Passa ai contenuti principali

Post

Un booktrailer, o quasi

Promuovere un libro, specialmente se fotografico, è davvero una faccenda complicata. Ma molto complicata. Occorre convincere le persone della bontà del proprio lavoro, della qualità del libro stesso, dei suoi contenuti testuali come delle foto, e convincere un potenziale acquirente a sborsare tre biglietti da dieci euro (comprese le spese di spedizione) per un libro che - se si eccettuano le presentazioni che organizzo - non si tocca con mano, non si può sfogliare, se non virtualmente, prima dell'acquisto.

Si deve anche tener conto che i libri, in Italia, vendono poco e quelli fotografici quasi non hanno mercato. Mi dirai: e allora perché produrli? Per passione, perché c'è il "sacro fuoco" che ti spinge a realizzare sempre nuovi progetti e a veicolarli in qualche modo, e di certo il libro è il sistema migliore. 
Una mostra dura qualche giorno, al più qualche settimana, poi chi se la ricorda più? Online non ne parliamo: le foto durano il tempo di un battito di ciglia…
Post recenti

Il piacere dell'imperfezione

Diciamocelo francamente: che palle questa ricerca continua della perfezione, che riguarda tutti i campi, ma che diventa forsennata quando parliamo di fotografia! 
Una ricerca che tra l'altro fa la fortuna delle case costruttrici di obiettivi e fotocamere che progettano sempre nuovi modelli per "andare incontro alle esigenze dei fotografi" (sic)!
L'unica azienda che sembra andare controcorrente e che ha fatto fortuna con l'esatto opposto, cioè abbassando il livello qualitativo e puntando tutto sul divertimento, è Lomography. Una furbata, secondo alcuni, un modo per sfruttare l'onda lunga della cosiddetta "Lo-Fi Photography" (fotografia a bassa fedeltà) per guadagnarci ovviamente su offrendo a prezzi troppo alti fotocamere e accessori di qualità dubbia, e realizzati comunque in Cina - e dunque con un buon ricarico da parte del venditore finale.


Tutto vero, ma è anche indubbio che se acquistare le nuove Diana o Holga, per non parlare della stessa Lomo…

Il blocco dello scrittore-fotografo

Sto cercando di tenere un ritmo tranquillo ma regolare su questo blog, sebbene la mancanza di commenti e interazioni renda difficile capire se i miei post interessino o meno i lettori, che pure ci sono. Insomma, ogni tanto mi blocco, pensando a che argomento trattare, e in fondo su dove portare questo spazio che era nato per la promozione delle mie attività e che nel frattempo è diventato una specie di luogo dove riflettere sulla fotografia in modo più libero e anarchico rispetto al blog che tengo su Reflex-Mania (EffeVentidue), che è quello "serio".

Ieri avevo deciso di sterzare molto di più verso la fotografia analogica, di fare quasi un blog "al grano d'argento", ma poi oggi non ne ero più così convinto. 
Oltretutto, leggendo i consigli dei "guru" di Internet, sembra che se in un blog, che pure è online da un po', non ci sono interazioni, questo è dannatamente un brutto segno. Significa che le persone non trovano nulla da aggiungere a quel che…

Una scenografia degna

L'idea suggerita dal geografo Eugenio Turri secondo cui il Paesaggio è come un Teatro - o meglio una scenografia - in cui le persone recitano un ruolo, modificandolo e adattandolo a seconda del copione, mi affascina molto. E pochi "scenografi" sono stati più attivi e importanti dei contadini. Per millenni hanno modificato il volto stesso della Terra, abbattendo foreste e arando campi, piantando ulivi e viti, creando canali di irrigazione, e alimentando con il loro lavoro le città, i borghi e gli eserciti dei potenti.

Naturalmente non era sempre tutto così lineare. Da sempre il lavoro umano è sottoposto - e asservito - alle mire e alle aspirazioni dei nobili e dei potenti, e a seconda delle loro volontà un territorio poteva essere ben gestito o andare in malora. Basti pensare ai vasti possedimenti terrieri che le famiglie nobili, ma anche la Chiesa, possedevano in Maremma e intorno Roma (la cosiddetta Campagna Romana), vastissimi latifondi tenuti a pascolo in cui solo po…

Senza regole

Un po' di anni fa misi in cantiere una mostra, tenutasi presso una galleria a via Giulia, a Roma, realizzata con foto pesantemente elaborate e francamente strane. Alcune di quelle stampe le ho ancora in giro per casa, appese al muro. Di tante foto, solo alcune le considero ancora "valide", nel senso che mi rappresentano in qualche modo.
Comunque da allora non ho mai smesso di produrre immagini particolari, diciamo molto "astratte" - sebbene l'astrattismo in fotografia non esista davvero - generalmente a colori, utilizzando tecniche davvero anarchiche. La mostra di via Giulia si intitolava "No Rules/Senza Regole": ecco, faccio ancora foto senza rispettare le regole, e mi piace un sacco.

Lo considero una specie di contrappeso rispetto alla fotografia che realizzo normalmente: in bianco e nero, analogica o digitale, di paesaggio o comunque di descrizione dei luoghi. 
Nelle fotografia "senza regole" utilizzo il colore e il soggetto di rado …

Il fotografo e le parole

Ci sono fotografi che con le parole hanno poca dimestichezza e che per questo sostenevano - non a torto - che loro fotografano proprio per non doverle usare. Ma poi alla fine, volenti o nolenti, qualche parola la dovevano pur usare, se non altro per scrivere le didascalie.

Lo stesso Ansel Adams, che come noto riteneva che le fotografie son come le barzellette e "se devi spiegarle non son venute bene", pure dedicò molto tempo e molta attenzione alla scrittura, sia pur di tipo tecnico, basti pensare alla sua corposa trilogia su fotocamera, negativo e stampa.
In realtà ci sono stati fotografi che hanno finito per far prevalere l'aspetto prosaico a quello iconografico. Franco Vaccari, con la sua passione per nascondere l'Autore e far prevalere l'autonomia della fotocamera, alla fine è più famoso per quel che ha ideato, scritto e descritto che per le sue foto, che per lui erano principalmente uno strumento utile a concretizzare la propria poetica artistica più che og…

Da dove siamo partiti

Non so se anche a te capita di riandare con la memoria ai primi tempi in cui hai iniziato a fotografare seriamente. E sottolineo seriamente.

Da ragazzino già avevo la mia bella fotocamerina, una Closter a telemetro datami da mio padre, ma non scattavo seriamente, solo per gioco, a volte ottenendo dei risultati decenti, il più delle volte delle immagini orrende. Almeno per quel che ricordo.
Nel 1988 trovai finalmente i fondi per acquistare la mia prima vera reflex, una Olympus OM10 con Manual Adapter, Zuiko 50 mm e un 70-210 mm Naigon. Mi ricordo ancora la soddisfazione di usare quella piccola fotocamera, e l'idea che avrei potuto tirarne fuori delle foto decisamente buone. Cosa che regolarmente non avvenne.
Non c'era ancora il digitale, e la curva di apprendimento era lunga. Io poi scattavo in bianco e nero, sviluppavo e stampavo da me e i risultati erano - da ogni punto di vista - scarsi. Ma ero contento lo stesso, la classica gioia del fotografo che è innamorato della fotoc…

Il test del consumista incallito (o del risparmiatore accorto)

Ripropongo qui un giochino che avevo scritto un po' di tempo fa perché, pensandoci bene, mi sembra oggi più che mai di attualità. E comunque credo sia divertente.



Dunque, immaginiamo che un giorno tu riceva una telefonata da un notaio: un misterioso "zio in America" di cui ignoravi l'esistenza è morto, e ti ha lasciato in eredità una parte dei suoi averi, bei 30.000 euro (o dollari, visto che viveva negli USA).  
Ma potrebbe andar bene anche una vincita al Totocalcio, se l'ipotesi di aggrada di più (ma la possibilità che si verifichi la prima è più alta).
Decidi che, visto che è un dono piovuto dal cielo, che non ti aspettavi e che non hai nemmeno dovuto faticare per ottenere, destinerai l'intera cifra a spese di tipo fotografico. Saggia scelta, direi. 
Bene, cosa acquisti?
Quello che ognuno compra - in qualsiasi campo, ma ancor più in campo artistico ed espressivo - è molto significativo. Rivela le priorità e anche la psicologia del soggetto. Dunque facciam…

Ti presento Ben

C'è stato un tempo in cui, per lavoro (facevo il fotografo di viaggi), facevo lunghi spostamenti, spesso in treno, ma anche in auto. Qualche volta in aereo. Da allora molte cose sono cambiate nella mia vita, a cominciare dal fatto che le riviste di viaggi hanno chiuso quasi tutte. Ma soprattutto mi son reso conto che viaggiare non è un atto neutro. 
Non abbiamo ancora il teletrasporto stile Star Trek, e ogni spostamento ha un impatto, sia ambientale, sia di consumo di risorse, per non parlare degli animali uccisi perché investiti, delle morti per incidenti e così via.

Insomma, ogni volta che vai da A a B, e un fotografo lo fa spesso, prendi una decisione che, come la mitica farfalla che provoca un uragano da qualche parte nel mondo, qualcuno prima o poi pagherà. 
Da quando mi sono trasferito nella Tuscia, dunque, i miei viaggi sono diventati sempre più a corto raggio, secondo la logica di Ansel Adams che viaggiare porta a foto superficiali - il più delle volte - e che solo tornan…

Il senso del fotografo per l'abbandono

Non so bene perché ami così tanto i luoghi abbandonati. O magari lo so: è che sembra sempre di dover risolvere un enigma. E' come in certi film gialli, o come nei romanzi di Sherlock Holmes.
Perché scavare un ipogeo proprio qui? Chi lo ha realizzato? E quando? E quelle nicchie, a cosa servivano: per delle lucerne o per gli oggetti di uso quotidiano?

Il passato sembra essersi come solidificato su queste pareti e pare possibile leggerlo, anche se il più delle volte non è vero. Ci accontentiamo delle suggestioni, delle ipotesi, dei sogni. A noi fotografi spesso basta e avanza.
Si dice che la fotografia possa rappresentare la realtà, possa raccontarla, mostrarla, diffonderla; che nulla come una fotografia testimoni che un certo evento è accaduto e che un certo luogo appare esattamente come lo vediamo. Maè una bugia. 
La parvenza di un luogo, di una persona, di un oggetto è qualcosa di davvero molto diverso dalla sua realtà, dalla sua intima essenza. Per quanto desideriamo evitarlo, c…

Le regole sono importanti. Ma non quelle della composizione.

Da quel che mi ricordo - e fotografo da quando son bambino - la fotografia è quella cosa fatta di regole e regolette, rispettando le quali farai di certo "belle" foto. L'orizzonte dev'essere dritto, i soggetti vanno collocati secondo la regola dei terzi, non scattare controluce se non strettamente necessario, la luce buona è solo quella dell'alba e del tramonto, e così via, sai bene di cosa parlo.
Mi ci sono voluti quasi trent'anni per superare tutto questo, e cominciare a capire che non si può incasellare la creatività dentro regole rigide, accademiche, ma che ciò che conta è - come diceva Bill Brandt - solo il risultato. Del processo chissenefrega.
Ma poi ho capito che delle regole invece sono necessarie, e che non sono affatto quelle della composizione, ma quelle dettate dal tempo. Tutti noi vorremmo - nel vedere una potenziale immagine - essere istantaneamente pronti a scattare. Click, presa!


E invece il più delle volte dobbiamo seguire una procedura, ch…

Tu per chi fotografi, per te stesso o per gli altri?

Questione spinosa quanto mai. Mettiamo di trovarci nella situazione del protagonista del film "Io sono Leggenda" (2007) interpretato da Will Smith e in cui si racconta di un uomo rimasto solo (a parte qualche mostriciattolo) dopo che una terribile epidemia ha cancellato tutti gli altri esseri umani. 
Bene, Robert Neville - il personaggio interpretato da Smith - secondo te si metterebbe a scattare fotografie? Per condividere cosa? Magari per ricordo? Chissà.
Fare arte e non avere un pubblico, insomma, ha un senso? Magari si, se pensiamo all'esperienza di Vivian Maier, che in fondo ha scattato migliaia di foto senza farle vedere a nessuno, anzi a volte senza nemmeno svilupparle. 
Ma in linea generale, mi sembra che senza avere un confronto e senza poter mostrare a qualcuno il risultato dei propri sforzi, in breve ci si trovi in un vicolo cieco, incapaci di procedere. Insomma, ci vuole equilibrio: la capacità di esprimere se stessi in modo onesto, senza per questo chiuders…

Fotografia cimiteriale (ma anche stenopeica)

Tra la fine del XIX secolo e il primo dopoguerra, in Europa e negli USA si diffuse la cosiddetta "Spirit Photography", la fotografia dei fantasmi.

Grazie ad accorte doppie esposizioni, i fotografi che la praticavano convincevano i clienti che lo spirito dello zio, della mamma o del figlio/a si fosse manifestato sul vetro della lastra sensibile. Fu William Mumler, probabilmente, il primo a concepire questa "truffa", sostenuta anche da un clima di diffusa superstizione, dalle scarse conoscenze tecniche rispetto alla fotografia e ovviamente anche dall'abbondanza di "materia prima" fornita dalla Prima Guerra Mondiale.


Nello stesso periodo - e in verità ancor prima - ci furono molti fotografi che si dedicarono alla fotografia dei cadaveri: non quelli della "morgue", della Polizia scientifica o della cronaca giornalistica, ma quelli dei poveri cari appena mancati all'affetto di parenti ed amici. Abilmente ricomposti nei loro vestiti migliori,…