Ritrovare il tempo perduto, e non riconoscerlo. La Repubblica Dominicana (2006)

Una delle cose che detestavo della mia attività di fotografo editoriale (che aveva ovviamente anche molti aspetti positivi) era il fatto di aver sempre poco tempo a disposizione. In tre, quattro giorni dovevi arrivare sul posto, realizzare il reportage e tornartene a casa. Difficile, in queste condizioni, poter approfondire. Tuttavia riuscivo quasi sempre a trovare dei ritagli di tempo per scattare foto meno "didascaliche" e più "mie", almeno se il luogo meritava.


Da buon freddofilo, non ho mai amato le località tropicali, con il loro caldo opprimente. Ma la Repubblica Dominicana debbo dire che mi è piaciuta parecchio. 
Non è un luogo banalmente tropicale, ha un'anima, e una storia. O meglio, molte storie da raccontare. Ci sono stato nel 2006, giusto 11 anni fa. Mi chiedo quanto e come sia cambiato quel paese, soprattutto dopo il passaggio di molti uragani e dopo il devastante terremoto che ha colpito la vicina Haiti.


Il mio approccio alla Repubblica Dominicana è stato quello di raccontarne le contraddizioni. Non è un paese ricco, ma certo non è povero come Haiti, e dunque riceve da quest'ultima una notevole afflusso di "migranti economici" (non proprio bene accolti). 
L'economia si basa principalmente sul turismo, sull'agricoltura e su alcune industrie come quella dei liquori: tutt'e tre queste attività sono interconnesse, e tutte generano in qualche modo lo sfruttamento dei lavoratori, in genere pagati molto poco, almeno secondo i nostri standard.


D'altra parte la convenienza di una vacanza sull'isola (sette giorni di permanenza, compreso il viaggio, possono arrivare a costare meno di un fine settimana "lungo" in Italia) si basa sul fatto che il personale di hotel e villaggi, molte volte di proprietà di nostri connazionali, vengono a costare davvero poco al datore di lavoro. Questo garantisce un reddito prezioso, è vero, ma genera un'evidente forma di ingiustizia.


Quello dominicano è un popolo accogliente e sorridente, ma risulta chiaro che un invisibile velo li separi dai turisti occidentali, con i loro vestiti firmati, i loro dollari, e loro campi da golf, chiusi da alte mura che non facciano intravvedere i villaggi modesti degli autoctoni. Non è certo l'unico caso al mondo, e nemmeno il peggiore, anzi, però fa comunque riflettere.


A me il popolo dominicano è piaciuto molto, anche perché non chiedono soldi per essere fotografati (eppure siamo in una località turistica), e a mettersi in posa si divertono. Non sono cenciosi e tristi, ma quasi sempre decorosi e sorridenti, per questo forse non abbondano i reportage su questa parte dell'isola: i fotografi di reportage preferiscono narrare le tragedie haitiane. La vita modesta ma in fondo tranquilla della Repubblica Dominicana a chi vuoi che interessi? 


Comunque, io ho provato a raccontare questa terra per come l'ho vissuta io, con poco tempo a disposizione, tempo oltretutto "sprecato" in buona parte a fotografare cuochi e piatti, alberghi e villaggi fighetti. 
Non tornerò penso mai più nella repubblica Dominicana: se trovassi i soldi per un bel viaggio fotografico andrei nell'estremo nord, o nell'estremo sud. Luoghi freddi, adatti a me.


Ma in ricordo di quel lavoro (e dei molti ragazzi incontrati, che oggi saranno adulti o quasi), ho voluto condividere con voi queste foto. Se volete vedere la mia selezione completa, potete guardarvi la proiezione qui sotto.