La semplice (eppur profonda) filosofia fotografica del foro stenopeico

Il pazzo che persiste nella sua follia diventa saggio” (William Blake)

Nella fotografia, si seguono le mode del momento, e gli “ordini” della pubblicità. Fotocamere sempre più evolute, cariche di megapixel, di automatismi, di prestazioni velocistiche da Formula 1. Mai nessuno che si fermi a pensare se davvero abbia bisogno di tutto questo parafernalia di prestazioni!

D’altro canto, va rilevato che ci sono coloro i quali da decenni utilizzano sempre la stessa marca e lo stesso tipo di film bianco e nero (ci sono gli amatori del TRI-X Kodak, o dell’HP5 Ilford), sviluppato rigorosamente con gli stessi chimici e così via. 

Questa fedeltà è ovviamente più difficile da mantenere col digitale che, per sua natura, evolve (o involve?) continuamente.


La fotografia stenopeica consente di fare una sorta di pausa di riflessione, di rallentare (anche per i tempi di scatto lentissimi!), di rinunciare all’acquisto di macchinari sempre più potenti e costosi per tornare ad avere cura per la propria arte. Possiamo ad esempio assemblare elementi “grezzi” (una scatola, del lamierino, un ago, un po’ di carta fotografica bianco e nero o un rullo negativo) e creare in questo modo la fotocamera da utilizzare per le nostre fotografie.

Niente ci impedirà poi di tornare a divertirci con la fotocamera digitale da 50 megapixel, ma almeno lo faremo (vedrete) con rinnovata consapevolezza. Se volessimo usare un termine filosofico orientale, potremmo dire che questo è il nostro Tao, il Tao della fotografia.

Letteralmente, Tao significa “la Via”, e dal punto di vista etico indica il modo migliore di comportarsi o di eseguire un compito. La sua essenza, però, è inafferrabile e imponderabile, perciò più se ne parla e meno lo si comprende. Il Tao è un’esperienza, qualcosa che si fa, a mente libera.

Come nella cerimonia del the lo scopo non è sorseggiare una bevanda calda, ma arrivare a comprendere il mondo, così nella fotografia stenopeica entrano in gioco ben altri valori che quelli puramente iconografici. È una rivelazione, se vogliamo un’illuminazione.


Come diceva Wittgenstein “voglia Dio provvedere il filosofo di uno sguardo acuto per ciò che sta davanti agli occhi di tutti”: sostituite a “filosofo” il termine “fotografo” e avrete la definizione perfetta di ciò che dovremmo fare. Rivelare il mondo, nelle sue varie componenti, a chi non presta sufficiente attenzione.

In questo, una fotocamera stenopeica è un alleato prezioso, forse irrinunciabile. Perché aderisce a quel principio taoista che potremmo definire “azione inversa”. Se vuoi ottenere un certo risultato, persegui l’opposto. Chi si agita per restare a galla, affonda; chi cerca di apparire, resta nell’ombra. Invece se si rimane calmi e rilassati, si impara presto a rimanere a galla, e chi non si cura della fama e del successo, ottiene il massimo della visibilità. 

Dunque, se vuoi la massima qualità (interna, per così dire) della foto, scegli lo strumento meno evoluto; se vuoi fare in modo che chi guarda le tue foto scopra in esse una parte di realtà, e percepisca le tue emozioni, devi evitare che tutto ciò sia evidente e reso col massimo della chiarezza. Una fotografia nitida e scattata con le attrezzature più moderne mostra le cose (un paesaggio, un volto, un oggetto) come appaiono, e nel fare questo, secondo il taoismo, in verità le nasconde; una fotocamera stenopeica, nella sua semplicità e rozzezza, invece, restituisce immagini che non gridano, non intendono affermarsi con prepotenza, e che per questo mostrano il lato nascosto della realtà.


Ogni scatola a tenuta di luce può essere utilizzata per costruire con facilità una fotocamera stenopeica. In genere queste “box cameras” sono sfruttate per scopi didattici, in quanto facili da costruire e con la possibilità di vedere subito il risultato. Ma nulla vieta di farne un uso più “impegnato”, soprattutto ricorrendo a una “changing bag”.

Una scatola per le scarpe o certe scatole di cartone rigido andranno benissimo per divertirsi, ma per fare sul serio conviene utilizzare scatole di metallo: se ne trovano di tutti i tipi nei negozi di accessori per la casa. Sono di latta abbastanza rigida e hanno il coperchio a tenuta di luce, cosa fondamentale. A seconda della forma e delle dimensioni otterremo fotocamere più o meno grandangolari e dei formati più diversi. In queste fotocamere si impiegano ovviamente pellicole a lastre: sia negativi (ma ve le sconsiglio, sono costose e vanno maneggiate al buio assoluto) che carta da stampa (che si può maneggiare sotto la luce rossa, cosa estremamente comoda. Vi consiglio di ricorrere alla luce posteriore di una bicicletta: se ne trovano con alimentazione a batteria, a led, dal costo irrisorio. Mi raccomando, però, che siano a luce totalmente rossa!).


Nei barattoli cilindrici (si può ricorrere anche alle lattine del caffè o a qualsiasi altro tipo di lattina, purché sia possibile chiuderle ermeticamente), la carta sensibile viene tenuta curva, il che dà un effetto ancora più grandangolare, con interessanti distorsioni (l’immagine viene “a mandorla”), che ricordano le foto anamorfiche.

Sia nelle scatole rettangolari che in quelle cilindriche la carta (o la pellicola) possono essere tenute in posizione grazie a dei semplici fermi realizzati con feltrini (quelli per le sedie, adesivi: prendeteli neri!) o con quelle bacchette utilizzate per rilegare piccole dispense (sono in plastica, di varie misure: prendete quelli più sottili).

In ogni caso, l’interno della scatola va verniciato con vernice spray nera satinata (non lucida), o anche rivestito con carta da disegno nera. Su una parete pratichiamo un foro di circa 1 cm di diametro davanti al quale fissare, col solito nastro telato nero il nostro forellino stenopeico, e il gioco è fatto. Come otturatore utilizziamo un pezzetto di nastro, come spiegato nel capitolo precedente. Se si utilizza carta fotografica bianco e nero, al posto della pellicola, a questo punto sorgono molte complicazioni.


La sensibilità di questo materiale infatti non è noto (solo di rado è dichiarato), ma è di certo molto bassa, dell’ordine di 6-12 Iso (a volte meno!) per le pellicole Ilford e di altre marche classiche. 


D’altra parte anche grandi errori di esposizione possono essere poi sistemati in fase di postproduzione. Infatti, una volta sviluppato il foglio sensibile nello sviluppo per carte (o per pellicole se avete optato per quest’ultimo tipo di materiale), averlo fissato per bene e averlo lavato a lungo, e lasciato asciugare senza forzature, potete scansirlo in un normale scanner piano (o anche riprodurlo con una fotocamera digitale), importarlo sul computer ed elaborarlo con un software fotografico. A questo punto eventuali sovra o sottoesposizioni possono essere facilmente corrette.

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