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Visualizzazione dei post da Agosto, 2018

Dare un senso a questa foto (anche se un senso non ce l’ha)

Dida #1 - Le mura antiche e quelle nuove ricostruite dopo il terremoto del 1971  a Tuscania (Vt) si evidenziano grazie alla differenza di colore e texture.
La parola didascalia deriva dal greco “istruzione”, derivato a sua volta dal verbo insegnare e la si utilizzava originariamente in ambito musicale: erano infatti le indicazioni che il maestro dava al coro lirico. In seguito il termine venne utilizzato per indicare l’intera rappresentazione drammatica, di cui in effetti il coro costituiva la parte essenziale, e infine l’insieme delle rappresentazioni teatrali che un autore proponeva.
Il vocabolo rimase a lungo segregato in ambito teatrale, e ancora nel XIX secolo con didascalia si intendeva l’insieme di istruzioni fornite agli attori e allo scenografo in merito all’allestimento dell’opera e alla recitazione. Si deve attendere il 1958 per trovare un uso diverso del termine ad opera del pittore Luigi Bartolini che definisce come didascalia la “dicitura informativa che accompagna un'…

Riempire il bicchiere del tempo

Quando durante un corso di fotografia si cerca di spiegare la teoria dell'esposizione, si fa l'esempio di un bicchiere vuoto che si vuol riempire d'acqua collocandolo sotto un rubinetto. Il bicchiere è la superficie sensibile (pellicola o sensore digitale), il rubinetto è il diaframma, che lascia passare più o meno luce come il rubinetto fa passare più o meno acqua a seconda se sia tutto aperto o quasi chiuso. Ovviamente, se passa solo un filo d'acqua, dovremo tenere più a lungo il bicchiere sotto al rubinetto, per riempirlo. Se il rubinetto è invece completamente aperto, in un istante il bicchiere sarà colmo, e si rischia anzi di farlo traboccare, che nella logica della similitudine vorrebbe dire sovraesporre la fotografia.

L'esempio del rubinetto e del bicchiere lo trovo calzante ed efficace, rende subito l'idea, evidente il concetto. Se il diaframma è aperto e lascia passare più luce, il tempo di scatto sarà breve, e viceversa. Il punto è: ma in fotografia il…

Un'attività inutile. O magari no

Conosci un'attività che consiste nel produrre molto, moltissimo senza utilizzare mai quasi niente di quanto prodotto? 

Si che la conosci, ovviamente: è la fotografia. Pensaci. Il fotografo investe molti soldi (a volte moltissimi) per produrre enormi quantità di fotografie, con le quali, poi, non combina nulla. Tolte quelle poche (pochissime, al massimo l'1%) che verranno inviate a qualche concorso, o esposte in qualche mostra, o proposte a qualche rivista o pubblicate su Internet, di fatto quelle immagini non vedranno mai altra luce, rimanendo segregate negli oscuri meandri di un Hard Disk.

Dirai: c'è la soddisfazione di aver creato qualcosa, di aver espresso la propria creatività. Certo, hai ragione. Ma Ansel Adams era contento se a fine anno aveva realizzato 10 (di-e-ci) foto buone: a te quante te ne servono per sentirti altrettanto felice?
E' una riflessione che mi viene spontanea ogni volta che leggo su Facebook di qualcuno che vuole migliorare o "implementar…

Perché stampare le foto è meglio

No, non farò la solita tirata sul fatto che le foto se non le stampi potresti perderle, che la memoria che fine farà, che vuoi mettere la foto che diventa un oggetto concreto, e così via. Ne hanno parlato tutti, a volte anche a sproposito, e quel che c'era di dire è stato detto.
Quello di cui voglio parlare è invece come cambi la percezione stessa della foto, se la stampiamo. E' un fenomeno di cui mi sono accorto in modo empirico, la prima volta con il rumore digitale. 
Avevo delle fotografie assai rumorose, perché scattate con fotocamere mirrorless di prima generazione e tempi di esposizione molto lunghi.  Ma siccome alla fine a me non preoccupa molto la "grana", le feci comunque stampare e - sorpresa - sulla stampa il rumore si notava appena. 
Com'era possibile? Il fatto è che la trama della carta da un lato, e l'osservazione meno scrupolosa che facciamo di una stampa rispetto al monitor (dove impera il vizio di guardare i dettagli al 100%), avevano ridott…

Come abbiamo potuto permetterlo? Ovvero: la solita lamentela pallosa!

Quando ero giovane io, noi ammiravamo i professionisti. Fotografi professionisti, intendo. Non solo i grandi nomi, quelli famosi, fighissimi e intervistati da ogni rivista fosse possibile rimediare in edicola (all'epoca, ce n'erano tante di riviste che trattavano di fotografia). 
No, parlo anche di quelli che semplicemente riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena grazie ai loro scatti: che fossero ritratti, cerimonie, cataloghi di prodotti o paesaggio o altro non importava. Era quella cosa lì che ti stuzzicava e ti riempiva di ammirazione: che campassero (magari male) grazie alla fotografia!

C'era anche una sorta di rispetto: loro - i professionisti, ma anche i fotoamatori "seri", quelli che dedicavano tempo ed energie a questa passionaccia - erano la fotografia. Bravi o meno, erano comunque i profeti di questa arte magica e affascinante. Quando in una discussione tra amici fotografi interveniva un professionista o un fotoamatore riconosciuto... beh, t…

Come illuminare grandi ambienti con un solo punto luce (e un po' di pazienza)

L'occhio umano non ha la capacità di accumulare la luce: se la luce c'è riesce a vedere, se la luce non c'è ovviamente no (con tutte le gradazioni tra questi due estremi). Per nostra fortuna i sensori digitali (e la pellicola) invece ci riescono eccome, anche se a volte a costo di un certo aumento del rumore, specialmente quello termico.

Questa ampia galleria sotterranea, di epoca etrusca, è totalmente buia, come puoi ben immaginare. Per non portare con sé, in un ambiente dove sarebbe anche oggettivamente difficile, un intero set di lampade stile cinematografico, per illuminarla sarebbe stato necessario - sino a non molti anni fa - ricorrere alla tecnica dell'open flash. Con l'otturatore aperto si provvede a far scattare a mano un flash più e più volte, stando attenti a non entrare all'interno dell'inquadratura. Efficace, ma complesso, per non parlare della durezza di questo tipo di luce.
Oggi abbiamo molte altre possibilità, grazie alla tecnologia led. Ba…

Come utilizzare i riflessi

Non sempre è necessario mettere in campo tecniche complicate o "eroiche" per ottenere una fotografia che racconti qualcosa. Un pomeriggio di tre anni fa ero sulle rive del lago di Vico, in provincia di Viterbo, quando mi son reso conto che il lago era davvero lo "speculum coeli" (specchio del cielo) che cercavo. 
Avevo dato quel titolo a un mio progetto, e per un po' mi sono aggirato tra il lago di Bolsena, il lago di Bracciano, quello di Mezzano e appunto Vico inseguendo riflessioni varie: sia quelle fisiche nell'acqua, sia quelle cerebrali, è ovvio. Come dico sempre, l'accessorio da non dimenticare mai a casa è la nostra sensibilità (o mente, o cervello, o anima, chiamala come vuoi).
Quel giorno lì l'assenza di vento dava al lago la possibilità di replicare quasi alla perfezione tutto ciò che stava al di sopra della superficie liquida. Per fortuna il cielo era percorso da solitari nembi, che assumevano le forme più varie. Ero estasiato, anche dal…