Il colore ieri e oggi (e che Eliot Porter mi perdoni!)

Su questo blog tratto principalmente il bianco e nero fotografico. Ovviamente perché lo preferisco al colore, specialmente oggi che il colore è debitamente esagerato. Debbo però ammettere che amo molto i colori pastello, soft, non sparati, delle foto di un tempo, che a volte cerco di replicare nelle mie immagini. 

Questo mi ha portato più volte a interrogarmi sul perché oggi ci sia questa passione per le tonalità forti, gridate, per la saturazione eccessiva, innaturale, che raggiunge il parossismo nella fotografia di natura e di paesaggio. Pare davvero che le persone non amino i colori veri della natura, e preferiscano una loro versione edulcorata

Così, l'altro giorno mi sono rifugiato nella visione di un libro fotografico fondamentale, di uno dei maggiori fotografi naturalisti della storia: "Intimate Landscapes" di Eliot Porter. Questo fotografo è stato davvero l'inventore dei "paesaggi intimi", cioè di quelle fotografie che non mostrano panorami ampi, ma che in qualche modo suggeriscono un luogo, il suo mood, attraverso dei dettagli. Di fatto non sono dei "paesaggi" nel vero senso del termine, ma lo diventano se sappiamo guardare al di là della mera apparenza. 


Porter è stato uno dei primi, negli anni '60, a utilizzare il colore in gran parte della sua produzione. All'epoca c'era poca scelta nelle pellicole, e i colori che sapevano restituire erano come minimo "approssimativi". O forse li vediamo così oggi perché siamo abituati a ben altro. In verità quei colori erano soffici e pastosi, romantici, per così dire. Un po' la patina del tempo, un po' la loro stagionatura, sta di fatto che certe foto appaiono come quelle "ricolorate" a mano, tecnica impiegata nel XIX secolo quando la fotografia a colori non esisteva. E mi sono chiesto: come le avrebbe realizzate oggi un fotografo moderno, digitale, quelle immagini

E per rispondere, ho commesso un reato di lesa maestà e mi son messo a rielaborare le foto di Porter.

Nella magica fotografia di un bosco agli inizi della primavera (sopra) le tonalità soffuse creano un insieme evanescente e poco contrastato, in cui i toni del verde delle foglie e del rosa dei fiori, si mescolano per dar vita a una texture solcata dai tronchi scuri degli alberi.


Vediamo qui il risultato dell'applicazione di alcune "correzioni" via software, diventate oramai standard: aumento del contrasto grazie alle curve, correzione del colore, saturazione localizzata, aggiunta di una leggera sfocatura su un livello per creare diffusione nelle alte luci. La foto è decisamente cambiata, e penso che molti preferiranno questa versione a quella originale.


Altro esempio. La fotografia autunnale è molto legata ai colori, e questo albero fiammeggiante circondato da alberi ancora verdi ne è un esempio. Al netto della riproduzione tipografica, di certo la foto originale non appare squillante ed esagerata come questa versione pompata che ho creato con curve e comando saturazione.


Vi chiederete dove volessi arrivare con questi esperimenti. Che cosa voglio dimostrare, che oggi le foto sono più nitide, contrastate e più colorate di un tempo? Ma và?

No, il mio intento non era tecnico, ma "filosofico", per così dire. Ogni fotografo è figlio del proprio tempo: la tecnica definisce ciò che può fare e ciò che invece gli è impedito. Porter forse non sceglieva i colori, semplicemente dipendeva dalle tonalità che le pellicole gli restituivano, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Ma non ne rimaneva schiavo: le utilizzava con la massima sapienza, adeguando la sua iconografia alla tecnica. Era lui, insomma, a decidere il risultato. Avrebbe potuto scattare in bianco e nero, una tecnica molto più matura, ma non lo fece, perché quei colori morbidi e relativamente poco saturi si adeguavano al suo modo di essere e di vedere la natura.

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Per noi oggi è diverso: possiamo fare tutto. Le nostre possibilità di scelta sono infinite: possiamo saturare o desaturare i colori, aumentare o diminuire il contrasto, alterare i colori, imitare l'infrarosso, e così via. Quello che spesso manca è una visione. La capacità di vedere il mondo e la realtà attraverso la propria sensibilità: ci si affida alla tecnica perché latita l'ispirazione. E non c'è comando della saturazione che possa sostituirla.