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Quanto ci vuole a diventare un bravo fotografo?


Difficile rispondere a una simile domanda, sebbene qualcuno ci abbia provato, inventando la regola delle 10.000 ore. Esercitandosi per tutto questo tempo, che corrisponde a diversi anni di pratica intensa, si può diventare dei maestri in quasi tutto, da sport come il golf o il tennis, ad attività più intellettuali, come appunto dipingere o fotografare.

Tuttavia questa regoletta, basata più che altro su dati empirici, ci fornisce solo una mezza verità. Infatti, se continui a esercitarti nel modo sbagliato non solo non migliorerai le tue prestazioni, ma diventerai sempre più schiappa: un maestro dell’errore.

La pratica continua e incessante è necessaria, ma conta anche l’impostazione iniziale.

Occorre essere instradati sulla corretta via, che poi va seguita con determinazione. Uno degli studi più citati è quello realizzato su alcuni violinisti dallo psicologo Anders Ericsson, dell’Università della Florida, che ha rivelato come, oltre ad essersi esercitati ben più di 10.000 ore, i violinisti al top lo abbiano fatto concentrandosi su alcuni aspetti in cui sapevano di essere carenti, grazie anche alla consulenza di esperti del settore.

Senza un riscontro (un feedback, come si usa dire) corriamo il rischio di lavorare molto senza ottenere risultati utili e appaganti. Una sonora perdita di tempo.

Non esiste campione senza coach, per citare termini sportivi.


Oltretutto, per migliorare davvero, abbiamo bisogno di essere ben presenti a noi stessi. Se mentre ci esercitiamo pensiamo ad altro, non avviamo nuovi “circuiti” cerebrali, non miglioriamo le nostre capacità e di fatto ci alleniamo a vuoto.

E’ il motivo per cui, ad esempio, fare esercizi fisici mentre si ascolta musica, si guarda un video o si sogna a occhi aperti non porta a miglioramenti nelle abilità ginniche, ma solo – nella migliore delle ipotesi – a perdere un po’ di peso e rafforzare i muscoli.

La distrazione durante l’esecuzione di qualsiasi attività ci spinge ad accettare come “crescita” delle nostre capacità le mere abitudini: insomma, ripetiamo a pappagallo quel che ci ha insegnato l’istruttore, in modo quasi automatico, senza una reale partecipazione personale.

Le strade dei dilettanti e dei veri esperti si dividono proprio a questo punto: i primi si accontentano di diventare sufficientemente abili ad applicare i parametri e le metodologie acquisite durante un corso secondo la logica del “buono abbastanza” (good enough); gli esperti, invece, combattono l’attitudine del cervello a imparare meccanismi automatici, e si concentrano in modo attivo su ogni gesto e ogni attività da svolgere cercando di perfezionarla, seguendo in questo le indicazioni di qualcuno in grado di consigliarli e spronarli.

Sebbene gran parte degli studi sulla materia  siano stati svolti su atleti di varie discipline – anche per la facilità di verificare e misurare i loro successi o insuccessi – le stesse considerazioni valgono per qualsiasi attività umana.


Se ti applichi a imparare la fotografia su dei manuali o con qualche corso o workshop, e poi – distrattamente – continui a fotografare nel modo che hai appreso, il tuo cervello sarà ben contento di applicare pedissequamente questi schemi. In qualche modo è progettato per fare esattamente così: tu ti concentri sullo scovare un soggetto e lui – come certe fotocamere automatiche – ti fornisce una sorta di algoritmo che fa in modo di ridurre al minimo le possibilità di fallimento.

La stragrande maggioranza dei fotografi applica questo schema, soprattutto se rafforzato da un minimo di successo: basta vincere un concorso, o ricevere montagne di complimenti per restare invischiati nella rete che i più – quasi a giustificarsi – chiamano “stile”.

Anche grandissimi fotografi ci sono cascati, sia chiaro: la pressione del mercato, le richieste dei galleristi, o degli editori,  dei clienti in generale rendono complicato cambiare in modo radicale.

Ma i veri maestri evitano di fossilizzarsi. Sperimentano molto, sono sempre alla ricerca di nuovi spunti, di nuove idee, si esercitano continuamente con il massimo dell’attenzione, cercando di correggere eventuali mancanze.

Non parlo solo della tecnica, parlo di quel che si vuol raccontare, delle emozioni da esprimere. Si può anche continuare tutta la vita a fotografare in analogico e in bianco e nero, ma cambiare soggetto, approccio, contenuti. Essere sempre curiosi, sempre attenti, aperti a nuove esperienze, a nuove sperimentazioni. Anche in campo extra-fotografico. 

Parafrasando la massima di un noto pubblicitario, i fotografi “sono come delle mucche: niente pascolo, niente latte”.


Inoltre, è molto importante avere dei riscontri, chiedere consiglio e ascoltare con attenzione i commenti (e anche le stroncature) di coloro che sappiamo essere in grado di aiutarci davvero. Se qualcuno critica un aspetto del tuo modo di fotografare, è su quello che devi lavorare, cercando di capire cosa c’è che non va, e come risolvere eventuali problemi.

Per questo servono davvero a poco, anzi sono dannosi, i semplici commenti sui Social, o le brevi consulenze online. Un fotografo che voglia davvero crescere deve necessariamente mostrare il proprio lavoro ogni volta che sia possibile, e sollecitare le persone a commentare, a esprimere un’opinione articolata sulle nostre fotografie.

In questo modo, probabilmente, le 10.000 ore di esercitazioni e pratica diventeranno davvero utili!




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