Il Countrex. Un'esplorazione fotografica dei casali abbandonati


Non cercate il termine Countrex su Internet, perché non esiste: infatti l’ho inventato io mutuandolo da quello di Urbex. Cos’è l’Urbex? Il termine deriva da Urban Exploration ed è quell’attività che consiste nel penetrare in edifici abbandonati per esplorarli.


Potrebbe sembrare un’attività priva di interesse, ma in realtà non lo è, se consideriamo che in genere i complessi abbandonati sono recintati e di proprietà privata e che il più delle volte sono pericolanti e dunque insicuri. Questo da già un po’ più il senso dell’avventura, non è vero?


Gli adepti dell’Urbex cercano fabbriche dismesse, edifici che furono abitazioni o uffici, complessi residenziali, Luna Park oramai chiusi e a volte interi quartieri o addirittura città moderne abbandonate (ce ne sono in Giappone, in Sudafrica e anche in Italia). Naturalmente, l’interesse non è, per cosi dire archeologico: i siti debbono essere relativamente recenti, in modo tale da poter essere definiti “urbani”. L’Urbex e bene dirlo, sostanzialmente è un’attività illegale, sebbene innocua (chi può farsi male è solo l’esploratore stesso).



Bene, ora trasportate tutto questo in campagna e avrete il Countrex, la Country Exploration, a cui mi sono dedicato io. Lo scopo è lo stesso, ma più in piccolo: casali, borghi, strutture ad uso agricolo abbandonate sono frequenti nelle campagne, soprattutto oggi che la tecnologia (leggi: automobile) non obbliga più i contadini a vivere a ridosso del proprio campo. 


Visitarli e scattare fotografie significa scoprire frammenti di vita d’un tempo, con il camino annerito dal fuoco, gli scaffali ricavati da nicchie sulle pareti, le cantine dove si teneva il vino (a volte si trovano ancora le vecchie botti), e cosi via. In genere, però, il contesto e assai più piacevole di quello urbano e i rischi (relativamente) minori, visto che non si tratta di strutture molto grandi. Inoltre, è più facile l'incontro con la fauna: la volpe, l’istrice, i pipistrelli, i rettili sono tutti animali che trovano un comodo rifugio negli edifici che l’uomo abbandona.


Tra gli edifici rurali, i mulini hanno da sempre costituito uno degli elementi essenziali del paesaggio agrario italiano, sin dai tempi dei Romani. Per molti secoli la principale fonte di energia per muovere le mole è stata la forza dell’acqua: lungo i torrenti e i fiumi, veniva realizzata una diga in un punto in cui fosse presente già naturalmente un dislivello. Questo provocava la nascita di un piccolo bacino la cui acqua, con un sistema di chiuse, veniva prelevata e condotta, con una gora, un canale artificiale, sino all’edificio del mulino, collocato a un livello inferiore.


La caduta dell’acqua (a volte raccolta in una cisterna prima del salto) veniva utilizzata per muovere delle pale, che mettevano in movimento le mole di pietra. I mulini potevano avere le pale sia verticali (sono quelli tradizionali, ad esempio, delle Alpi, dove si può utilizzare direttamente la forza dell’acqua dei torrenti montani, in genere abbondante nel corso dell`anno) oppure orizzontali, molto più diffusi perché in grado di funzionare anche con flussi d’acqua discontinui.



Le mole ad acqua sono rimaste in uso sino agli anni ‘50, quando vennero poi sostituite da quelle elettriche, e abbandonate.