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Leggere l'istogramma di una foto (o almeno provarci)

Spesso mi viene chiesto come valutare, dal punto di vista esposimetrico, una fotografia: s'intende, già scattata. Insomma, come valutare di aver effettuato, sul campo, le scelte giuste e di non avere magari peggiorato le cose in postproduzione?

In genere rispondo sempre che, in effetti, abbiamo la possibilità di vedere quella che è (da ogni punto di vista) la "fotografia di una fotografia", cioè l'istogramma. E se la fotografia originaria ci confonde a causa del soggetto, dei colori, della composizione, l'istogramma è una "fotografia" più precisa e scientifica. Lo ammetto: è un po' (parecchio) meno affascinante!


In effetti l'istogramma rappresenta, su ascisse e coordinate di un normale piano cartesiano, ogni singolo pixel della nostra fotografia, solo slegato dalle forme del soggetto e reso come pura quantità di luce.
A seconda della sua collocazione possiamo sapere se quel punto è scuro (se è più verso sinistra) oppure chiaro (se più verso des…
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AREA 18

E' uscito il mio nuovo libro - al momento disponibile solo in formato cartaceo - intitolato "Area 18". Si tratta di una riflessione sull'Arte di Vedere, cioè sulla capacità di sviluppare la consapevolezza che il nostro cervello - piuttosto che mostrarci le cose come sono - tende invece a ingannarci, e che dunque "vedere" significa trarre insegnamento da questo e smettere di fidarsi... "ciecamente" della vista e iniziare magari a fare Arte, che proprio sugli inganni visivi si basa.
Ovviamente, essendo io un fotografo e non un neurologo, vedo l'intera faccenda da questo... punto di vista, anche se a rigore il libro non è rivolto soltanto agli altri fotografi.

Come riporto nell'Introduzione del libro, lo scopo del nostro cervello non è quello di farci conoscere il mondo circostante, ma di fornirci strumenti per sopravvivere ai suoi pericoli. Dunque quando guardiamo alla realtà, sempre la valutiamo basandoci sulle nostre conoscenze e sulle es…

Divertimenti telefonici

Il post di oggi non è per niente impegnato. Non che gli altri lo siano chissà quanto, ma almeno cerco di sviluppare un ragionamento che abbia un senso. Stavolta no, è un puro divertissement digitale. La storia è semplice.

Mentre ero in giro per fare delle fotografie (oltretutto analogiche) ho deciso di scattarne alcune con il mio smartphone, un modello economico della Huawei (l'Y6 del 2018). Ma siccome mi piace anche maltrattare le attrezzature fotografiche, o comunque utilizzarle in modalità che non sarebbero loro tipiche, ho scattato le foto come se lo smartphone fosse una normale fotocamera, su treppiedi. In più, ho testato un economico aggiuntivo grandangolare, così, per non farmi mancare nulla.

Ovviamente la qualità complessiva peggiora molto, ma non è che questo sia poi così importante: per fare le foto "fatte bene" ci sono sempre le vere fotocamere: se utilizzare lo smartphone ha un senso - secondo me - è per le caratteristiche intrinseche di questo strumento, no…

Ci vogliono anni per apprendere la tecnica!

Anni, e parecchi pure. Ma, per completare la frase piena di saggezza orientale, occorre poi il resto della vita per dimenticarla.
E' l'azione di dimenticare la tecnica la cosa più difficile e complessa che si trova ad affrontare qualsiasi fotografo voglia crescere dal punto di vista creativo. Se diamo per scontato che per fare una fotografia occorrevano precise capacità - oggi in buona parte sostituite da automatismi - e l'abilità per utilizzarle senza pensarci troppo su, "al volo" diciamo, dobbiamo però anche accettare che la tecnica, intesa come l'insieme di competenze necessarie a fare un buona foto, diventa prima o poi un impaccio. 

Ci ostacola, ci tiene legati a quel che già conosciamo, ci spinge a inseguire il "vello d'oro" della perfezione, chimera da tutti ambita e che ognuno poi misura in modo diverso. Per alcuni sono le linee per millimetro, la nitidezza, la grandezza dei file o la superficie del negativo, la gamma di grigi o l'es…

Troppe foto, o troppo poche?

Si stima che ogni giorno si producano nel mondo 800 milioni di fotografie, nella gran parte dei casi grazie agli smartphone. Non solo: anche il numero di fotografie prodotte seriamente, cioè da professionisti, e specialmente fotogiornalisti, è aumentato parecchio: e questo è strano, considerando che mai come ora il settore è in crisi. Ma evidentemente si produce di più perché si viene pagati meno...

Normale, dunque, che si giunga alla conclusione che di fotografie, nel mondo, se ne producano "troppe", che ogni gesto quotidiano divenga occasione di uno scatto, che non si riesca più a comunicare senza condividere uno "shoot", che gli eventi non possano esistere senza la prova provata di una (magari brutta) fotografia.

Troppe foto banali, sciatte, senza profondità, spesso senza cuore o almeno un po' di intelligenza, scattate solo perché oramai la fotocamera ce la portiamo sempre dietro, inserita nel telefono cellulare, e alla fine "che mi costa?".


Ma in…

L'operaio Fotografo di Bordieu

Chi mi conosce, e conosce il mio lavoro, sa quanto ami le fotocamere "vintage", soprattutto quelle "popolari", cioè quelle che - specialmente negli anni poco prima e subito dopo la II Guerra Mondiale - erano progettate e costruite per "il popolo", per creare insomma le fotografie degli album di famiglia.


A me piacciono perché poco intellettuali, prive delle sovrastrutture (a volte puramente ideologiche) che infettano le varie Leica e Contax, Hasselblad e Rollei.

Naturalmente cerco di usarle "seriamente", cioé per creare progetti fotografici, come il mio ultimo lavoro "Una Momentanea Eternità", e comunque utilizzando il treppiedi, l'esposimetro e la cura che si metterebbe nello scattare una foto con una fotocamera "seria". Un'ibridazione, diciamo. Anche se poi il risultato finale è pieno di difetti: ma sono i difetti, le macchie, i "light leaks" che mi intrigano!
Molte delle fotocamere popolari in passato av…

Nell'oscurità, la luce...

L'invasione è iniziata tanto tempo fa. Decenni, forse addirittura secoli. 
Un tempo le persone, quando erano libere dal lavoro o altri impegni (e, in effetti, accadeva di rado), si riunivano tra loro, si raccontavano storie, chiacchieravano, giocavano o chissà cos'altro. In seguito, almeno chi sapeva leggere, si isolava per godersi i propri libri, con tutte le varianti: sotto un albero a studiare Dante, sul muricciolo del lungomare o al tavolino del bar a leggere il quotidiano, in biblioteca a scorrere tomi di filosofia, di storia o di altro. La cultura portava a isolarsi, questo bisogna dirlo. Però in cambio si avevano le conoscenze e le informazioni, che non è roba da poco.
Successivamente è arrivata la radio, poi la televisione, poi Internet. 
E la capacità di isolarsi è diventata comune, anzi ubiquitaria. Il tempo libero - e a volte anche quello lavorativo - lo si trascorre senza alzare quasi mai gli occhi da uno schermo. Le nostre vite sono piene, sature dei Social, dell…

Un progetto istantaneo (e molto Surrealista)

Sulla rivista surrealista "Minotaure" (dicembre 1933) vennero pubblicate alcune fotografie di Brassai intitolate "Sculputures Involontaires", realizzate in collaborazione con Dalì.

Si tratta di macrofotografie di "objects trouvè" nelle tasche dei pantaloni (biglietti del tram appallottolati, pezzetti di carta, ecc.) o nell'ambiente circostante (pasta dentifricia sul bordo di un lavandino, scaglie di sapone, mollichine di pane, e così via).
Insomma, secondo la logica dell'automatismo - tutta Surrealista - ognuno di noi crea a getto continuo delle piccole sculture e basta la fotocamera a scovarle e rivelarle al mondo. Un'operazione - con modalità diverse - ripresa anche dall'artista messicano Gabriel Orozco alla fine degli anni '90 e successivamente anche da altri artisti.
Qualche giorno fa mi trovavo a Roma per una visita medica e durante il tragitto dall'ospedale alla fermata dell'autobus - debitamente allungata per... motivi …

Per favore, si spieghi! Ovvero come evitare le Scatole Verdi

Marcel Duchamp lavorò all'opera "La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche", più nota come Grande Vetro, per ben otto anni, dal 1915 al 1923. Si tratta di un vero e proprio rompicapo per i critici e, secondo alcuni, di una severa presa in giro. La natura ironica e quasi "buffonesca" delle opere di Duichamp, in fondo, è cosa nota.
Sta di fatto che qualche anno dopo, nel 1934, Duchamp fece uscire la cosiddetta "Scatola Verde" (per il colore della carta di cui era rivestita) per le edizioni Rrose Sélavy, con una tiratura di 320 copie. Si tratta di una raccolta di schizzi, immagini e scritti che dovrebbero definitivamente chiarire il senso dell'opera. 
Dovrebbero, sottolineo.


In realtà la "spiegazione" complica ancor di più la faccenda, e scommetto che ha provocato severi mal di testa ai molti critici che si sono messi a studiare l'opera. Secondo Rosalind Krauss il "Grande Vetro" ha parentele più con la fotografia che con …

Una ricerca naturale

Il mio prossimo lavoro fotografico, e il mio prossimo libro, saranno dedicati alla natura e ai paesaggi naturali. Per una volta niente ruderi e siti abbandonati (ma ci tornerò su successivamente!), qunato piuttosto alberi e cascate, torrenti e prati.
Questo lavoro, praticamente concluso, mi ha impegnato per molti anni (quasi dieci), ed è stato svolto in parallelo con gli altri. Non lavoro quasi mai a un progetto alla volta: trovo più interessante e creativo seguirne più di uno in contemporanea, in modo da evitare la "fissazione" su un tema, con tutti i problemi che una "monomania" può comportare. Inoltre si favorisce il passaggio delle idee da un progetto all'altro, e si mantiene desto l'entusiasmo.

Per fotografare la natura ho deciso - dopo qualche titubanza - di ricorrere al digitale e non all'analogico, sebbene sempre in bianco e nero. Credo che il digitale sia più adatto a realizzare fotografie "precise", che mostrino il soggetto senza l&…

La conquista dell'Himalaya, andata e (non) ritorno

Nel 1951 un giovane alpinista chiese alla FEX, una delle più note ditte produttrici di fotocamere in Francia ( in quegli anni), di sponsorizzare la sua impresa: raggiungere la vetta dell'Himalaya e, ovviamente, eseguire una completa documentazione fotografica del viaggio.
L'impresa fu portata a compimento con successo, e la FEX creò per l'occasione una versione speciale della sua fotocamera di maggior successo, la Ultra FEX, prodotta già dal 1947 (e sino al 1962). Invece della solita scritta "France", sul frontale venne scritto per l'occasione "Himalaya" e la scatola con cui veniva venduta era arricchita dalle foto scattate durante la salita alla vetta più alta del mondo. Una bella storia a lieto fine, no?
No, perché qualche tempo dopo l'alpinista volle ritentare l'impresa e stavolta gli andò male, dunque il suo corpo giace in qualche ghiacciaio sul tetto del mondo, con accanto la fidata FEX. Chissà che tra qualche anno, complice il riscald…

Viaggio su Marte

Il pianeta rosso sarà, probabilmente, il primo a essere "colonizzato" quando gli esseri umani riusciranno a viaggiare nello spazio. Certo, viverci non dev'essere una gran pacchia, per noi abituati alla bellezza della Terra! Comunque un po' di atmosfere marziane è possibile viverle - o almeno vederle - grazie alla fotografia all'infrarosso. Normalmente io pratico la fotografia IR in Bianco e Nero: anche la fotocamera che utilizzo è impostata per mostrare le foto sul display in monocromatismo.

Tuttavia, scattando in RAW, il risultato è comunque una foto a colori che poi converto in Bianco e Nero. Qualche volta, però, lo ammetto, sono affascinato da questi strani colori, e mi piace giocarci un po'. Così la forra in cui sono stato l'altro giorno diventa qualcosa di alieno, con la vegetazione di colore rosso e l'acqua di uno strano blu un po' "malato". Roba da Isaac Asimov!

In alcuni casi i colori si accordano in maniera sorprendente alla re…

Le ottiche vintage (su digitale)

Perché mai impiegare delle ottiche vintage su fotocamere digitali di ultima generazione? Che senso ha? Beh, per cercare di rispondere, cominciamo col vedere cosa si intende per "vintage". Normalmente gli obiettivi si considerano sufficientemente vecchi, al punto da essere comparati al buon vino invecchiato ("vintage" è un termine enologico), dopo vent'anni dalla loro uscita sul mercato. Il che significa che, ad oggi, parliamo al massimo del 1999.

Onestamente, io credo che più ragionevolmente dovremmo considerare come veri "vintage" solo gli obiettivi pre-autofocus, oppure i primi AF usciti sul finire degli anni '80, ma ovviamente questa è una mia opinione.
Supportata però da una logica di fondo: che il motivo per cui molti amano utilizzare questo genere di ottiche è la sensazione "tattile" del metallo e della gomma, il piacere di una ghiera di messa a fuoco dalla corsa lunga e precisa e altre sottigliezze del genere
Presenti, sia chia…