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Un piccolo sondaggio

Su Facebook, un po' di tempo fa, ho realizzato un piccolo sondaggio tra gli iscritti alla mia pagina Colorseppia, chiedendo se ritenessero che i fotografi fossero più bravi oggi o prima dell'avvento del digitale. I risultati sono stati interessanti.

La stragrande maggioranza dei 32 votanti percepisce i fotografi di una volta come più bravi di quelli di oggi. Se vogliamo, questa è un'ovvietà, soprattutto se non specifichiamo (come ho fatto io, perfidamente) a che epoca ci riferiamo. 
Se riandiamo agli anni ‘70 o ancora più lontano, quando le fotocamere automatiche erano ben poca cosa e bisognava sapersi arrangiare con esposimetri laboriosi (e magari esterni), pellicole poco sensibili, operazioni  complicate (avanzamento manuale della pellicola, messa a fuoco “a occhio” o con telemetro a immagine spezzata, e così via), è ovvio che le competenze dei fotografi dovevano essere più ampie: dal punto di vista meramente operativo, indubbiamente, erano più bravi. 
Se riandiamo indietro ancora di più, alla metà del XIX secolo, ai tempi del collodio e delle antiche tecniche di stampa, beh, non c'è storia. 
Qualcuno mi ha fatto giustamente notare che anche oggi i fotografi debbono imparare a usare i software per la postproduzione: è vero, ma la curva di apprendimento è assai più rapida, almeno per i fondamentali, anche tenendo conto dell'aiuto di Internet e dei tanti tutorial passo passo. Inoltre oggi gli automatismi possono davvero essere definiti intelligenti.
Ovviamente, potremmo anche sostenere che alla fine quella che conta è la sensibilità del fotografo, quello che ha da dire, e come lo dice. E infatti la bravura a cui mi riferivo nella domanda posta con il sondaggio non è quella espressiva e contenutistica, ma per l'appunto meramente tecnica. 
Il mio nuovo libro, che uscirà a breve, si intitola significativamente “Non ci sono più i fotografi di una volta”: di fatto, però, nel libro cerco soprattutto di dimostrare che invece ci sono ancora “i fotografi di una volta”, quelli che intendono comunicare emozioni. Solo, hanno la vita molto più semplificata, almeno dal punto di vista tecnico.
Lasciami però concludere con una riflessione su un aspetto non secondario: la bravura tecnica incide sulla creatività? Ebbene, penso di si. 
Io ho impiegato molti anni ad apprendere i segreti della fotografia, e tutti i miei coetanei hanno fatto altrettanto: con pazienza, per tentativi ed errori, imparavamo a scattare, a trarre il meglio dalla pellicola e dalla nostra attrezzatura. Questo ci portava a essere più attenti, concentrati, a sfruttare al massimo le nostre possibilità, e la nostra creatività. A volte, non avevi scelta.
Oggi ci sono giovani fotografi che in un paio di anni passano dall’acquistare la prima fotocamera al dichiararsi professionisti, che vincono concorsi e diventano “influencer” su Instagram. Tutto va veloce, non c’è sedimentazione. 
Sarà un caso che un tempo ci siano stati i Franco Fontana, i Berengo Gardin, i Giacomelli, i Roiter, i Cartier Bresson e oggi si fatica a vedere un grande nome che sia più giovane di Paolo Pellegrin, che è comunque mio coetaneo? Qualcosa vorrà pur dire. 
Dopo almeno 12 anni di digitale imperante, durante il quale si è prodotto di più che nei 160 anni precedenti, dovremmo avere qualche nuovo “maestro” che inizi a imporsi: vedo invece tanti, tantissimi bravi fotografi, professionali, capaci, con anche belle idee, ma alla fine si somigliano un po’ tutti, quasi che il realizzare foto “belle” sia più importante che realizzare foto “significative”. 
Magari ne riparleremo.
Intanto grazie a chi ha partecipato votando! 

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