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Il nome delle foto

A me piace andare alla fonte, attingere direttamente dagli scritti dei fotografi della seconda metà dell’Ottocento, quando disponibili (e in questo la tecnologia del XXI secolo, cioè Internet, aiuta parecchio!). Anche perché amo una certa iconografia, che a volte riprendo quando fotografo col foro stenopeico o con vecchie fotocamere a menisco (la foto qui sotto, ad esempio, l'ho realizzata con una Halina 4-6). Tra gli altri, mi è capitato di leggere il libro di Henry Peach Robinson, il suo capolavoro, per così dire, “Pictorial effects in photography”. E’ molto divertente vedere come la tecnica e la filosofia di ripresa evolvano, senza che però l’approccio di fondo cambi granché. Era già in corso una diatriba che allora contrapponeva i “puristi”, contrari a ogni manipolazione, ai “creativi” come Robinson, che arrivavano a montare in un’unica immagine fino a 50 negativi (ma in genere due o tre).Oggi la discussione tra coloro che vogliono mantenere “illibate” le loro immagini e chi ut…
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Le compatte analogiche anni '90

Non so bene se sia un fatto comune o meno - tra i fotografi, intendo - l'andare in fissa, ogni tanto, per qualche genere fotografico o per qualche tipo di fotocamera, comunque a me succede. E da quando ho ripreso attivamente a scattare in analogico, la cosa mi capita molto più spesso. 
Ho iniziato con la fissa per le piccole 135, quelle a telemetro come la Ricoh 500G o la FED 5b, poi per le medio formato 6x9 cm in bachelite per film 620, come la Photax o la FEX, poi per le mezzo formato, sia 120 che 135, come la Chajka o la Bencini Koroll II, e così via.
In questo periodo sono "in fissa" con le compatte  AF degli anni '90, quelle che schifavo all'epoca e mi appassionano oggi. Certo, hanno dei limiti gravi, ma anche indubbi vantaggi, come la compattezza e la comodità d'uso, che le rendono ideali quando si va in bicicletta o si fanno lunghe escursioni.
In linea generale non amo il fatto che siano totalmente automatiche, cosa che non consente di "pilotarle&quo…

Perché la fotografia stenopeica?

La gran parte della storia della fotografia è stata analogica: grani d’argento, sviluppo e fissaggio, pellicole, lastre, e compagnia bella. Questo è un dato di fatto. E personalmente ho sempre creduto, e credo tutt’ora, che un fotografo non possa dirsi completo, e un vero appassionato, se non ha almeno provato, almeno una volta, anche solo per una singola sessione, a sviluppare una foto con metodologia chimica e non digitale.Questo non per una forma di snobismo ma, se vogliamo, per una sorta di rispetto verso la storia della nostra arte, e anche – ovviamente – per conoscerne davvero ogni aspetto, e verificarne di persona tutte le potenzialità. Indubbiamente parlo così perché sono nato e cresciuto nell’analogico, lo ammetto, ma è anche vero che poi ho abbracciato con convinzione il digitale.Poi, come capita a chi ha fatto una scorpacciata di CD e MP3 e vuole tornare ad ascoltare musica su vinile, anche a me è tornata la voglia di riprendere in mano la pellicola e di tornare a sentire i…

La scomparsa del non-umano

Negli anni '50 Paolo Monti lamentava il fatto che nelle mostre di fotografia che si organizzavano in Italia soprattutto a cura dei Circoli Fotografici mancassero i ritratti, mentre abbondavano paesaggi (in genere di stile pittorico o pittoresco), still-lifes (che lui chiama "nature morte"), scene di strada molto impostate. Era l'epoca del Neorealismo e dei grandi reportages, gli appassionati si ispiravano da un lato ai film di Rossellini, Visconti o De Sica, dall'altro a fotografi come Cartier-Bresson o W. E. Smith, per non parlare della grande scuola Magnum, all'epoca ancora al massimo del suo splendore. Ovviamente si limitavano a riprendere gli stilemi, le luci, il modo di guardare, traducendolo però in modalità un po' retoriche, sdolcinate, decorativiste. Il che faceva infuriare - ma pacatamente, come sua abitudine - il grande fotografo della "scuola veneziana" (Monti fu tra i fondatori del circolo fotografico "La Gondola", appunto …

Il locale e l'universale

Quando parliamo di paesaggio - e di fotografia di paesaggio - la domanda da porsi sempre è: quanto quella foto vuole rappresentare un dato e specifico luogo e invece vuole essere una metafora di ogni luogo del pianeta che abbia  caratteristiche simili, almeno di base? In altre parole: quanto un paesaggio oltre a essere locale è anche universale?


Sally Mann è una grande fotografa americana che ha conosciuto e ha studiato con Ansel Adams, cosa che l'ha portata ad abbracciare con convinzione la fotografia di paesaggio come genere d'elezione, anche se non esclusivo (si tratta anche di un'eccellente ritrattista). Ma presto prende una strada assai diversa da quella di Adams: tanto quest'ultimo sceglie un tono lirico e grandioso, e spesso punti di vista ampi ed elevati, tanto la Mann ha un approccio intimo, personale e molto ravvicinato, quasi claustrofobico
Ma non solo: Adams è l'alfiere della fotografia "straight" più spinta, con ampie campiture di grigio, d…

Cronache Fotocoronavirali 7 - Nero Asfalto

Cos'è che noi fotografi guardiamo spesso e volentieri cercando ispirazione? I dettagli. E in questo periodo, quando il più delle volte si può "star fuori" giusto se si fa la fila alla Posta o al Supermercato o una breve passeggiata vicino casa, a quali dettagli potremo mai dedicarci?
Personalmente, ho scoperto l'asfalto, magari quello vecchio e malmesso che ci fa imbestialire perché sconnesso e pericoloso se ci si passa su in moto o con l'automobile, quello che oramai è diventato - insieme al cemento - un simbolo della nostra epoca che divora territorio, distrugge boschi e campagne in nome del "progresso".

Ecco, quell'asfalto io non l'avevo mai guardato davvero, per bene, a lungo, come ho fatto in questo periodo: diciamo che il Covid-19 m'ha fatto scoprire dettagli che non avevo mai preso in considerazione, né tantomeno fotografato.
Dunque, nelle brevi passeggiate a 200 metri da casa, o nelle code davanti alla Posta o al Supermercato, mi so…

Cronache Fotocoronavirali 6 - I miei Tessssori

Come fatto nelle "cronache" numero 3, torno a parlare delle mie amate fotocamere analogiche, riprese grazie a una Mamiya RB 67, stavolta dotata del 180 mm e di una lente addizionale da una diottria della B+W.
Si tratta di un esercizio che mi permette di tenermi in allenamento con esposimetro e sviluppo, ma anche di passare un po' di tempo ad armeggiare con una fotocamera (la Mimiya) che di manualità ne richiede parecchia rimanendo al contempo in contatto con le mie "compagne d'avventura" costrette a un periodo di sosta forzata.
Le fotocamere riprese sono quelle che ho utilizzato per il mio progetto "Una Momentanea Eternità" (se sei interessato a saperne di più o ad acquistare il libro puoi andare nel mio sito) e che ora sfrutto per il nuovo progetto analogico, purtroppo al momento bloccato dal Covid-19, ma che spero di riprendere presto.
Ecco dunque alcuni dei miei "tesssssori", come direbbe Gollum.

La Bencini Koroll II è senz'altro…

Cronache Fotocoronavirali 5 - Nuove fotocamere stenopeiche

Il fotografo compulsivo - categoria a cui mi ascrivo - non riesce proprio a stare lontano dalle proprie fotocamere, nel mio caso soprattutto quelle analogiche. Soprattutto non riesce a non pensare al momento in cui - finalmente - potrà nuovamente uscire a fotografare.  Il che porta inevitabilmente a pensare anche a nuove opzioni, a nuove possibilità.
Oramai ho un sacco di fotocamere hackerate che vorrei testare sul campo e francamente non sto più nella pelle. In particolare - com'è ovvio - mi sono dedicato alle fotocamere stenopeiche, quelle più facilmente realizzabili in casa, con strumenti semplici. Il primo "lavoretto" mi ha portato a cercare di migliorare le prestazioni della mia Holga WPC (Wide Pinhole Camera).
Si tratta di una fotocamera stenopeica realizzata in plastica - e di basso costo - che permette di ottenere negativi 6x9 e 6x12 cm. Il fatto è che la versione originale ha una protuberanza (una specie di torretta) su cui è montato il foro e che sporge di alm…

Cronache fotocoronavirali 4 - Foglie d'erba

"Mi lascio in eredità alla terra, per rinascere nell'erba che amo,/  se ancora mi vuoi, cercami sotto i tuoi piedi..." (Walt Whitman da "Foglie d'erba").


Mettiamoci il desiderio di scattare un po' di foto analogiche. Mettiamoci che non ci si può allontanare molto da casa. E mettiamoci che a pochi passi da dove abito c'è questo campo abbandonato, dove pian piano la natura si riappropria di quel che le compete, facendo nascere quest'erba alta, avvolgente, flessuosa.
Si tratta di un classico esempio di quello che Gilles Clément chiama "Terzo paesaggio".
Il primo paesaggio è quello selvaggio e del tutto naturale (e oramai rarissimo), il secondo è quello dell'Antropocene, dei luoghi controllati e dominati dall'uomo. Il terzo è invece rappresentato dai luoghi abbandonati che si rinaturalizzano e divengono aree ricche di biodiversità, se solo lasciate in pace. E questo vale per i bordi delle strade, i terreni incolti, i giardini lasci…

Cronache fotocoronavirali 3 - Metafografia analogica

Se con la fotografia digitale viene più facile "cazzeggiare" fotografando di tutto, magari affacciati dal balcone di casa, con la fotografia analogica (sarà che i rulli costano) non viene proprio spontaneo. Il fatto è anche che per me la fotografia analogica fa rima con passeggiata, natura, luoghi interessanti, fotografia meditata col treppiedi, cose così. A casa, insomma, non mi viene.
L'altro giorno, però, mi son ricordato che per il mio progetto analogico in corso (che vedrà la luce tra due anni: c'è tempo) avevo necessità di alcune fotografie delle fotocamere vintage che sto utilizzando, da inserire nella parte introduttiva del libro. Foto - naturalmente - analogiche, che contavo di scattare sul campo. Ma, mi sono detto, perché non approfittare della situazione per realizzare il lavoro in una situazione controllata, nel mio laboratorio?

Oltretutto in tal modo avrei potuto rimettere in uso la mia Mamiya RB 67 (regalo di una cara amica) che il più delle volte se n…

Cronache fotocoronavirali 2 - Il "cata" da 1000 mm

Vabbe', ragazzi, quando si è bloccati in casa e non si può fare altro, ci si consola con esperimenti su esperimenti, sfidando l'impossibile, per così dire. E dopo, viene anche voglia di condividerli, tanto per restare in contatto. Per questo nascono le "cronache coronavirali", di cui questa è la seconda puntata.
Ieri mattina, mentre ero in altre faccende affaccendato, l'occhio mi è caduto su quel bidone (letteralmente) del 1000 mm catadiottrico russo.
Ora, lo sanno tutti che i teleobiettivi catadiottrici non brillano per qualità e resa ottica, e che gli MTO russi non sono certo tra i migliori che siano mai stati prodotti. A onor del vero a me son sempre piaciuti, e possiedo sia il 500 mm (che è un obiettivo "umano") che appunto il 1000, che pesa un accidente ed è ingombrante come un TIR e altrettanto maneggevole. Tuttavia li uso solo per foto "creative", proprio per il loro caratteristico sfocato con alte luci "a cerchietto".
Un pai…

Cronache fotocoronavirali 1 - Lumenprinting UV

Diciamocelo francamente: stare a casa è bello se lo facciamo volontariamente, altrimenti è una notevole seccatura. Essere obbligati a non poter uscire rende insopportabile o quasi quello che - in condizioni normali - desideriamo con convinzione: starcene in famiglia, navigare su Internet, leggere un libro, anche guardare la televisione. 
Ma insomma, quel bastardo del virus è qui - e non molla - e dunque occorre giocoforza organizzarsi. Sono momenti in cui - parlando di fotografia - son contento di non appartenere a quella categoria di fotografi per cui senza viaggiare o andare in giro non esiste possibilità alcuna, o quasi, di dedicarsi alla propria passione. 
A parte che ho un sacco di cose da sistemare, archiviare, organizzare e progettare, il fatto è che in queste situazioni mi piace tornare alla sperimentazione libera, direi quasi anarchica: quella che, in condizioni normali, rimandi sempre perché è "soltanto una perdita di tempo". D'altra parte chi non preferirebbe…