Chi ben comincia è ben oltre la metà dell'opera

Con quale fotocamera hanno iniziato la propria attività i fotografi più affermati, ve lo siete mai chiesto?

Leggendo le interviste di quelli americani, almeno di quelli più attempati, che dunque erano giovani negli anni ’60 e ’70,  si direbbe che negli USA (e spesso in UK), la fotocamera-scuola sia stata una delle tante versioni della Kodak Brownie.


Si trattava di fotocamere semplici, con pochi comandi, e di formato relativamente grande (6x6 cm), che garantiva una discreta qualità anche con l’obiettivo a lente singola (menisco). Una fotocamera così dava la giusta soddisfazione (le foto “venivano”) ma lasciava il desiderio di andare oltre, di crescere, di avere strumenti più malleabili.

In Italia le cose andavano un po’ diversamente.


Le Brownie non raggiunsero mai un grande successo, e si ripiegava su compattine plasticose magari di fabbricazione nazionale (come le Bencini) e specialmente sulle Kodak Instamatic (formato 110 e 135).

Ma i più, specialmente negli anni ’70, avranno iniziato con una mitica reflex Zenit, di fabbricazione russa. Una fotocamera pesante, tecnologicamente obsoleta già allora, ma in grado di fornire fotografie di buona qualità, specialmente grazie agli obiettivi, come l’altrettanto mitico Helios 58 mm, ancora oggi molto amato dagli appassionati di obiettivi “vintage” (come me).

Il punto debole delle Zenit erano le tendine di stoffa, ma avevano tutto quel che serviva, il resto doveva mettercelo il fotografo: per questo dal loro utilizzo si ottenevano lezioni importanti sulla fotografia e sulla gestione dello “strumento” fotocamera.

E i nuovi fotografi, i giovani e giovanissimi “nativi digitali?  Come iniziano a fotografare, quale sarà mai la loro fotocamera-scuola?


Il più delle volte a scatenare la passione sarà stato uno smartphone. Se non altro perché se lo trovano già gratis inserito nel telefono. Che cosa si è perso, nel passaggio? Cosa significa iniziare con una Brownie o una Zenit e invece con uno smartphone? Davvero si fotografa in modo diverso, davvero il percorso che si fa non coincide?

Non voglio entrare per l’ennesima volta nella polemica se il digitale sia meglio o peggio dell’analogico. Trovo che fotografare con uno smartphone sia non solo accettabile, ma anche molto creativo, se l’operatore è sensibile e cosciente delle possibilità, e dei limiti, di questo strumento. Ed è proprio questo è il punto.

Le fotocamere come le Brownie e le Zenit costringevano a capire, a studiare, a fare prove su prove, a procedere per tentativi ed errori, e spingevano ad andare oltre, a cercare nuovi strumenti oppure nuove forme di espressione. Era un processo lento, di stratificazione, ma ti restava dentro a lungo.


Il fotografo accorto e preparato (magari perché proveniente dall’analogico) utilizzerà in modo altrettanto accorto e meditato anche lo strumento digitale, che nelle sue mani potrà esprimere al massimo le sue indiscutibili potenzialità. Ma un giovane che si avvicini direttamente alla fotografia digitale, crede che tutto questo non sia necessario. I softwares interni della fotocamera lavorano per lui. Basta premere il pulsante, come nella vecchia pubblicità della Kodak – ironia della sorte – e la fotocamera farà tutto il resto.

Le cose vanno così, proprio perché la prima volta che un bambino scatta una foto con il suo smartphone, vedrà sullo schermo la scena “come è”, le linee sovrimpresse lo guideranno nel comporre in modo decente e un passaggio in Snapseed (o simili) renderà la fotografia “artistica” e pronta ad essere utilizzata, cioè condivisa. Non c’è alcun motivo per cui, crescendo, quel bambino voglia complicarsi la vita studiando tempi e diaframmi, profondità di campo e mosso. Cose noiose.

Consola il fatto che poi, andando avanti, molti di questi nuovi fotografi scoprano l’analogico e il piacere di “complicarsi la vita” con una fotocamera a pellicola che magari non sostituirà l’amato digitale, ma lo affiancherà, facendo di lui un fotografo completo. Creativo non si sa, ma almeno tecnicamente preparato, che è già qualcosa!


E se tu volessi fare in modo che tuo figlio, o nipote (o comunque bambino che conosci) impari ad amare la fotografia e si appassioni a questo mezzo espressivo, che fotocamera dovresti regalargli?

Se me lo chiedessi, direi che la passione è qualcosa che si trasmette solo condividendo il tempo e giocando assieme, e che dunque partire da una scatola di scarpe trasformata in fotocamera stenopeica sarebbe l’ideale per mostrare la magia di questo strumento di espressione. Potrebbe anche bastare una camera obscura stenopeica, o realizzata con una semplice lente, per far comprendere le basi della fotografia, divertendosi assieme.

Ma visto che siamo una società presciolosa, forse basterebbe affidare al bambino una vecchia Brownie o una logora Zenit (se ne trovano a due soldi su Internet), con dentro una pellicola, magari a colori, e raccontargli – come fosse una favola - come ci sia stato un tempo in cui i futuri fotografi esploravano il mondo circostante grazie a strumenti come quelli. Poi lasciarli divertire.

Anche suggerendo di fotografare il “backstage” di quell’esperimento con il loro smartphone, creando un corto circuito temporale. E’ solo un’idea, che credo in pochissimi seguiranno, ma mi piaceva suggerirla a chi ha dei figli o nipoti relativamente piccoli (già a 5-6 anni funziona) e pensa che la fotografia – comunque vada – è sempre meglio di un videogioco sparatutto