I 10 fotografi italiani che devi conoscere (e non per nazionalismo)

Diciamo la verità: l'Italia è sempre stata percepita come una nazione "secondaria" rispetto alla storia della fotografia. Con l'eccezione forse del FotoDinamismo dei fratelli Bragaglia, nessun movimento fotografico è davvero nato nel Bel Paese, o ha avuto esponenti davvero noti al grande pubblico (non italiano). Le grandi rivoluzioni sono avvenute all'estero: mentre il mondo scopriva la "straight photography", in Italia si continuava a praticare allegramente il Pittorialismo (almeno sino agli anni '30). Così, leggendo i libri sulla storia della fotografia, di nome italiani ne escono ben pochi, anche perché gran parte di questi libri sono scritti da autori stranieri, che poco sanno dell'evoluzione che la fotografia ha avuto in Italia, nonostante il nostro innato provincialismo. 

La verità è che, nel dopoguerra, sull'onda del Neorealismo (conosciuto principalmente nella sua declinazione cinematografica), molti fotografi, magari organizzati nei circoli fotografici, iniziarono a svecchiare il panorama fotografico nazionale, ottenendo risultati importanti, in alcuni casi eccezionali, che nulla hanno da invidiare a quelli dei colleghi francesi o americani, se non la fama.

Per questo, ti invito a fare la conoscenza con alcuni di quelli che personalmente ritengo i maggiori fotografi del nostro paese, tra i "classici". Ce ne sono molti altri delle nuove generazioni. Vedremo che sapranno fare: magari ne parleremo tra vent'anni!

Franco Fontana comincia a fotografare negli anni '60 nel modo più classico, come socio di diversi Circoli Fotografici, insomma come fotoamatore, e non ha mai perso quella "freschezza" e libertà che caratterizzava allora i fotografi cosiddetti amatoriali, anche quando è passato al professionismo.


Molto note le sue sperimentazioni sul paesaggio a colori, realizzate tra Basilicata e Puglia, che negli anni '70 lo fanno conoscere al grande pubblico e gli danno l'abbrivio verso la fama internazionale. Non a caso è uno dei fotografi italiani più conosciuti all'estero, ha esposto e pubblicato (gli sono stati dedicati circa 70 libri) negli USA, in tutta Europa e anche in Asia. Nel corso degli anni si è dedicato alla fotografia di nudo, di architettura, di moda. Eclettico e creativo, è anche noto per il suo impegno didattico, con innumerevoli workshops tenuti in tutto il mondo. Recentemente ha pubblicato un libro dedicato alla fotografia creativa (acquistalo dal link qui sotto).

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Fulvio Roiter è il fotografo di Venezia (è nato a Meolo nel 1926, ed è morto a Venezia l'anno scorso), anche se nella sua lunga carriera ha fotografato in innumerevoli luoghi, ottenendo immagini di grande sensibilità, in un bianco e nero di livello altissimo. Anche lui proviene dal mondo dell'associazionismo fotografico: aderì al circolo La Gondola di Venezia nel 1949, fondato dall'amico Paolo Monti due anni prima. Il suo primo lavoro fotografico vero e proprio aveva per soggetto la Sicilia (1953), e proprio la pubblicazione, l'anno successivo, di alcune foto di quel reportage sulla rivista "Camera" segnò il suo debutto nel mondo della fotografia "seria". 


Nello stesso anno pubblicò il suo primo libro fotografico dedicato alla sua Venezia, a cui seguirono libri su buona parte delle regioni italiane e del mondo, per un totale di circa 100 titoli. Del volume "Essere Venezia" (1977) vendette oltre un milione di copie (altri tempi!). Anche quando si convertì alla fotografia a colori, passaggio non facile visto che era considerato un inarrivabile maestro del bianco e nero, riuscì a creare un'iconografia originale in cui il colore stesso diventava parte di un codice, e non mera decorazione.

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Anche Gianni Berengo Gardin è un fotografo strettamente legato a Venezia, a cui anche recentemente ha dedicato un intrigante libro, non solo fotografico, pur essendo nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure. Classico esempio di fotoreporter "alla Bresson", in cui la bellezza delle fotografie serviva a meglio raccontare le storie e non per un fine puramente estetico, ha collaborato con praticamente tutte le maggiori riviste italiane e internazionali, iniziando con "Il Mondo" di Pannunzio, e poi con Epoca, L'Espresso, Epoca, Le Figaro, e così via. Ma la sua attività principale, almeno dal punto di vista strettamente iconografico, rimane legata ai libri. Prolifico come pochi, ha realizzato oltre 200 splendidi libri fotografici, rigorosamente in bianco e nero, e sempre in analogico, "la vera fotografia" come l'ha definita, rifiutando il digitale come non adatto al suo modo di esprimersi fotograficamente.


"Il mio lavoro non è assolutamente artistico", sostiene: "non ci tengo a passare per un artista. L'impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile". Difficilmente si potrebbe immaginare una dichiarazione più stringente di adesione alla fotografia come mezzo per fare informazione e raccontare storie.

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Sempre in ambito giornalistico, non si può non ricordare Letizia Battaglia, nata nel 1935 a Palermo. Sebbene la sua fama resti legata al racconto della Mafia, sia dal punto di vista della cronaca, sia da quello dell'impatto sulla società (lavoro svolto soprattutto negli anni '70), la fotografa ha posato il suo sguardo indagatore su molti altri aspetti della vita siciliana e italiana, arrivando a vincere, nel 1985 (ex equo con Donna Ferrato), prima donna europea, il Premio Eugene Smith, a New York, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il fotografo di Life. 


la sua attività fotografica sarebbe difficilmente comprensibile se non si tenesse conto anche del suo impegno sociale e civile. Nel 1979 è cofondatrice del Centro di Documentazione "Giuseppe Impastato". È stata consigliere comunale con i Verdi, assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando, e nel 1991 è stata eletta deputato all'Assemblea Regionale Siciliana con La Rete. Nel 2003 si trasferisce a Parigi, delusa dal clima culturale della sua isola. 

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Gabriele Basilico nasce a Milano nel 1944, e sempre nella città meneghina è morto nel 2013. Architetto per formazione, arriva alla fotografia proprio spinto dal desiderio di documentare la realtà "costruita" che lo circonda. La sua prima ricerca importante (1978-80) si intitola significativamente "Milano. Ritratti di fabbriche", esposta al Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano nel 1983. L'anno dopo, sull'onda del successo di questo suo primo lavoro, viene invitato a partecipare, unico italiano, alla Mission Photographique de la DATAR voluto dal governo francese per documentare la trasformazione del paesaggio contemporaneo.


Da allora in avanti è un susseguirsi di progetti, mostre e pubblicazioni, che lo fanno emergere come uno dei più importanti fotografi di architettura a livello mondiale. A differenza di esperienze come quelle dei coniugi Becher, Basilico non ha un atteggiamento distaccato rispetto ai soggetti che riprende e, pur evitando il più possibile di inserire persone all'interno delle sue foto, tuttavia sente profondamente l'importanza dell'uomo nell'evoluzione di quel tipo particolare di paesaggio che sono le città e le località industriali.

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Cresciuto a Firenze, Piergiorgio Branzi è forse meno noto dei fotografi citati sinora, ma non per questo meno importante. Nato a Signa nel 1928, nel 1955 intraprende un lungo viaggio in motocicletta, attraverso l'Abruzzo e il Molise, la Puglia e la Lucania, la Calabria e Napoli, ma anche verso le zone depresse del Veneto. L'anno successivo attraversa la Spagna. Queste esperienze lo formano come giornalista e fotografo, e le due figure - nel suo caso - possono essere separate con difficoltà. Negli anni '50, infatti, si avvicina maggiormente al giornalismo scritto, allontanandosi dalla fotografia. Diventa corrispondente RAI da Mosca, poi da Parigi e realizza inchieste e documentari in Europa, Asia, Africa.


Riprende a fotografare a metà degli anni novanta per una rivisitazione dei luoghi pasoliniani e nel 2007 comincia anche a sperimentare le possibilità della tecnica digitale. Numerose mostre personali delle sue immagini sono state ospitate in Gallerie private, Musei, Istituzioni pubbliche.

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La vita di Tina Modotti è stata davvero avventurosa, e non a caso Pino Pacucci ha dedicato alla fotografa e rivoluzionaria italiana un romanzo, "Tina".
Tina Modotti nacque ad Udine, nel quartiere di Borgo Pracchiuso, il 16 agosto del 1896 (la data è però registrata il 17 agosto) da una famiglia operaia, aderente al socialismo di fine Ottocento. Il padre, Giuseppe Modotti, era un meccanico e carpentiere, mentre la madre, Assunta Mondini Saltarini era una casalinga e cucitrice. Dallo zio paterno, Pietro Modotti, che ha uno studiofotografico Tina apprende le sue prime nozioni di fotografia. Nel giugno del 1913 lasciò l'Italia per raggiungere il padre emigrato negli Stati Uniti, a San Francisco. Negli USA si dedica al cinema, grazie alla sua avvenenza, ma la sua carriera non durerà a lungo. Conosce  il fotografo Edward Weston, di cui diventa in breve la modella preferita e, nell'ottobre del 1921, anche la sua amante. 


Da questo momento in poi la sua vita inizia davvero a trasformarsi in un turbinio di eventi, che la porteranno in Messico, poi ad avvicinarsi al Movimento Rivoluzionario Comunista, fino alla sua morte avvenuta nel 1942 in circostanze poco chiare.La sua produzione fotografica non è molto vasta, ma di grande intensità. Vi traspare tutta la passione umana e politica della sua autrice, ricordata troppo spesso come "personaggio" e troppo poco come fotografa e come donna libera e combattente per i diritti dei popoli.

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Dicevamo all'inizio che in Italia l'evoluzione della fotografia  è partita con notevole ritardo. Ma c'è da dire che nel Pittorialismo si sono espressi autori di grande rilievo, come Domenico Riccardo Peretti Griva (1882-1962), attivo tra gli anni '20 e i '50. Formatosi nella Scuola Piemontese di Fotografia Artistica, propose i concetti del Pittorialismo specialmente nel campo del paesaggio e della natura, arrivando poi a seguire il movimento della straight photography producendo intimi ritratti della piccola borghesia del periodo.


Particolarmente affezionato alla tecnica al bromolio, amata da molti Pittorialisti perché forniva stampe molto simili a disegni, utilizzò meno frequentemente quella al bromuro d'argento. Espose  in Italia e all'estero, risultando secondo le stime dell'Annual Photography al primo posto tra gli italiani negli anni '50. Di professione era un  magistrato: fu vicecommissario all'epurazione dopo la Liberazione e primo presidente della Corte d'appello di Torino. 



In qualche modo vicina all'esperienza di Peretti Griva, è quella di Enzo Sellerio, più conosciuto forse come editore, che nasce a Palermo nel febbraio del 1924. Si laurea in Giurisprudenza nel 1944 e nel 1947 viene nominato assistente di Istituzioni di Diritto Pubblico alla Facoltà di Economia e Commercio.
Nel 1952, sollecitato dall'amico Bruno Caruso, partecipa a un concorso fotografico regionale, vince il primo premio, 50.000 lire, e decide di affrontare la fotografia in modo quasi professionale; in quello stesso anno le sue prime fotografie vengono pubblicate sulla rivista "Sicilia".
Seguono le collaborazioni con alcuni periodici nazionali degli anni Cinquanta e Sessanta, tra i quali il mitico Il Mondo di Mario Pannunzio (attraverso cui son passati quasi tutti i grandi fotogiornalisti italiani dell'epoca). Pubblica su diverse riviste prestigiose, diventando "un nome" nelle redazioni.
Nel 1967 comincia a occuparsi di editoria collaborando a una collana di testi siciliani promossa dall'Assemblea regionale siciliana. Nel 1969 fonda – insieme alla moglie Elvira Giorgianni – la “Sellerio editore” per la quale cura la progettazione dei libri d'arte e la grafica di tutte le collane. Nel 1983 la casa editrice si suddivide in due entità distinte che mantengono lo stesso nome: una pubblica saggistica e narrativa, l'altra volumi di arte e fotografia.


Dopo un trentennio di assenza dall'attività di fotografo, all'inizio del 2006 accetta con spirito di sfida la commissione da parte del settimanale Lo Specchio de La Stampa, di un servizio sullo ZEN, quartiere emblematico delle contraddizioni di Palermo, e pochi mesi dopo realizza per la Fondazione Banco di Sicilia una serie di fotografie d'interni dell'antica sede del Monte di Pietà a Palazzo Branciforte. Muore a Palermo nel 2012, all'età di 87 anni.


Mario De Biasi ha raccontato come cambiava l'Italia negli anni del Boom economico. Trascorse la sua giovinezza a Sois a pochi chilometri da Belluno, dove era nato nel 1923, per trasferirsi poi a Milano; con la rivista Epoca nel 1953 ha iniziato la propria carriera in veste di fotoreporter, durata fino agli anni ottanta. De Biasi si è occupato prevalentemente di cinema, architettura e natura,ha tenuto negli anni mostre e workshop. 


Il 7 dicembre 2006, su proposta dell'Assessore alla Cultura, Vittorio Sgarbi, il Comune di Milano gli conferisce la sua massima onorificenza, l'Ambrogino d'oro, con la seguente motivazione: “Bellunese
di nascita, ma vissuto quasi sempre a Milano, Mario De Biasi è uno dei decani del fotogiornalismo italiano. Quando inizia la sua ‘ricognizione' fotografica nella Milano del Dopoguerra è capace di far comprendere l'evoluzione dei costumi e il dinamismo della metropoli. Con le sue immagini offre una chiave di lettura di una città che in quasi sessant'anni subisce trasformazioni tanto significative da renderla spesso irriconoscibile. Da autentico milanese d'importazione, De Biasi, amando profondamente la nostra città, ha saputo interpretare ogni suo piccolo mutamento, ogni magico istante, tutte le realtà più genuine e le luci di una Milano che non ha età.”
Si è spento il 27 maggio 2013 all'età di 89 anni. Proprio poche settimane prima in occasione del Photoshow 2013 di Milano gli era stato dedicato il “Premio alla Carriera”.

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