Viaggio nel tempo

Nel 1978 avevo 14 anni. Era il periodo in cui iniziavo a interessarmi sul serio alla fotografia, con risultati direi piuttosto deludenti, ma anche con qualche piccolo successo.

Sono passati esattamente 40 anni da quel periodo e il mondo è cambiato in modo epocale. Quello della fotografia, poi, chi lo riconoscerebbe più?

Nel frattempo io ho seguito la mia passione diventando un professionista e oggi un maturo fotografo che può anche insegnare ad altri quel che ha appreso in una più che ventennale carriera. Eppure…

Eppure qualcosa mi manca di quegli stralunati anni ’70 di cui ho – ironicamente, per un fotografo – un ricordo sfocato, ma che mi sono (in qualche modo) rimasti dentro. Forse per quel desiderio di possedere delle (per me) inarrivabili fotocamere, o di poter imparare con calma e con levità i fondamenti di un’arte così sfuggente come la fotografia. Non so.

Arriva sempre un momento nella vita in cui hai il desiderio di “tornare alle origini”. Ricominciare daccapo. Vedere se questo ti porta da qualche parte. Anzi: da qualche altra parte.

Sarà la crisi della mezza età, pensala come vuoi.

Così mi sono organizzato il mio bel viaggio nel tempo. Un portale spaziotemporale tutto mio varcando il quale poter tornare a quegli anni ‘70 di cui vagheggio.


Quarant’anni indietro, e senza un’automobile DeLorean modificata e per di più con un tutore d’eccezione: Andreas Feininger. Un nome che ai più giovani dirà poco: peggio per loro. Io avevo sul comodino la sua “Bibbia” della fotografia, un manuale in cui c’era scritto tutto tutto quel che serviva sapere. E molto di più, ovviamente.

Quel manuale non l’ho più da un bel po’ (chissà che accidente di fine gli ho fatto fare), ma oggi abbiamo Internet (quarant’anni mica passano invano, che diamine): così ho acquistato un fondo di magazzino direttamente in America. Non lo stesso libro, ma uno più figo (già che c’ero) dello stesso autore e in lingua originale.

The Complete Photographer”: il fotografo completo, che titolo motivante!

Il tomo raccoglie davvero il meglio di Feininger e venne pubblicato nel 1978, ovviamente.

Il mio amico Vincenzo Valentini mi ha poi passato i suoi “Almanacco Fotografare” degli anni ’70, per verificare modelli di fotocamere, obiettivi e accessori. Grazie ad altri amici (e a ebay) ho rimediato una OM 1n della Olympus, una Miranda EE (con triade di obiettivi) e una Nikomat EL (la versione giapponese della Nikkormat). Una manciata di pellicole, qualche sviluppo “antico” ma ancora prodotto (come il Rodinal), e mi son ritrovato in un tunnel turbinante di lucine e lucette, effetti speciali, lampi e scoppiettii, proiettato nel passato. Un viaggio fantastico.


Non so se tornerò al futuro, ma vorrei condividere con te alcune cose che ho imparato, sia grazie all’esperienza diretta, sia grazie al Virgilio che mi ha seguito per ogni sentiero in questa terra sconosciuta, cioè il buon Feininger di cui ti ho detto.

Oltretutto da questa esperienza ho tratto un progetto che terminerà (dopo oltre 300 locations fotografate e 5 anni di lavorazione) a settembre del 2018 (anno fatidico). Si tratta di un viaggio fotografico attraverso l’Etruria meridionale realizzato interamente in analogico e con fotocamere vintage. E già che c’ero ne ho approfittato per mettere in cantiere un nuovo libro, che parla di cambiamenti e fotografia, e di cui un giorno ti parlerò.

Per ora ti anticipo alcune riflessioni e conclusioni, che magari ti possono essere utili: se sei mio coetaneo per riconnetterti al tuo passato, se sei giovane, o giovanissimo (un “nativo digitale”), per comprendere che oltre a quello schermo luminoso c’è tutto un mondo fotografico che è un peccato non conoscere.

Ed ecco il mio breve reportage dal passato, organizzato per punti. Sono riflessioni personali, non verità assolute, ma stando con un piede nel passato si gode di una certa prospettiva che manca oggi a troppi fotografi, o sedicenti tali.


1 – Con l’analogico riconquisti la posizione eretta. Dopo aver terminato una sessione fotografica, rigorosamente in bianco e nero (nel ’78 il colore c’è, e anzi si sta diffondendo, ma i fotografi seri ancora amano di più il bianco e nero), si torna a casa e ci si chiude in bagno. No, non per quello: per sviluppare i rulli. I più fortunati hanno a disposizione una camera oscura, gli altri si arrangiano. Al buio si bobina il rullo nella “tank” e poi si traffica con sviluppo e fissaggio. Sono momenti di grande emozione. Come saranno venute le foto? Con una certa apprensione si preleva dalla tank la pellicola ancora gocciolante dopo il lavaggio, e la si guarda alla luce di una abat-jour: meno male i negativi sembrano buoni! Li si lascia asciugare appesi a un filo steso nella doccia, per passare poi alla fase di stampa (probabilmente nel fine settimana successivo), con l’ingranditore, immersi in un’atmosfera quasi horror con quella luce rossa, e la magia dell’immagine latente (e non virtuale!) che si concretizza sulla carta. In tutto questo processo non si è mai stati seduti davanti a un computer a farsi venire i mal di testa. Qui nel ’78, è vero, puzziamo un po’ di fissaggio (si racconta che potevi avvertire la presenza di Ansel Adams in una stanza anche senza vederlo, tanto i suoi vestiti erano impregnati dai fumi dell’iposolfito!), ma almeno non sappiamo cosa sia il tunnel carpale.

2 – La fotografia analogica è comprensibile – A parte alcuni ingegneri elettronici, la maggior parte di noi non saprebbe spiegare in maniera soddisfacente come funziona la fotografia digitale. Si, vabbe’, fate finta di conoscere CCD e CMOS, pixel e griglia di Bayer, ma poi alla fine balbettate se si deve un minimo approfondire e spiegare i dettagli elettronici e informatici. Qui nel ’78 non abbiamo questi problemi. Potremmo fotografare con una scatola e una lente, volendo. Come scrive Feininger, la fotocamera è quella cosa che serve solo a mettere in connessione l’obiettivo con la pellicola. L’importante è che sia a tenuta di luce. Poi, certo, deve avere dei meccanismi per regolare la messa a fuoco e l’esposizione, ma sono dettagli. La possono costruire robusta e pesante, o piccola e leggera, ma alla fine – diciamolo – negli anni ’70 le fotocamere si somigliano tutte. Sono importanti, ma non quanto il resto: gli obiettivi e le pellicole. E la logica di fondo è tutto sommato semplice: la luce che arriva dal soggetto modifica lo stato dei grani d’argento (i più bravi che conoscono anche un po’ di stechiometria possono mostrarti addirittura la formula), annerendoli. Dove la luce non arriva, i grani restano immutati e il fissaggio li rimuove. E ci sono stadi intermedi che rappresentano i grigi. Ecco. Io, che di chimica capisco il giusto (cioè nulla) comunque ci arrivo. Ma se cominci a parlarmi di bit allora barcollo. E mica sono il solo…

3 – Il fotografo analogico cerca uno stile (e il fatto che spesso non lo trovi è secondario) – Non abbiamo i tutorial, qui nel ’78 (a malapena abbiamo i computer), e nessuno insegna passo passo a qualcuno come fare una certa foto. Libri e manuali tentano di farlo, a volte, ma con scarso successo. Feininger, per dire, si rifiutava di insegnare la fotografia: la fotografia è una scoperta personale, che può essere solo facilitata attraverso la condivisione di aspetti tecnici e “filosofici”. “L’ingrediente finale per il successo – la creatività – non può essere insegnata”, scrive. C’è anche una specie di classificazione: i principianti sono desiderosi di apprendere e non si definirebbero mai “fotografi”, non ancora almeno. Quelli bravi, che invece si definiscono “fotografi” eccome, con grande enfasi specie sulla prima parte della parola, sono arrivati a questa sorta di “laurea” attraverso un lento processo di apprendimento, studiando, sperimentando, confrontandosi con gli altri. Non si diventa fotografi dopo aver premuto per la prima volta il pulsante virtuale sullo schermo di uno smartphone: è una crescita, uno scopo verso cui si tende. “Fotoamatore” è ancora una nobile parola e per creare una bella foto si usano sensibilità ed esperienza, non una “app”. Passato il ’68 e poi il ’77, resta ancora nell’aria una certa voglia di comunicare, e di farlo in modo innovativo. Con risultati risibili a volte, lo ammetto, ma profondi e convincenti se il fotografo è bravo. Anche perché non ci sono in giro 800 milioni di foto (più o meno) scattate quotidianamente e diffuse massivamente online. Sta di fatto che per la fotografia è come per la musica Rock: dopo gli anni ’70 si è solo copiato e rielaborato, ma inventato poco. E il digitale ha – stranamente, bisogna dirlo – peggiorato le cose. Mai vista tanta fotografia “standard” come oggi. Foto mosse e sfocate alla Daido Moriyama, paesaggi colorati alla Franco Fontana, tempi dilatati e atmosfere minimali alla Michael Kenna. In camera oscura, invece, fai esperimenti con risultati sempre diversi. Cerchi di seguire consigli e dettami dei soloni e degli espertoni, ti ispiri alle foto dei grandi autori, ma le variabili impreviste sono talmente tante che alla fine gli errori e le casualità capitano sempre, e l’imitazione non è alla portata di tutti. E a volte gli errori sono decisamente fortunati. Chissà se in epoca digitale Man Ray avrebbe scoperto la “pseudosolarizzazione”: non c’è più un assistente ad accendere per sbaglio la luce in camera oscura con lo sviluppo ancora in corso… 

4 – O sei ricco o scatti poco – Anche nel ’78 ci sono quelli col portafogli a soffietto, in grado di portarsi dietro camionate di rulli, ma la stragrande maggioranza dei fotografi scatta con parsimonia, non fosse altro per evitare di passare un mese chiuso in camera oscura! Si centellinano le foto, e il soggetto va prima di tutto riconosciuto ed esplorato. Se merita, puoi scattare uno o due rulli solo per quel singolo spunto interessante, ma non si lavora come oggi dove – che la foto meriti o meno – intanto la si scatta, poi al limite la si cancella, grazie a un click, visionandola sul browser digitale. Tre foto buone su trentasei, sostengono quelli che se ne intendono, qui negli anni ’70. Lì da te, nel (quasi) 2018, sembra che una sessione di riprese sia un completo fallimento senza almeno 100-200 foto da archiviare. Ma scattare poco e con profondità è un sistema ottimo per fare foto artistiche e non, come scrive Feininger, semplici foto di documentazione. Ben fatte magari, ma che mostrano solo quel che il fotografo ha visto, non ciò che il fotografo ha sentito. Fa una certa differenza, pensaci.

5 – Si parla di fotografia – Anche negli anni ’70 discutiamo di fotocamere e obiettivi, di tecnica e “trucchetti” vari, ma di certo non con l’insistenza e l’inconcludenza della tua epoca. Non stiamo lì a cincischiare di megapixel e sensori, di computer e stampa inkjet, di gadgets elettronici e tecniche digitali: alla fin fine, le fotocamere di elettronica ne hanno ancora relativamente poca, e gli accessori di cui discutere sono principalmente flash e treppiedi. Sopportabile. Perciò parliamo molto di più di fotografia. Magari con una certa propensione alla drammaticità e alla prosopopea da intellettuale sfigato, però si ragiona davanti a un’immagine compiuta, non a un grumo di pixel, di cui possiamo fare quel che ci pare! Negli anni ’70 i fotografi parlano di fotografia, quarant’anni dopo sembrano fisici nucleari intorno a un acceleratore di particelle. Non c’è paragone.

6 – Hai il vero controllo – Si potrebbe pensare che col digitale hai il controllo totale dell’immagine. In effetti, puoi fare tutto. Comporre più fotografie in modo credibile (qui negli anni ’70 devi usare forbici e colla…), alterarle, eliminare elementi (o aggiungerli), passare dal colore al bianco e nero e viceversa, costruire realtà virtuali e anche realizzare ”foto” totalmente grazie al computer e alla CGI (Computer Generated Images). Si potrebbe altresì discutere a lungo (ma abbastanza inutilmente) se questa sia o meno ancora fotografia, ma resta un punto fondamentale: che poter fare tutto significa non poter fare nulla. Ci sarà sempre qualcuno che spinge più in là il limite, che inventa softwares nuovi, che dichiara di aver creato qualcosa di davvero mai visto e ogni volta che sentirai di essere in grado di dominare una tecnica, ecco che scopri i tuoi limiti, e devi costantemente “aggiornarti”. Sei come un computer, la cui RAM e la cui memoria divengono man mano insufficienti a gestire tutta la massa di dati, e allora devi essere “upgradato” (o sostituito). Non trovi strano che poi alla fine, nonostante tutte queste potenzialità, virtualmente infinite, è davvero raro vedere immagini sostanzialmente nuove? Nuove e innovative davvero? Alla fine i fotografi utilizzano tutta questa tecnologia solo per realizzare con più facilità quel che noi, qui negli anni ’70, già facciamo, solo con molto più lavoro. Strano, davvero strano. Mi guardo intorno e penso che questi anni folli hanno saputo innovare molto più di quel che si fa nel rutilante XXI secolo, quando si ammodernano le attrezzature, e non la capacità del nostro sguardo di indagare, e auspicabilmente comprendere, la realtà che ci circonda. Confidiamo nella tecnologia, e non solo in campo fotografico, piuttosto che in noi stessi. Non sappiamo evolvere alla stessa velocità delle macchine, questo è il problema.


Per ora il mio viaggio termina qui. Lo Stargate è di nuovo attivo, ma prima di varcarlo me ne starò qui per un po’ a sentire il frr frr frr della pellicola che avanza dopo ogni foto scattata. Penso che quando tornerò cercherò di unire i due mondi, analogico e digitale. Mi sembra la scelta più logica e coerente (e comoda). Ma per ora voglio ancora studiare il “bel tempo passato”. Perché lo sappiamo bene: solo il tempo che è passato è per definizione bello. Il presente è poco interessante, il futuro imperscrutabile.

Nostalgie da fotografo rimbambito? Probabilmente si. Ma c’è comunque molto su cui riflettere, prima di tornare a smanettare con mouse e computer …