Il bicchiere è la superficie sensibile (pellicola o sensore digitale), il rubinetto è il diaframma, che lascia passare più o meno luce come il rubinetto fa passare più o meno acqua a seconda se sia tutto aperto o quasi chiuso. Ovviamente, se passa solo un filo d'acqua, dovremo tenere più a lungo il bicchiere sotto al rubinetto, per riempirlo. Se il rubinetto è invece completamente aperto, in un istante il bicchiere sarà colmo, e si rischia anzi di farlo traboccare, che nella logica della similitudine vorrebbe dire sovraesporre la fotografia.


L'esempio del rubinetto e del bicchiere lo trovo calzante ed efficace, rende subito l'idea, evidente il concetto. Se il diaframma è aperto e lascia passare più luce, il tempo di scatto sarà breve, e viceversa. Il punto è: ma in fotografia il risultato è davvero lo stesso? Riempire un bicchiere è davvero come colmare i pixel (o i grani d'argento) di una superficie sensibile?

Come fotografo dedito ai tempi di scatto prolungati e alla fotografia stenopeica, ne dubito. Infatti, che ci si impieghi poco o tanto tempo, nel caso del rubinetto alla fine avremo comunque un bicchiere pieno d'acqua, nel caso della foto avremo - è vero - una foto correttamente esposta, ma il risultato iconografico (insomma, l'immagine) sarà decisamente diversa.


Esporre la scena per 1/125 di secondo vuol dire realizzare un'istantanea, esporla per 30 secondi, due minuti o un'ora (o mesi, nel caso della Solargraphy) - invece - ci porta a un'immagine in cui il tempo stesso, il suo scorrere, è inglobato nella fotografia. E' un pezzetto di tempo riconoscibile, durante il quale sono successe delle cose, magari piccole, magari insignificanti, tuttavia rilevanti.

Ci penso ogni volta che resto lì, in attesa, mentre la luce si deposita strato su strato sulla pellicola della mia fotocamera stenopeica, magari per un quarto d'ora. Osservo gli insetti e gli uccelli volare, il vento smuovere l'erba e le foglie degli alberi, la polvere turbinare in aria e depositarsi sui muri, ascolto il tambureggiare del mio cuore e il ritmo del mio respiro. 

La vita pulsa, scorre, trascorre, avanza, e pian piano riempie quel bicchiere metaforico, che continuamente cambia. Perché quella non è acqua, è vita. E' un processo, una moltitudine di microeventi.


Lo stesso avviene, ovviamente, quando montiamo davanti alla fotocamera un filtro ND 1000. In quei due minuti ne succedono di cose! Una colonna di formiche trasporta i detriti del mio spuntino, le mollichine dei crackers che ho mangiato poco prima seduto su quel masso. Una leggera brezza provoca la cadute delle prime foglie degli alberi annunciando un autunno anticipato a causa della siccità. Una mosca cavallina tenta di mordermi e quando la scaccio va a posarsi sulla fotocamera. Le nuvole cavalcano veloci in cielo, mutando forma continuamente. Di nuovo la vita che scorre e trascorre colma quel bicchiere.


No, decisamente l'esempio del bicchiere e del rubinetto non è del tutto calzante: spiega la logica tecnica, ma non riesce a spiegare, né lo potrebbe, il miracolo della fotografia che arresta il tempo non grazie all'istante, ma perché lo ingloba, lo trattiene, lo accumula, lo sottrae alle nostre esistenze e ce lo restituisce così, come fosse eterno.




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