Come passa il tempo! Fotocamere e obsolescenza

Credo tu sappia bene cosa sia la cosiddetta obsolescenza programmata. Anche perché il recente caso della Apple, che rallentava gli smartphone di vecchia generazione a suo dire per evitare problemi di scarica alla batteria (ma il sospetto è che fosse per spingere all'acquisto del modello più recente), ha tenuto banco su giornali e blog nelle ultime settimane.

La questione è legata al modo in cui è cambiato il rapporto tra le industrie e i clienti, che nemmeno si chiamano più così: ora sono consumatori

Fino a cinquant'anni fa o giù di lì, tu compravi una macchina da scrivere, o una fotocamera, e sapevi che l'avresti probabilmente passata ai figli e forse ai nipoti. Mio padre la sua Rolleicord in effetti me l'ha regalata, e funzionava ancora benissimo. Comunque, anche se avesse smesso di funzionare, c'era sempre una bella e folta schiera di riparatori, ufficiali e indipendenti, in grado di metterci le mani e farla ripartire. I pezzi di ricambio (meccanici) erano facilmente disponibili. Acquistare una fotocamera era un investimento, non una spesa. Prendevi la tua bella Leica e ci fotografavi per decenni. Michael Kenna usa ancora le sue due Hasselblad 500 C con cui ha cominciato la carriera, molti anni fa.

Ma ora le cose sono cambiate, e da tempo. Come per le automobili, la riparazione avviene sostituendo intere porzioni del prezioso bene, e i costi salgono a dismisura.


Ti sarà certamente capitato di portare in assistenza una fotocamera (non in garanzia) che magari ti è caduta in acqua, o comunque ha smesso di funzionare, e sentirti chiedere una cifra che supera il valore della fotocamera stessa.

A un mio amico un abile Riparatore (oramai andrebbero protetti come i Panda) è riuscito a salvare una reflex digitale caduta in acqua e completamente allagata, e che ufficialmente sarebbe stata da gettare.
Invece a un altro amico, e collega fotografo, una mirrorless praticamente nuova che per aver preso un po' di pioggia si era rifiutata di funzionare, è stata dichiarata irreparabile (che parola orribile!) dall'assistenza ufficiale: o meglio, il costo della riparazione sfiorava i 500 euro. Da notare che riavutala indietro l'ha accesa, così, per scrupolo: funzionava alla perfezione! Ma l'assistenza ufficiale non perde tempo a far verifiche nel tempo: si deve cambiare la scheda, o buttar via tutto, e avanti un altro.

Di esperienze di questo tipo me ne hanno raccontate molte, e diverse l'ho vissute sulla mia pelle.

Una volta ho chiesto all'assistenza quanto sarebbe costato eliminare un puntino di polvere che era riuscito a raggiungere il sensore di una mia compatta. Responso: occorreva sostituire tutta la scheda con sensore e obiettivo! Ovviamente l'ho tenuta così, in fondo un colpo di timbro clone risolveva il problema aggratis.


Non sono casi da manuale di obsolescenza programmata, è vero, ma testimoniano di come oggi le industrie ci spingano a utilizzare quel che acquistiamo per un massimo di due-tre anni, per poi passare al nuovo modello.

Non hanno interesse a far sì che la fotocamera duri nel tempo, è comprensibile dal loro punto di vista. Fateci caso: nelle pubblicità non viene praticamente mai citata questa caratteristica, la durabilità.

Al più, sulle professionali o certi modelli avanzati si spingono a dire che l'otturatore può arrivare a 100-200.000 cicli di scatto. Favoloso, ma tanto (pensano quelli del marketing) chi mai vorrà tenersi una fotocamera che dopo tre anni è chiaramente obsoleta?

Per "aiutarci" a compiere la dolorosa scelta di cambiare fotocamera, tanto per non sbagliare, non aggiornano più i firmwares dei modelli "fuori mercato" (ma che i fotografi magari continuano a usare), complicano o rendono impossibile l'acquisto dei  pezzi di ricambio (il che giustifica il mercato che su ebay si fa di fotocamere "fuori uso", solo per ricambi), realizzano fotocamere a moduli e se si brucia anche solo una resistenza è necessario sostituire l'intero circuito stampato, con chips e tutto, eccetera eccetera.

E secondo me aggiungono elementi plasticosi qua e là che - io sospetto - sono destinati a rompersi prima o poi. Anni fa mi è morta per questo motivo, mentre stavo fotografando, una reflex nemmeno tanto vecchia, e ovviamente era antieconomico sostituire l'ingranaggio di resina  grippatosi.

L'industria non crea più (o quasi, le eccezioni notevoli non mancano) oggetti riparabili (anche da professionisti autonomi e col significato originario che diamo a questo termine) e "upgradabili", parola orribile per dire "aggiornabili".

Basterebbe spesso solo aggiornare il firmware di una fotocamera e magari aggiungere un qualche elemento, per passare da "Mark 1" a "Mark 2" e così via. Ma naturalmente questo non è nell'interesse di chi vuole fare di noi dei consumatori, costretti a rinnovare fotocamere e obiettivi per non rimanere indietro.

Riescono addirittura a convincere molti appassionati, grazie ad accorte campagne pubblicitarie, che cambiare attrezzatura possa far migliorare le loro capacità fotografiche, quando ben dovremmo sapere che siamo noi fotografi a fare le foto, non un elettrodomestico.

La verità è che di rado, oramai, quel che di nuovo si aggiunge a una fotocamera cambia davvero e profondamente le cose.

Sino a non molto tempo fa era diverso, la tecnologia cambiava le cose a ritmi esasperanti, e radicalmente. Due, tre, sei, dodici megapixel, processori più veloci, display più grandi.

Poi, pian piano, la tecnologia è maturata e da un certo punto in poi (io colloco questo "breacking point" intorno al 2008-2009) cambiare fotocamera non garantiva affatto risultati vistosamente migliori (parlo dal punto di vista squisitamente tecnico), se non per generi fotografici specialistici (fotografia notturna, sportiva, di natura, ad esempio), e comunque non sempre. 

Guarda queste tre "compatte" di quelle "serie" (cioé con il RAW e tutto il resto).


La prima, una Olympus Camedia C-5050, vanta un obiettivo luminosissimo (f/1.8), e delle caratteristiche che all'epoca (2002), quasi agli albori del digitale, la facevano ritenere adatta a un uso professionale. Ma aveva un display da un pollice e mezzo, il salvataggio del file RAW che richiedeva diversi secondi e solo 5 megapixel (in un'epoca però in cui la media erano due-tre megapixel e le professionali ne vantavano ben sei...) e una qualità fotografica finale che oggi farebbe sorridere (o piangere, dipende).

Solo tre anni dopo, una compatta come la Fuji E900 (che saltuariamente utilizzo ancora), pur avendo un display di appena due pollici, vantava già 9 megapixel, un sensore SuperCCD HR, una migliorata velocità e soprattutto una resa fotografica davvero più che ragionevole. Era arrivata l'epoca delle Full-Frame (con la EOS 5D di Canon), e la mia Nikon D2x aveva ben 12 megapixel.

Passati nemmeno tre anni, ecco che escono sul mercato compatte come la Panasonic DMC-LX3, con un display da tre pollici, esposizioni multiple, obiettivo Leica e una qualità che sfiora quella di una DSLR entry-level. Il digitale è oramai maturo, con fotocamere di livello elevato che "buttano" fuori mercato la pellicola, oramai sostituibile senza troppi rimpianti (se non creativi, ma è un altro discorso).

Dal 2007 in poi, in effetti,  ci son poche novità talmente rivoluzionarie da spingermi, ad esempio, a far carte false per passare a un modello superiore di compatta: uso regolarmente la LX3 quando voglio girare leggero e non vedo come un modello più recente possa poi davvero far meglio.

Certamente sarà più evoluto, ma fotograficamente parlando (a parte forse qualche megapixel) che cosa aggiungerebbe a una onesta e valida fotocamera come questa?

Non dico che l'innovazione tecnologica digitale non porti a sempre nuovi traguardi e che il futuro possa riservarci grandi sorprese, specialmente nel campo delle Mirrorless, la nuova frontiera del mercato fotografico. Forse. Probabile.

Quello che sostengo è che son cose da nerd, non da fotografi. Al fotografo ciò che davvero importa è che la fotocamera sappia fare quel che a lui serve, e che lo faccia con semplicità e in modo istintivo.

Se alcune delle caratteristiche del nuovo modello sono utili in tal senso, allora acquistarlo è un'idea da prendere in considerazione. Ma se non è così, a che pro? Solo per un'autogratificazione feticistica? Meglio continuare a utilizzare una fotocamera che conosciamo bene e che "smanettiamo" quasi senza pensarci su, credimi.


A questo proposito concludo con un esempio che mi ha colpito. Da molto tempo utilizzo una mirrorless di cui sono molto soddisfatto. Un mio caro amico, seguendo il mio esempio, ha acquistato anche lui una fotocamera simile, ovviamente un modello più recente.

Tra le due fotocamere (che montano anche lo stesso sensore) le differenze ci sono, ma non così grandi come si potrebbe pensare, almeno dal punto di vista fotografico. Da quello della gestione della fotocamera, invece, è tutto diverso.

Quando siamo insieme sul campo e il mio amico Roberto mi chiede consiglio su qualche comando della sua fotocamera di cui non ricorda l'impostazione, fatico a raccapezzarci: i pulsanti e le ghiere funzionano in modo diverso! In pratica, dopo quasi quattro anni di utilizzo della mia fotocamera, non saprei utilizzare (se non studiandomela bene e a lungo) una fotocamera quasi identica, ma uscita due anni dopo. Una follia.

Bene, se questa è l'innovazione a cui i progettisti pensano quando elaborano i nuovi modelli, credo stiano sbagliando tutto. E di grosso!