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Come abbiamo potuto permetterlo? Ovvero: la solita lamentela pallosa!

Quando ero giovane io, noi ammiravamo i professionisti. Fotografi professionisti, intendo. Non solo i grandi nomi, quelli famosi, fighissimi e intervistati da ogni rivista fosse possibile rimediare in edicola (all'epoca, ce n'erano tante di riviste che trattavano di fotografia). 

No, parlo anche di quelli che semplicemente riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena grazie ai loro scatti: che fossero ritratti, cerimonie, cataloghi di prodotti o paesaggio o altro non importava. Era quella cosa lì che ti stuzzicava e ti riempiva di ammirazione: che campassero (magari male) grazie alla fotografia!


C'era anche una sorta di rispetto: loro - i professionisti, ma anche i fotoamatori "seri", quelli che dedicavano tempo ed energie a questa passionaccia - erano la fotografia. Bravi o meno, erano comunque i profeti di questa arte magica e affascinante. Quando in una discussione tra amici fotografi interveniva un professionista o un fotoamatore riconosciuto... beh, tutti zitti ad ascoltare.

A volte diceva delle castronerie, a volte cose che non stavano né in cielo né in terra, ma comunque - diamine - lui aveva il diritto di dire l'ultima parola.

Ricordo che addirittura i negozianti (forse non tutti, ma molti si) avevano quest'aura di saggezza, mendicavi consigli su come migliorare i tuoi scatti e chiedevi a loro cosa acquistare. Svolgevano con eccessiva leggerezza, a volte, questo loro ruolo di mentore. Gli obiettivi Naigon che mi fece comprare un negoziante all'inizio della mia "carriera" ancora me li ricordo. Pessimi, davvero, anche se lui diceva che erano una sottomarca di Nikon. Vabbe'.

Mio padre faceva il fotografo (cerimonie, ritratti, cose così) e le persone passavano in studio a chiedere consigli, o portavano i rullini vergini chiedendo di montarli nella fotocamera che "lo so che è facile, ma l'ultima volta non si è agganciato e non è venuta nemmeno una foto".

Anni dopo, io stesso passavo un sacco di tempo nel negozio dov'ero cliente (gestito dalla mitica Luigina) chiacchierando del più e del meno, ma sempre di fotografia (e di politica, di società, di cose varie, che poi tutto diventa fotografia se uno ci pensa). Anche così si cresceva, da ogni punto di vista.

Non era secoli fa, era ieri.


Il Verbo era diffuso e vigilato da persone che ne avevano la massima cura, che sbagliavano a volte,  o anche spesso, ma ci tenevano. Oggi è cambiato tutto. Non so come sia successo, ma è successo. 

Abbiamo permesso (le industrie hanno permesso, perché a loro conveniva. Forse) che torme di ragazzini smartphoneati diventassero i nuovi guru della fotografia, che grazie a centinaia di migliaia di like su qualche cazzo di social potessero diventare influencer acquisendo il diritto - loro che spesso ne capiscono il giusto, cioé quasi niente - di dirci cosa sia davvero la fotografia. Perché la amano tanto, s'intende: in fondo lo dichiarano in continuazione, magari arrotando le vocali. Guai a parlargli del "punctum", che se non è una app a loro non interessa. Una volta leggevi del fotografo famoso che realizzava reportages con la fotocamera di una marca o di un'altra, ovviamente a fini promozionali, ma ti fidavi della sua onestà (anche sbagliando), ma oggi devi sorbirti dei fottuti nickname di gente che sa anche fotografare (ma non si dice che oramai son capaci tutti?) ma che - francamente - certo non resterà negli annali. Almeno, non in quelli della fotografia.

Abbiamo permesso che la fotografia diventasse terreno di conquista per gente che un anno dopo l'acquisto dell'ultimo modello di fotocamera digitale si permette di dire "Ghirri chi?" lamentandosi perché i suoi amici - pardon, i suoi fans - su Facebook o Instagram non comprendono appieno la grandezza dell'ennesima foto di tramonto sul mare, o il primo piano del suo gatto, o lo shooting della fidanzata ripresa in mutande - pardon, in lingerie - nella piazza del paese, languidamente adagiata su un muretto o stravaccata sulla panchina. Gente che pensa che quel che serve sia un bel soggetto e una fotocamera all'ultimo grido per avere automaticamente una bella foto. Chi glielo dice che Giacomelli ha usato per tutta la vita una fotocamera del cazzo e, allontanandosi pochissimo da casa, realizzava foto degne di un museo? Chi glielo dice - glielo dici tu? - che un fotografo non è tale perché ha una fotocamera, ma perché ha del sale in zucca e almeno un pizzico di ispirazione e che gli va bene anche un soggetto brutto per fare un capolavoro, se solo da fondo alla sua creatività?


Abbiamo permesso che la fotografia non fosse più quella bella utopia da conquistare, che dovevi studiare e farti il mazzo per essere definito un amatore, e ti dovevi fare il culo perché qualcuno ti chiamasse fotografo, e che dovevi sperare che gli dei ti fossero favorevoli per diventare un professionista o un fotoamatore evoluto e finalmente dispensare pareri e non riceverli solo. Ora con un po' di tutorial online, dopo uno o due anni questi "fotografi" mettono su un sito dove appresso al loro nome c'è scritto "photographer", e c'è la pagina per la vendita delle stampe Fine Art, e la lista dei concorsi vinti, e l'Artist Statement in cui son scritte tante belle frasi che non si capisce niente ma fan la loro porca figura.

A proposito: hai notato quante poche persone oramai si definiscono "fotoamatore"? Lo conferma anche Sara Munari, che il polso della situazione ce l'ha più di me.

A me piace: chiamatemi pure "fotoamatore professionista", giuro che non è un ossimoro e mi rappresenta bene.

Abbiamo permesso (ma forse ci siamo distratti ed è accaduto tutto a nostra insaputa) che la fotografia diventasse qualcosa di banale, alla portata di tutti, qualcosa di quotidiano, scontato, automatico, un'abitudine insulsa come quella di chattare con Whatsapp o inviare tweet ad cazzum.

Democratizzazione, la chiamano così. La fotografia è democratica, la possono praticare tutti. Tutti son bravi, fanno capolavori, foto grandiose, eccezionali, strepitose, wow!, fantastico!, stellare! meraviglioso!

A dar retta ai commenti dovremmo avere centinaia di migliaia di maestri della fotografia, in giro per la Rete. Tu li hai visti? Sarà che io mi sono fermato a Franco Fontana o a Salgado, poi il buio. Ma magari ero davvero distratto da altro. Aggiornami, se ne sai qualcosa.


Lo so cosa stai pensando. Che questa è la solita lamentela del fotografo attempato che ha nostalgia dei vecchi tempi, che queste tirate rompono i cabbasisi, che basta con questa storia di com'era più figo una volta, che mo' ch'avete rotto, che non se ne può più, ebbasta! lasciateci divertire, che la fotografia è solo un passatempo (non dite una cosa del genere davanti a me, che mi scatta l'embolo), mica una religione!

E c'hai ragione pure tu. A me piace lamentarmi, sono una pentola di fagioli. Sarà che questo modo di concepire la fotografia proprio non riesco a digerirla. Non si tratta nemmeno se le foto mi piacciano o meno (spesso le apprezzo pure) è tutto quello che ci sta intorno, questa vantata superficialità, che oggi è un pregio e non un difetto. Ci vorrebbe molta più leggerezza, che è ben altra cosa. Hai presente, no? Chiedi il perché di una certa foto e ti rispondono: "ho letto di questo posto (o in alternativa: di questa tecnica) e ho voluto provare anch'io. Bella no?". A uno così se gli parli di ispirazione gli provochi solo un forte mal di testa.

La colpa è del digitale? Anche, ma non solo. Il digitale ha fornito la tecnologia, diciamo così, ha armato gli eserciti, ma la guerra è scoppiata per colpe diffuse e non sempre ben identificabili. Le cose potevano andare ben diversamente.

Ma non tutto è perduto, non tutto. Molto, ma non tutto.

Anche perché non tutti i fotografi si sono arresi a questa marea montante di baggianate e superficialità. Uno zoccolo duro, ma tosto e combattivo, c'è ancora, e spesso è costituito da nuove leve, giovani che non erano che ragazzini quando il digitale è arrivato, ma non ne hanno fatto una bandiera, solo un'opportunità. Ragazzi che hanno molto da dire, e che lasciano ben sperare.

E in fondo anche tu sei arrivato a leggere sin qui. Diciamolo: che ti aspettavi da un post che inizia con "quando ero giovane io", un'esaltazione delle magnifiche sorti e progressive della fotografia del XXI secolo? Non credo, ma la tua curiosità è frutto di un malessere che serpeggia tra i fotografi e che forse porterà a un piccolo cambiamento, magari di nicchia. Ma meglio di niente.


[PS - Le foto che illustrano il post sono analogiche e rappresentano luoghi abbandonati: a buon intenditor...]



Commenti

  1. Io considero FOTOGRAFO chi rappresenta qualcosa di esterno a sè, considerando anche l' Invenzione cosa esterna... "trovata".. magari in condizioni particolari. NON FOTOGRAFO chi rappresenta sè stesso ..senpre.. come dire: "dando sfogo alla triste voglia" di esserci. Da qui la "selfiemania" con annessi e connessi. Ritengo che in questo caso - cioè i miliardi di scatti/sec. sono curativi per molte persone che così si sentono di uscire dall'anonimato o più precisamente dalla INVISIBILITÀ.
    p.s.Spero di nn avere annoiato troppo.
    da un vecchio -ormai- frequentatore della Diva Luigina.

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