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Dare un senso a questa foto (anche se un senso non ce l’ha)

Dida #1 - Le mura antiche e quelle nuove ricostruite dopo il terremoto del 1971 
a Tuscania (Vt) si evidenziano grazie alla differenza di colore e texture.

La parola didascalia deriva dal greco “istruzione”, derivato a sua volta dal verbo insegnare e la si utilizzava originariamente in ambito musicale: erano infatti le indicazioni che il maestro dava al coro lirico. In seguito il termine venne utilizzato per indicare l’intera rappresentazione drammatica, di cui in effetti il coro costituiva la parte essenziale, e infine l’insieme delle rappresentazioni teatrali che un autore proponeva.

Il vocabolo rimase a lungo segregato in ambito teatrale, e ancora nel XIX secolo con didascalia si intendeva l’insieme di istruzioni fornite agli attori e allo scenografo in merito all’allestimento dell’opera e alla recitazione. Si deve attendere il 1958 per trovare un uso diverso del termine ad opera del pittore Luigi Bartolini che definisce come didascalia la “dicitura informativa che accompagna un'illustrazione”. 

Da allora in poi la “dida” è diventata una compagna inseparabile, o quasi, di ogni opera d’arte e, ovviamente, di ogni fotografia. 

Si sono scritti interi saggi sul suo utilizzo e su come possa orientare la lettura di una foto, di fatto fornendo una chiave che permette l’accesso “corretto” a quest’ultima, almeno secondo le intenzioni dell’autore. 

Infatti, così come “orienta”, la didascalia può indurre (volontariamente o meno) in errore, e diventare addirittura strumento di propaganda.

Le didascalie possono assumere aspetti multiformi, dal classico “Senza Titolo” o “S.T.”, utilizzato per la prima volta per un acquerello astratto realizzato nel 1910 da Vassilij Kandinsky, e che lascia libero lo spettatore di interpretare secondo la propria fantasia quel che sta guardando, a didascalie lunghe e articolate, quasi piccoli poemi, che caratterizzano le opere di Clarence John Laughlin o dei fotografi della “Narrative Art” come Duane Michals.

Spesso la didascalia si limita al semplice titolo, riportante luogo e data, altre volte si dilunga nei dettagli, come avviene in ambito fotogiornalistico. Quando parliamo di fotografia creativa, si assiste a una dissoluzione di senso della dida, che diventa più o meno astratta. 
Ad ogni modo, ti consiglio di prestare sempre la massima attenzione a quella piccola scritta che in genere trovi in basso a destra delle foto in una mostra, o in un libro fotografico. Il modo in cui il fotografo sceglie di scrivere la didascalia ti dirà molto sia della foto sia – e forse più – dell’autore.

Guarda la foto di apertura e leggi la didascalia. Come vedi è informativa, ma ti obbliga a un atto di fiducia: devi credere che davvero io abbia ripreso un tratto di muratura in cui si evidenzia la ricostruzione post-terremoto della città in cui vivo, Tuscania. 

Potrei anche aver mentito, infatti: magari non è Tuscania e il terremoto non c’entra nulla ed è solo un rifacimento dell’intonaco. In effetti, si tratta della muratura di una chiesa e non so se la differenza di intonaco sia dovuta al terremoto, ma mi piace pensarlo e dunque per me – che sono il dominus della foto, in fondo – l’immagine questo rappresenta, anche se forse non è la realtà. Come autore posso costringerti a leggere la foto in questo modo.

Dida #2 – Forme e colori

Ecco, se ora cambio la didascalia e ne scrivo una solo descrittiva, quel che tu vedrai è il gioco di quadrati e linee che caratterizza l’immagine. Fanno parte di questa categoria – diffusissima – le didascalie che in calce a una foto di un albero su una collina recitano “albero sulla collina” o al massimo “sul vertice del colle”. 

Non sapendo che quella ripresa nella mia foto è Tuscania, non potresti mai pensare che si tratti di una possibile “ricostruzione”, esattamente come se ti mostrassi una foto di un palazzo collassato de L’Aquila non potresti dire con certezza se si tratti di un abbattimento intenzionale o del crollo dovuto al sisma che ha distrutto la città. Se la dida fosse “L’Aquila, terremoto” non avresti più molti dubbi. 

Davvero possiamo dire che cambiando didascalia puoi cambiare fotografia, e non a caso ci sono autori che ripropongono vecchie foto con titoli diversi, invitando lo spettatore a una nuova lettura.

Dida #3 – Come carne viva, solcata dai segni del tempo, mia città m’appari. 
Cicatrici, sogni interrotti, mentre cammino per vicoli che non riconosco.

La didascalia può anche essere evocativa: la chiave di lettura diventa più oscura, poetica, astratta, se vuoi anche difficile, ma anche molto libera. Quasi come un “Senza Titolo” l’autore indica una strada, ma ti lascia libero di percorrerla o meno.

Ora, potrei farti molti altri esempi e continuare il gioco a lungo, ma credo che ti sia chiaro il punto: che tu decida o meno di mettere un titolo e una didascalia, comunque farai una scelta essenziale, perché una fotografia da sola non basta a chiarire il senso dell’immagine che abbiamo ripreso. Occorre fare altre scelte, e di tutte quelle possibili, quella delle parole che accompagneranno la nostra opera è forse la fondamentale.

Prova a fare un piccolo esperimento: stampa una tua fotografia, possibilmente di un soggetto che si presti a letture multiformi (come nel mio esempio), e chiedi ad amici e conoscenti di inventare una loro didascalia, insomma di narrare quel che vedono nell’immagine. Scoprirai quante letture diverse della stessa foto possano esistere, e osserverai – tra il divertito e il terrorizzato – che non sempre le persone vedono nelle nostre foto quel che credevamo di averci messo. Va bene così.

Da quando Alfred Stieglitz ha teorizzato il concetto di “equivalents” lavorando su delle sue fotografie di nuvole, l’idea che la fotografia possa essere davvero un equivalente della nostra emozione nel momento dello scatto ne ha fatta di strada. Infatti, la cultura di ogni spettatore incide sulla lettura della fotografia, inevitabilmente. Qualcosa di inaccettabile per fotografi come Minor White che, portando agli estremi il concetto di Stieglitz, cercava di indirizzare in modo netto e senza sbavature lo spettatore. Ma anche lui in fondo, almeno per questo ha fallito. Le persone ammirano le sue splendide fotografie e di certo il più delle volte non vi vedono quel che l’autore desiderava.

Occorre farsene una ragione.

Dida #4 – Senza Titolo (Cosa resta del giorno)





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