Facciamo luce sugli obiettivi

C’è una certa confusione sugli obiettivi, sulla loro luminosità e sulle loro caratteristiche, una volta che vengano montati su fotocamere diverse da quelle per cui sono stati progettati.

Oggi questa cosa è assai più comune di un tempo, sia perché ci sono fotocamere col medesimo attacco, ma con sensori di formato diverso (Full Frame o Aps-c), sia per la diffusione delle mirrorless, su cui è possibile montare, con appositi adattatori, quasi ogni tipo di obiettivo, anche improprio (CCTV, obiettivi da proiezione, da ingrandimento, obiettivi vintage, lenti semplici, e così via).

Non è mia intenzione scrivere un articolo tecnico (ammesso ne abbia le capacità), anche perché in genere la matematica mi procura il mal di testa. Però vorrei puntualizzare alcuni aspetti, e fare delle considerazioni di tipo pratico, oltre che  - per così dire – filosofico.

Inizio con un esperimento che ho realizzato più volte e che oramai è diventato, per me, una prassi. Cosa succede a montare un obiettivo Aps-c su una fotocamera Full Frame?

Certo, vignetta, e poi?

Visto che utilizzo ampiamente le fotocamere reflex analogiche (di fatto full frame… su pellicola!), ho provato a montare un Sigma 10-20 mm per Aps-c su una Ricoh KR-10m degli anni ’90, che utilizzo per il mio progetto sulla "Tuscia ai sali d'argento".

Ora, come certo saprai, ogni obiettivo crea un’immagine circolare, all’interno della quale si “ritaglia” la parte utilizzabile relativamente al formato. I progettisti fanno in modo che solo questa parte sia di qualità accettabile, mentre il resto vien lasciato “cadere”, con una qualità molto scadente. Un tempo, per sfruttare tutta la superficie utile, si ricorreva a fotografie “tonde”, come nella Kodak modello 1. Affascinanti, ma magari poco comode.

Successivamente, si scelse il formato quadrato, che consente una ritaglio migliore. Vediamo questo fatto concretamente. Ecco una foto scattata come appena descritto.


Il cerchio è relativamente netto perché in verità è il bordo del barilotto a definirlo: guardando bene, si vede che tutto sommato la qualità è accettabile su quasi tutta la superficie. La foto è scattata alla focale di 15 mm (a 10 mm la qualità è inferiore).

Il ritaglio perfetto sarebbe quello quadrato, perché all’interno di un cerchio è questa la figura geometrica che sfrutta di più la superficie.


Volendo, ovviamente, è possibile invece ricavarne una foto nel classico formato 2:3, quello previsto in sede progettuale, sebbene non per il FF ma per l’APS-C.


Quello che facciamo quando scattiamo in FF e poi croppiamo la foto è esattamente quanto avviene automaticamente all’interno di una fotocamera di formato ridotto, ma nel caso che ti ho portato ad esempio, come visto, ci sono maggiori possibilità di scelta, anche se al costo di una certa perdita di qualità.

Per questo, ad esempio, utilizzo il mio Samyang 8 mm Fish Eye (Aps-c) anche sulla Nikkormat EL a pellicola, ricavandone immagini che a me piacciono molto. Ma è appunto un fatto di gusti.

Quello che però ci insegna questo piccolo esperimento è che è importante considerare il formato per il quale l’obiettivo è stato pensato, altrimenti le sue caratteristiche non possono essere ben comprese.

In particolare, vedo molta confusione in merito alla luminosità.

Io stesso, a volte, fatico a comprendere in modo chiaro la faccenda, perché appare poco istintiva. Il fatto è che spesso ci basiamo sugli esempi sbagliati, o comunque poco significativi.

Montare un vecchio obiettivo per pellicola (cioè Full Frame) su un Aps-c, a parte il cambio dell’angolo di campo, porta a variazioni relativamente ridotte delle sue caratteristiche (dovendo illuminare una superficie più piccola, potrebbe apparire ancora più luminoso).

Ma pensiamo di smontare un obiettivo f/2 da uno smartphone e di applicarlo a una mirrorless (cosa tecnicamente impossibile, ma è per fare un esempio). Se l’obiettivo è così luminoso, manterrà la sua luminosità anche su un formato superiore?

Otticamente, si. Un 50 mm f/1.4 è, e rimane, un 50 mm f/1.4 su qualsiasi fotocamera, di qualsiasi formato, lo si monti. Ma pensiamo alle foto del nostro esperimento: l’obiettivo dello smartphone proietterà una microscopica immagine al centro del sensore, un Aps-c su FF vignetterà pesantemente.

La loro luminosità intrinseca non cambia, ma a che ci potrà mai servire?


Se vogliamo coprire tutto il formato sensibile, dovremo allora ingrandire l’ottica, aumentare il diametro della lente posteriore (e in genere di quella anteriore) per avere un cerchio immagine più ampio e a quel punto i parametri saranno del tutto cambiati.

La luminosità di un obiettivo è data dal rapporto tra la lunghezza focale e l’apertura effettiva della lente. Quest’ultima indica o il diametro della lente (nel caso l’obiettivo sia composto da una lente semplice), o del foro che lascia passare la luce, in genere il diaframma alla massima apertura.

Visto che il diaframma quando è aperto completamente corrisponde grossomodo al diametro della lente posteriore, si può prendere questa misura come indicazione utile. Non a caso gli obiettivi luminosi hanno lenti posteriori molto grandi: un 50 mm f/1.4 ha una lente posteriore di quasi 36 mm, e un f/1.2 addirittura di oltre 40 mm (nel caso di un f/1.0 avremo la lente uguale alla lunghezza focale, 50 mm).

Ecco dunque che se l’obiettivo è previsto per sensori molto, molto piccoli (come quelli degli smartphone o di alcune compatte) possono essere estremamente luminosi pur essendo minuscoli.

Se la lunghezza focale è di 10 mm (col fattore di moltiplicazione questo è quasi un tele!) su questi formati può bastare che la lente posteriore (o comunque il foro del diaframma più aperto) sia di 5 mm per avere un f/2...

Inoltre, dobbiamo considerare che illuminare una superficie più piccola richiede in realtà una minore quantità di luce, e questo spiega perché uno smartphone abbia la capacità di scattare foto anche relativamente al buio pur avendo un obiettivo così piccolo.

Dovrei parlarti anche della profondità di campo, che sembra aumentare passando da un sensore grande a uno piccolo (un obiettivo da 28 mm su un formato come il Micro 4/3 ha l'angolo di campo di un 56 mm, quasi un modesto tele, ma rimane un 28 mm, con un'ottima profondità di campo, ben superiore a un "vero" 56 mm), e di molte altre cose, ma il mal di testa sta già arrivando, e dunque lasciamo stare.

Per ora mi basta aver sottolineato come la superficie del sensore (o della pellicola) conti molto, quando si parla di obiettivi. E come le caratteristiche tecniche degli obiettivi vadano sempre riferite al campo di applicazione per cui gli obiettivi stessi sono stati progettati. 

Questo se vogliamo essere precisi. Ma siccome siamo creativi… chissenefrega

E la cosa migliore resta quella, semplice semplice, di provare a vedere che succede cambiando le carte in tavola. E’ così che si scoprono cose nuove a cui magari non avremmo pensato.


E come nel mio caso, recuperando così all'uso attivo un obiettivo da tempo inutilizzato (il 10-20 mm dell’esperimento) perché la sua resa su digitale non mi convinceva. 

Ma fa foto quadrate niente male, su pellicola!